Esequie della Dott.ssa Pompea Allegretti e del figlio Salvatore Raimondi

Sembra scritta per noi la pagina di Lc tra le più belle del vangelo. Come se presagissimo che l’avventura dei due discepoli di Emmaus trascenda la loro vicenda perché disegna l’avventura di ogni uomo.

Sembra scritta per noi che, come loro, ce ne andiamo amareggiati e delusi per come sono andate le cose domenica mattina.

Sembra scritta per noi che ci ritroviamo per strade buie e senza sbocco.

Sembra scritta per noi che proviamo a sfidare l’angoscia e il vuoto facendo discorsi che altro non fanno se non battere l’aria.

Nella morte così prematura di Pompea e Salvatore, in cui tutto sa di violenza, di furto, di sopruso, di ingiustizia, di crudeltà, tornano nel cuore e sulle labbra le parole di Gesù: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Come tenere insieme la nostra fede in un Dio che sappiamo essere il Dio della vita, a cui stanno a cuore persino i capelli del nostro capo e il constatare che due giovani esistenze sono state spezzate all’improvviso? Fatichiamo eccome a tenere insieme questi elementi sentendoci spaesati, disorientati.

Eppure, siamo chiamati a dire a Dio la nostra angoscia senza giri di parole, senza la paura di essere allontanati da lui, senza temere di offenderlo con i nostri sfoghi. Anche Gesù, nel colmo della sofferenza, ha messo tra lui e il Padre il macigno di questo interrogativo: perché? senza che questo impedisse il rapporto con lui.

Potremmo fare la cronaca di domenica mattina: ci hanno pensato abbondantemente i rotocalchi regionali. Io stesso potrei raccontare di aver visto la dottoressa sabato sera a messa mentre riceveva la S. Comunione. Non ci manca la cronaca, appunto, ci manca la capacità di restituire un senso a questo evento. Ed è quello che si incarica di fare con noi il Signore Gesù che ci accosta proprio sulla strada del tramonto della speranza. Lo fa con discrezione, quasi in punta di piedi, mettendosi al nostro passo e chiedendoci di non aver paura di esternare quello che ciascuno di noi si porta nel cuore.

Questo evento chiede a noi di discernere quale parola è custodita in esso per ciascuno di noi. Ci chiede di far sì che quello che ad una prima lettura cogliamo come un accadimento, una cosa che ac-cade senza alcun senso perché letteralmente ci è piombato addosso, diventi un avvenimento: anche in questa esperienza di dolore c’è un cammino di Dio verso di noi. Ecco perché non stiamo facendo una commemorazione ma salutiamo Pompea e Salvatorecon spirito di fede.

È buio fitto nella nostra giornata allorquando vengono a mancare coloro ai quali anni e affetti ci hanno legato in maniera indelebile. Il tempo che passa richiama il senso di vuoto e di angoscia provocato in noi dalla consapevolezza che non rivedremo più i loro volti, non assaporeremo più la bellezza di un sorriso e la delicatezza di uno sguardo o di un gesto. Come vorremmo riportare indietro le lancette dell’orologio di Pompea e Salvatore!

Ma c’è buio e buio. Quello di noi credenti è sempre un buio rischiarato anzitutto dalla memoria grata per quanto possiamo aver condiviso con chi ci ha lasciato: ma soprattutto è rischiarato da un Gesù che non teme di farsi nostro compagno di viaggio proprio mentre tanti eventi, tanti ricordi riaffiorano e ci ritroviamo incapaci di comprenderli. Guai a lasciare il buio del nostro cuore senza una parola che viene dal Solo che ha qualcosa da dirci.

Dà speranza sapere che Gesù osi camminare con te mentre registri la notte nel cuore. Quel Gesù osa accostarti proprio lungo la strada che tu stai percorrendo, quale che sia.

Un mettersi al passo fatto di discrezione e di un linguaggio che tu sei in grado di intendere perché non è né accademico né retorico e poi perché ti senti riconosciuto e accolto mentre provi a dar voce alla tua rabbia e alla tua tristezza. Tutto comincia da un farsi compagno di cammino e da una domanda che dice interesse nei tuoi confronti: non è lui a dettare il passo e non è lui a dettare l’argomento. Passo e argomento sono i tuoi.

A salvarci non è lo scontro frontale ma il camminare accanto; non un fiume di parole ma la disponibilità ad ascoltare domande e problemi.

A salvarci non è qualcosa di imposto dall’alto ma il parlare cuore a cuore.

Lc non attesta che i due abbiano creduto alla risurrezione perché finalmente convinti da un discorso. Crederanno solo attraverso il gesto della convivialità e dell’amore. Sempre così. Solo allora, solo dopo aver ascoltato il Signore, l’uomo può dire l’unica parola sensata: ‘resta con noi’.

Trattengono Gesù ‘perché si fa sera’: vogliono continuare quell’incontro. Mangiano assieme e lì partecipano al mistero dell’amore e rileggono con la forza dello Spirito, in un attimo, tutto quel che hanno visto e udito. Solo allora si aprono gli occhi… e non vedono più il misterioso compagno di viaggio. Hanno scoperto il primato dell’amore, non gli occorre altro. Gli occhi si aprono quando il cuore si scalda. È quello che può accadere in questa Eucaristia mentre con fede ripetiamo anche noi: ‘resta con noi’.

Certo, si sentirà la loro mancanza fisica ma Pompea e Salvatore non lasciano un vuoto. Non sono passati invano nella vita dei loro cari come dei loro amici. Ecco perché non lasciano il vuoto ma segni del loro passaggio, diversi, unici per ciascuno e che ciascuno è chiamato a riportare alla memoria e a custodire gelosamente.

Oggi non vogliamo vivere questo momento come a misurare un vuoto ma a riconoscere tracce. Sono Pompea e Salvatore stessi a invitarci a farlo mentre ci ripetono: custodisci nel tuo cuore il seme dell’affetto e dell’amicizia che ci ha legati a te.

“La fede nella risurrezione ci dà la certezza che nulla va perduto della nostra vita:

nessun frammento di bontà e bellezza,

nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato,

nessuna lacrima e nessuna amicizia”.