Il fuori coro della fede – Giovedì XXIX del T.O.

fuocoLa pagina odierna del vangelo non respira più l’attesa del giorno del Signore ma la passione che vibra nel suo cuore. Potremmo anche dire che questa pagina vibra del fuoco della profezia. E la profezia ha sempre a che fare con la categoria del fuori coro. Categoria che facciamo fatica ad assumere perché il prezzo è troppo alto. Meglio accontentarsi di una sorta di aurea mediocritas che tanto caratterizza le nostre giornate.

Eppure il vangelo non abbassa il tiro. La categoria del fuori coro va immessa persino in quell’ambito privilegiato degli affetti da tutti ritenuto luogo privilegiato della pace. E questo non per fare i bastian contrari a tutti i costi e comunque. Motivo del cantare fuori dal coro è lui, il Signore. Quando assumi un modo evangelico di intendere la vita non può non esserci la rottura, la divisione. Gli equilibri si rompono: ma su che cosa erano fondati? Non erano forse dovuti a una tacita convenienza, a un sottaciuto lasciar fare?

Abbiamo forse per troppo tempo ritenuto che la scelta evangelica di vita potesse tenere insieme un po’ tutte le cose: per Gesù non sembra così. Scegliere di stare dalla sua parte non è imparziale. Perché egli non è imparziale: ha scelto e ha manifestato a prezzo del suo sangue da che parte si è posto nella vita. Là dove anche gli uomini della religione si facevano conniventi con un sistema che perpetrava l’ingiustizia, egli si è messo dalla parte dei piccoli, dei diseredati al punto da essere questi i primi destinatari del suo annuncio. Dirà addirittura che questi sono i privilegiati del regno.

È un vangelo della spada quello odierno: non nel senso che miete vittime ma nel senso che penetra ‘fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito’. Quella del Signore è una parola incandescente, è una spada che taglia.

Aver fede, allora, non è un semplice modo per mettersi a posto la coscienza, ma abbracciare uno stile di vita, personale e sociale. È un modo per tenere desta la coscienza di fronte agli interrogativi che sorgono dal cuore dell’uomo nella precisa volontà di farsene carico e prendersene cura.

In questo senso possiamo persino parlare di una contestazione della fede: non può restare muta di fronte a ciò che non è secondo il vangelo. C’è poi anche una contestazione della fede intesa come costosa purificazione personale in senso evangelico. E c’è inoltre una contestazione della fede che il mondo esterno a noi rende al nostro modo di stare nella vita. C’è tutto un mondo, a volte anzitutto dentro di noi, che non sopporta la vista e la vita di chi non è simile a sé.

Diventare conformi all’immagine del Figlio (Rm 8,29) è una possibilità a tutti offerta ma ad alto prezzo perché comporta la morte del nostro io senza fede, senza speranza, senza carità.

Il discepolo è sempre figlio e custode di una sorta di divisione che accade dentro di lui tra il trattenersi e l’esporsi.

Una divisione che Gesù per primo ha sperimentato dentro di sé fin da subito, quando ancora ragazzo comincia a staccarsi dai suoi per ribadire che altre cose gli stavano a cuore: “non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ancora diviso quando lascia la tranquillità di Nazaret per raggiungere il deserto; e poi diviso quando rivolto ai discepoli chiese: “Forse anche voi volete andarvene?”; diviso, inoltre, da Pietro che avrebbe voluto allontanarlo dalla strada intrapresa: “Vattene, lontano da me, Satana”; e poi diviso da scribi e farisei che avrebbero voluto attutire la portata della sua proposta; diviso, infine, da se stesso quando nel Getsemani, ripete: “Non la mia, ma la tua volontà sia fatta”.

La proposta evangelica crea sempre una divisione rispetto alla ricerca di una vita al riparo.

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