Dimmi chi guardi e ti dirò chi sei – Stimmate di San Francesco

stimmateVogliamo che la parabola della vicenda di Francesco parli anche alla nostra vita. La sentiamo come una sfida forte e avvincente per la nostra stessa esperienza di fede.

Quello che accade a La Verna esprime in modo visibile e definitivo una tensione che ha costantemente abitato il cuore di Francesco, il desiderio cioè di seguire Gesù e di configurarsi a lui povero e crocifisso.

I segni della passione nel suo corpo sono il segno visibile di questa profonda aspirazione: Francesco resta fondamentalmente un povero, un uomo cioè che vive di fiducia ed è totalmente abbandonato in Dio, uno che non fa calcoli e non cerca sicurezze sue, né in ciò che ha, né in ciò che è, né in ciò che sa, ma tutto riceve dal Padre e a Lui si affida totalmente.

Questa passione del cuore non è senza una lotta e una sofferenza profonde: Francesco arriva a La Verna portandosi dentro tanti dubbi su di sé, sull’autenticità della via che andava tracciando, sull’ordine, sulle scelte fatte, sul futuro.

Inoltre Francesco non si trova già in questa condizione di abbandono, ma la raggiunge e la accoglie come dono di grazia. Come Gesù, anche Francesco si lascia guidare dalla ricerca della volontà del Padre e progressivamente viene condotto al dono totale di sé, cioè verso l’esperienza della croce: “Padre… non come voglio io, ma come vuoi tu!”. Sta qui il senso delle stigmate, cioè il rendersi visibile esternamente di ciò che è avvenuto nel cuore.

In questo luogo Francesco ci ripete con più forza le parole di quel Salmo che dice: “Guardate a lui e sarete raggianti. Non saranno confusi i vostri volti” (Sal 33,6).

Francesco è certamente un volto luminoso. Una luminosità, la sua, che irraggia dal di dentro. L’irraggiamento, infatti, quello vero, è dal di dentro o meglio prende origine da ciò che i tuoi occhi amano contemplare: dimmi chi guardi e ti dirò chi sei.

Se i tuoi occhi fissano il fuoco che arde, nei tuoi occhi riscontrerò il riflesso di quel fuoco, ma se i tuoi occhi si perdono nella terra del nulla, in te correrò il rischio di trovare solo grigiore. Quanti volti, anche oggi, pure illuminati dall’esterno nell’illusione di renderli raggianti, di fatto rimangono di un vuoto desolante, come una casa spenta.

“Guardate a lui e sarete raggianti…”. Forse ci verrebbe da obiettare: come è possibile continuare a scorgere dei tratti di bellezza in un uomo percosso, umiliato, crocifisso? Difficilmente noi associamo bellezza e splendore a ciò che dice sfigurazione, quotidianità, normalità. E perciò finiamo per cercare Dio nei luoghi sbagliati. I discepoli sul Tabor esclameranno di fronte allo spettacolo di luce: “è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende”. Eppure Gesù invita a scendere: dà appuntamento in un altro luogo. Sulla croce Dio si manifesta pienamente: lì è dato contemplare la bellezza. Invitando a guardare la croce come luogo di irraggiamento, bisogna precisare, che non è la Croce in sé da amare, ma il gesto di donazione che la illumina. Gesù non ha mai insegnato che è la sofferenza in se stessa da amare.

“Guardate a lui…”. Noi cerchiamo segni, ma il segno di Dio è nascosto in quell’uomo apparentemente normale. E cerchiamo altrove, guardiamo altrove.

Cercare i segni o leggere i segni? Sta qui lo spartiacque del problema.

Leggere i segni. Non sarà che, malati come siamo dell’eccezionalità, diventiamo sempre più analfabeti della vita di ogni giorno?

E dove dovrò guardare a lui? “Là dove ci si trova”.

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