Chi è dunque costui? – Giovedì XXV del T.O.

erodeChi è dunque costui? È la domanda che affiora da ogni incontro che il vangelo riporta. Se la pongono i discepoli quando sono confrontati con alcuni tratti del loro maestro che sfuggono immediatamente alla loro comprensione. Se la pone la folla quando si trova beneficiaria di gesti che risanano ferite e soddisfano la fame o di parole che lasciano intravedere un nuovo modo di guardare le cose. Se l’era posta lo stesso Giovanni Battista allorquando sembrava che Gesù non confermasse le sue aspettative.

A ripercorrere il vangelo, si scopre non solo che non univoco è il modo in cui ci si pone questa medesima domanda: Chi è dunque costui?, ma gli esiti non sono gli stessi.

Anche Erode se la pone animato com’è da un atteggiamento di curiosità che tuttavia non gli consente di essere introdotto alla comprensione profonda di quell’uomo di cui sente dire determinate cose. Non basta essere curiosi perché si creino le condizioni di un vero incontro tra lui e Gesù. Lo sappiamo anche per ciò che concerne i nostri rapporti.

Cercava di vederlo… è il bisogno di esercitare il controllo, di far sì che nulla sfugga alla nostra presa. Erode proprio non ci sta. Io non ci sto quando qualcosa attenta il mio delirio di onnipotenza. Erode, infatti, mi impersona non poco: accade anche di ritrovarmi a fare domande e, tuttavia, a darmi io stesso le risposte. Più tardi un altro uomo cercherà di vedere chi fosse Gesù, Zaccheo. Ma quale differenza tra il desiderio di vedere dell’uno e l’interesse dell’altro. Grondano ancora sangue le mani di colui che vorrebbe vedere Gesù e che più tardi Gesù stesso definirà volpe.

Quando la realtà eccede – vedi il caso di Giovanni – Erode non ci sta e per questo decapita, annienta, distrugge. Quando appare qualcuno simile a chi gli tormentava la coscienza, si chiede chi possa essere questo nuovo nemico che gli sta alle calcagna.

Più tardi durante la passione avrà modo di guardarlo da vicino ma si tratterà di un guardare incapace di vedere, incapace cioè di cogliere ciò che animava quell’uomo che aveva davanti a sé (accade anche a noi di vedere senza comprendere). In quella circostanza lo tratterà addirittura come un oggetto, gli chiederà di soddisfare il suo bisogno di vedere un miracolo, qualcosa di cui poter disporre a suo piacimento. Gesù gli starà davanti all’alba del venerdì santo ma Erode non riceverà alcuna risposta (cfr. Lc 23,9) perché il suo era solo un prurito di novità, non già segno di una disponibilità a rinnovarsi. Voleva prodigi non la salvezza, per questo pur incrociandolo non lo incontrerà.

È intrigato da quell’uomo Erode ma non riesce ad andare oltre il “si dice”, oltre la chiacchiera, la diceria. Non riesce a scendere dal trono delle sue supposizioni per fare il passo di andare incontro all’altro. In questo riproduce non poco i tratti di suo padre quando manderà i magi a controllare chiedendo loro di tenerlo aggiornato. È l’atteggiamento di chi è informato sui fatti ma non coinvolto più di tanto.

Erode, tuttavia, intuisce che l’approccio a Gesù non può essere quello di rileggerlo secondo categorie passate come invece alcuni facevano scambiandolo per Giovanni o per uno degli antichi profeti. Gesù – come ogni uomo, del resto – va letto a partire dal suo presente, dal qui e ora. Quelli che potevano essere i criteri familiari di un passato risultano criteri insufficienti. Erode vorrebbe farlo ma senza la disponibilità ad accoglierlo per come Gesù si rivela. Non gli interessa Gesù ma l’alone che lo circonda e di cui vorrebbe impossessarsi. Erode teme che Gesù offuschi la sua personalità facendolo passare in secondo piano. È ancora una volta preoccupato dell’esercizio del suo potere, proprio come suo padre, un potere che la gente sembra accordare in termini di popolarità a quel Maestro di Galilea.

Erode è figura di chi ha una reale difficoltà a incontrare e a lasciarsi incontrare, per questo si ritrova in uno stato di confusione che altalena tra il non sapere cosa pensare e il cercare di vedere.

E io perché cerco il Signore? Chi è costui per me?

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