Vie di misericordia – XXIII domenica del T.O.

Come stai nella vita, nelle relazioni? Con che sguardo, con quale atteggiamento? Come stai di fronte a chi ha sbagliato? Quando e come intervenire? Con l’atteggiamento di chi sa custodire l’altro che gli è affidato o con animo spadroneggiante? Che cosa può far sì che noi passiamo da una “folla di solitudini” a una “comunione di volti e di storie”? Trovo siano queste le domande che emergono dalle pagine che la liturgia ci ha appena consegnato.

Respiriamo rivalità in ogni forma di convivenza: non ne è esente neanche la comunità cristiana (per non parlare, poi, di quelle religiose all’interno delle quali ci si vanta di essere fratelli e sorelle). Più che la dedizione prevale la competizione. Il bene altrui non è per noi fonte di gioia ma di invidia e perciò finiamo per ostacolarlo invece di promuoverlo, di custodirlo e di metterlo in luce. La gioia dell’altro è un’ombra per noi, la sua riuscita è letta come un nostro uscire di scena. Il male dell’altro è occasione perché ci si faccia da parte. Il pericolo in cui l’altro versa non è affatto motivo per aiutare a superarlo. Siamo ridiventati homo homini lupus, come sosteneva il filosofo Hobbes.

Eppure, l’antico profeta Ezechiele ci ricorda che ciascuno è costituito sentinella. Compito della sentinella è stare sulla breccia per discernere ciò che sopraggiunge all’orizzonte e aiutare l’altro a valutare i passi da compiere. Ezechiele, in tempo di esilio, doveva richiamare l’inconsistenza e l’illusorietà delle speranze del suo popolo. Non era certo un compito facile.

Gesù aveva appena detto che “volontà del Padre è che nessuno dei piccoli si perda”. Aveva sognato così la comunità dei discepoli: un luogo di fraternità in cui non c’è situazione faticosa che non possa essere affrontata con rispetto e delicatezza. Pensata come una esperienza di comunione in cui ci si ascolta e si parla con ponderazione, in cui ciascuno sa di poter contare sull’altro, un’esperienza in cui esprimere la condivisione in ogni situazione. Aveva fatto della qualità delle relazioni tra i membri della comunità, il segno per eccellenza della presenza del Signore nella storia degli uomini: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). E perché questo potesse essere compiuto era necessario che allo stile del giudizio si sostituisse quello del portare l’altro con la sua storia e con i suoi aspetti di limite, consapevoli che solo l’amore (che non ha nulla a che fare con la negazione del male) può riscattare le zone d’ombra presenti in lui. Questo il sogno del Maestro!

E noi? Cosa ne abbiamo fatto di questo sogno? Altre logiche stabiliscono itinerari e procedure, logiche tanto distanti dal Vangelo: logiche di potere e di efficienza, logiche di esclusione.

Al cuore dell’altro, ripete Gesù, ci arrivi solo attraverso una via di misericordia che privilegia anzitutto l’a tu per tu. Certo – lo riconosciamo – è molto più istintivo parlare/sparlare dell’altro che parlare all’altro. Quante volte tutti sanno senza che alcuno abbia parlato all’interessato? La Scrittura definisce questo stile come mormorazione. Molto più spontaneo reagire in maniera offensiva che scegliere di dialogare cuore a cuore. Non poche volte sto di fronte all’altro con disappunto, con insofferenza e perciò con giudizio. Gli antichi padri del deserto sostenevano fosse possibile farsi carico del male dell’altro solo se si è in stato di dolcezza. Quando questo non ci appartiene non faccio che trasmettere uno stato d’animo alterato che non può non innescare reazioni negative.

Dobbiamo pure riconoscere che talvolta vorremmo intervenire nei confronti dell’altro con la presunzione di chi vuol imporre il suo punto di vista o con l’insofferenza verso quanto di diverso l’altro ci rimanda.

Niente mormorazioni, dunque, niente discorsi tenuti alle spalle dell’altro, ma assunzione trasparente delle proprie responsabilità.

Niente giudizi sommari pronunciati in modo implacabile ma un confronto che permetta all’altro di dirsi.

Perché l’altro possa essere guadagnato è necessario che la relazione sia coltivata continuamente: imparare a incrociare più spesso la strada della vita dell’altro.

Chissà perché Gesù chiamerà i suoi discepoli “miei fratelli” (Gv 20.17), solo dopo la Pasqua, solo dopo aver pagato di persona pur di non venir meno a quel vincolo di fraternità!

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