Lasciare – Martedì della XVII del T.O.

Sulle rive del fiume Giordano era stato annunciato come il Messia della separazione e della purificazione: finalmente stava per venire colui che avrebbe pulito l’aia dalla pula, avrebbe posto la scure alla radice. Giovanni Battista si faceva interprete di una attesa che era di tutta una fascia di persone che coltivava la pretesa di costruire un popolo santo di fedeli osservanti della Legge. Viene il Messia, nulla di tutto questo. Anzi! Sembra vada nella direzione opposta rispetto alle attese del popolo e dello stesso Giovanni che gli manderà addirittura a chiedere, scandalizzato com’era: sei tu colui che deve venire o dobbiamo attendere un altro?

Non apparterranno a Gesù i verbi suggeriti da Giovanni. Ne coniugherà un altro: voce del verbo lasciare. Non il lasciare della rinuncia ma il permettere che l’altro sia. Lasciare: il verbo del mite, colui che lascia che l’altro sia. Verbo che a fatica sentiamo nostro soprattutto quando si tratta di qualcosa che non rientra nel nostro orizzonte interpretativo. Vorremmo continuamente porre linee di demarcazione tra il bene e il male, tra i buoni e i cattivi, tra chi è dei nostri e chi non lo è. Vorremmo finalmente che la comunità cristiana (soltanto questa?) sia un luogo di puri.

Appartiene anche a noi lo zelo dei discepoli che vorrebbero riconoscere l’evidenza del regno di Dio, che invece manterrà sempre la misura umile del granellino di senapa e del poco lievito in grado di far fermentare tutta la pasta. Ciò che ci manca è quello sguardo profetico che ci permette di riconoscere l’interminabile travaglio del suo regno, la sua continua gestazione.

La pagina evangelica, piuttosto, che parla della e alla vita ci restituisce un dato incontrovertibile: Ambiguo è il tempo – ogni tempo – che viviamo. E non solo fuori di noi ma anzitutto dentro di noi. Un’ambiguità che ci appartiene e ci accompagna. Perciò bando ad ogni sterile allarmismo oggi tanto frequente anche sulle nostre labbra come se tutto dipendesse solo ed esclusivamente da noi, rimasti gli ultimi strenui difensori della verità delle cose. Bando ad ogni fretta di voler finalmente situazioni chiare e distinte. A fronte dell’allarmismo e della fretta dei discepoli (vuoi che…?) la mitezza e l’indulgenza del Signore (lasciate…). A chi vorrebbe farsi prendere dalla smania di estirpare il Signore propone il far crescere…

Altro è lo sguardo di Dio sul mondo, sulla storia, su di me. Ed è questo sguardo che dobbiamo imparare a fare nostro ponendoci continuamente in ascolto della parola del vangelo, per non lasciarci guidare da disamine sul reale tanto sicure quanto sommarie.

Il problema non è stabilire ciò che è bene e ciò che è male e finalmente distinguerlo. A tema c’è piuttosto come stare in un tempo segnato inevitabilmente dalla presenza del male. È in questo tempo pure ambiguo, infatti, che il regno di Dio è già all’opera.

La prospettiva non è quella di costituire un gruppo di soli giusti ma stare con pazienza in questo tempo, nella consapevolezza che non è questa l’ora per giudicare e che non spetterà a noi il farlo. Il rischio di estirpare il grano con la zizzania è dietro l’angolo. Non è forse accaduto così con Gesù, grano estirpato perché non corrispondente alle aspettative separatiste di un gruppo?

Gesù non coniugherà mai i verbi della separazione ma quelli della prossimità a tal punto da essere annoverato tra gli empi. Osare la prossimità, rischiare la prossimità: ecco i verbi consegnati alle nostre comunità che volentieri prenderebbero le distanze. Rischiare la prossimità a tal punto da essere considerato amico dei pubblicani e dei peccatori. Così Gesù. Così l’invito evangelico. Perché nulla è mai del tutto perduto.

Ecco la dolce speranza che deve abitare il cuore dei discepoli, quella che deve far osare ancora la prossimità. Se il buon grano è buon grano non rischia affatto la contaminazione. A tema, semmai, è come essere buon grano. Il male non lo si combatte estirpandolo: lo si vince con il bene. Combattere il male, infatti, equivale ad usare le sue stesse armi. E ciò non è mai evangelico, anche se in gioco c’è un bene da difendere.

Lasciate…

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