L’amore che osa – Giovedì XXIV del T.O.

peccatrice‘…una peccatrice di quella città… portò un vaso di profumo’…
Almeno la decenza…. Immagino lo sconcerto quel giorno in casa di Simone il fariseo. Pover’uomo. Come dargli torto? Bisognava salvare almeno la decenza. E, invece, a quanto risulta dal testo evangelico, manco quella.
Come ci rappresenta tutti Simone il fariseo! Simone incarna uno stile di vita ineccepibile, scrupoloso, osservante com’era. E tuttavia era un uomo freddo, pieno di sé, incapace di amare, pago della sua autosufficienza. Sì, certo, è anche un uomo perbene, composto. Tanto non si scompone che anche quando è sollecitato da Gesù a dire la sua risponde come una educanda dei migliori collegi di suore: Suppongo… La risposta era evidente, ma guai a sbilanciarsi. Una vita senza infamia e senza lode. Simone traduce un mondo chiuso, tradizionale, quello di chi tutto misura a partire dal suo schema di pensiero: davanti a sé ha una donna ed egli sa di chi si tratta, si tratta di una peccatrice. Schedata per sempre. Nulla da spartire con gente come quella donna.
Quella donna, invece, non ha neanche un nome: forse potrebbe avere il mio, il tuo. Anch’essa sa bene chi è e pur provando un immenso dolore per una esistenza in cui più volte ha mancato il bersaglio (peccare, infatti, nella Scrittura equivale a non fare centro) non è schiacciata da quel dolore. Alla consapevolezza del suo errore si accompagna un altro tipo di consapevolezza: sa che quel Gesù è venuto proprio per lei. Lo aveva appena detto: non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati… (Lc 5,31). E lei lo aveva colto.
Alla compostezza di Simone fa riscontro l’atteggiamento scomposto della donna che si abbandona al pianto, ai capelli sciolti, ai baci, al profumo, alla lavanda dei piedi. È la scompostezza di chi sa di essere amato e perdonato, quella di chi sa che la fede non è questione di osservanza ma di umanità che si scioglie, tanto da osare i gesti della confidenza e dell’intimità. È la scompostezza dell’amore appassionato e riconoscente. I suoi sono i gesti della contrizione e della lode, quelli che hanno come risonanza la parola del Signore: i tuoi peccati sono perdonati.
In quella scompostezza lo sguardo di Gesù non legge qualcosa di fuori luogo bensì il desiderio di un riscatto, la possibilità di riprendere a vivere. In quei gesti forse equivoci e maldestri, lo sguardo di Gesù coglie la fede e l’amore di quella donna.
C’è una cosa che fa la differenza tra la donna e Simone: i peccati che pure ha commesso – e ne è consapevole – non hanno impedito alla donna di amare fino a commuoversi; l’osservanza della legge, invece, ha convinto Simone di essere nel giusto ma assolutamente incapace di aprirsi a ciò di cui ha bisogno l’altro che ha di fronte a sé. Di fronte all’incredibile misericordia di Dio la mentalità di Simone è inadeguata: quella donna è letta solo a partire da ciò che ha compiuto prima di entrare in quella casa. Gesù, invece, la guarda per quello che sta facendo ora e per quello che ancora ella potrà diventare. Simone è fermo sul passato mentre a Gesù interessa il presente e il futuro.
Interrogato a proposito del racconto della parabola Simone, pur rispondendo correttamente, non si lascia affatto sfiorare dal messaggio che essa contiene. Se lo avesse fatto avrebbe dovuto concludere che l’essere un osservante scrupoloso della legge non gli garantiva nulla perché anch’egli – tanto quanto la donna – era bisognoso di perdono gratuito. Simone ne resta fuori tanto è vero che Gesù continua sì a parlare con lui ma il suo sguardo si posa sulla donna. A Simone, a questo punto, volge le spalle: infatti, il mistero di un volto pieno di misericordia rimane nascosto per chi pensa di non aver bisogno di perdono. Il ritenersi a posto e l’esprimere giudizi sugli errori altrui, ottiene come risultato lo stare nella vita limitandosi a guardare la schiena di Gesù.

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