All’erta – Mercoledì della XXIX del T.O.

scrutareIl brano di Lc respira e misura l’attesa del giorno del Signore.

E vorrei cominciare con una domanda, che rivolgo prima di tutto a me stesso: c’è nella mia vita questa attesa? Mi fa ancora vibrare questa attesa?

Se siamo sinceri, dobbiamo confessare a noi stessi, che questa attesa della venuta di Gesù si è come scolorita o forse è quasi ininfluente sul resto della nostra vita.

C’è un rischio, quello di non attendere più il Signore. È il rischio che normalmente si corre dentro le stagioni della sazietà, dello stupidirsi, dell’indifferenza.

Forse anche noi credenti abbiamo ceduto a un modo diffuso di pensare la storia come un tempo in cui le cose sono sempre uguali, e non ci sarà mai una vera sorpresa, una svolta veramente decisiva, le cose sono così, andranno sempre così e finiranno così, “un infinito cattivo”. Un realismo fondamentalmente pessimista, a volte suffragato, tristemente, dalle nostre speranze andate deluse. È la scomparsa dall’orizzonte.

Eppure ancora una volta il Signore custodisce per noi una lieta notizia: Il Figlio dell’uomo viene…cioè mantiene la parola. Mi fa sempre pensare, e mi commuove, questo Dio che viene. Viene. Non si tira indietro. E avrebbe mille e una ragione per non venire, per tirarsi indietro. Lui viene, non cambia strada e ancora cammina verso di noi, fedele alla sua promessa. Noi, invece, siamo gente che cambia strada. Indietreggiamo. Torniamo indietro. E ci vuole poco per farci cambiare strada. Basta poco per cancellare dalla nostra memoria il volto di Dio. O il volto dell’altro.

Mi fa anche pensare, oltre il fatto che lui continui a venire, il come lui venga: all’improvviso, nell’ora che non pensate. E il riferimento non è alla morte, anzitutto, ma a tutte quelle occasioni che egli stesso ci offre e che, se viviamo distratti possiamo non vedere o ritenere irrilevanti, mentre invece sono occasioni dalle conseguenze incalcolabili e da afferrare con prontezza.

Mi fa pensare che la chiesa ce lo ricordi ogni anno. A memoria. Che lui viene così. Perché noi siamo perennemente nella tentazione di cambiargli i connotati.

Mentre il Signore non cessa di venire nell’umiltà: c’è ancora, è ancora onorata l’umiltà? Viene nel segno della mitezza: c’è ancora, è ancora onorata, la mitezza? Viene come uno che non celebra la sua divinità, come uno che non difende la sua divinità. Se mai difende la giustizia, la libertà di tutti, il sogno di Dio che è custodito nel volto di tutti.

Una venuta, la sua, nascosta nell’umile carne di un uomo, di un uomo che non può vantare di essere nato, che so io, in una grande città, nel circolo dei raffinati. Tant’è che qualcuno, molto acculturato, diceva: “Ma che cosa può venire di buono da Nazaret?”. Perché c’è sempre qualcuno che sa che cosa è buono e che cosa non è buono, e da dove deve venire ciò che è realmente buono. Per costoro era come se non fosse venuto. E può succedere anche a me.

Non è così ovvio che noi seguiamo Gesù sulla via dell’umiltà e della mitezza, che la chiesa non demorda da questa scelta. Anzi, se ascoltate con attenzione e con spirito critico certi discorsi che oggi sono nell’aria, vi sembrerà quasi di intuire che i nostri ambienti ecclesiastici sono sul punto di correggere il tiro, quasi fosse un’esagerazione l’essere chiesa nel modo di Gesù. No, bisogna avere un potere, contare. Dentro una società abbagliata di vincenti essere anche noi dei vincenti. Come se dicessimo: su via, Gesù ha un po’ esagerato, correggiamo il tiro.

Vigilare non significa dunque spadroneggiare. La casa non è tua, ti è stata affidata, ritornerà il Signore. Non sei tu il modello, lontana da te questa presunzione. Il modello è quello che Dio ha chiuso in ciascuno di noi, fa’ fiorire quel modello.

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