Un non uomo – Sabato XVII del T.O.

erode2Quando si ha una coscienza cattiva accade, talvolta, di non riuscire ad avere un rapporto sereno con il reale: esso viene o ingigantito o minimizzato. Era accaduto anche ad Erode: concentrato com’era su se stesso, non era in grado di leggere le cose nella giusta luce. Tutto era visto come una limitazione del proprio potere. Non accettava che la scena gli fosse sottratta. E perciò, di fronte a Gesù che manifesta segni tangibili di autenticità e di forza, la sua iniquità emerge in tutta la sua verità come un vicolo senza via di scampo. Aveva creduto di poter dormire sonni tranquilli quando, finalmente, era stata messa a tacere la voce scomoda di Giovanni Battista. E, invece, proprio la sua scomparsa si era manifesta come un vero e proprio incubo. Per chi ha mani che grondano sangue, la tomba del proprio rivale non è mai l’ultima parola sulla sua esistenza: la paura, infatti, fa risuscitare continuamente chi era ormai ritenuto morto. “Il male è accovacciato alla tua porta” aveva sapientemente annotato il libro della Genesi. La morte del Battista che, pure, egli avrebbe voluto salvare se solo avesse accettato di non cedere alle lusinghe di una donna, non gli aveva insegnato nulla.

Erode si ritrova preda del terrore, perseguitato dal fantasma del Battista. Il rimorso e il rammarico, uniti al senso di colpa che lo attanagliava, avevano finito per braccare un uomo che si riteneva padrone indiscusso della propria e dell’altrui sorte. Erode, in realtà, è soltanto un non-uomo. È stupito di ciò che sente dire perché vorrebbe poter disporre della stessa capacità di fare prodigi attribuita a Gesù. Non ha capito, invece, che la grandezza di un uomo non è data dai miracoli che egli compie ma dalla disponibilità a rimanere fedele a se stesso, ad ogni costo. Non essendo capace di questo, pur ricoprendo il ruolo di re, è vittima delle sue illusioni e delle sue paure.

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