La parola che basta – Sabato XII del T.O.

Ogni espressione religiosa ha sempre portato con sé la convinzione che Dio abbia diritto di cittadinanza solo all’interno di quel modo specifico di vivere la fede. Il popolo d’Israele (solo esso?) era caparbiamente convinto che Dio fosse rinchiuso all’interno di quel preciso territorio e per questo si riteneva popolo eletto chiamato ad essere luce di tutte le nazioni: come se fuori da quei confini ci fossero unicamente male e perdizione. Il confine dà sicurezza: dentro ci si sente protetti. Il confine, inoltre, può anche suscitare l’orgoglio di confronti che favoriscono istintivamente chi sta dentro.

Senz’altro, anche l’uomo Gesù è stato educato a questo modo di vedere le cose. Ben presto, tuttavia, e forse con non poca sorpresa, ha cominciato a comprendere che Dio abita dappertutto e che la sua azione e la sua presenza non sono circoscritte ai confini giudaici. Dio percorre ogni strada del mondo e nessun popolo è escluso dal suo amore. Ecco perché Gesù amerà pasticciare i confini, sfumare le frontiere. Gesù imparerà a sue spese che davvero il centro è il confine. È questo ciò di cui Gesù fa esperienza nell’incontro con il centurione pagano. Infatti, si accorge che quell’uomo nutre amore per il proprio servo, un amore tanto grande da indurlo a scendere la scala della dignità per chiedere un favore a un ebreo. Che cosa avrebbe potuto spingere quell’uomo a tanto se non l’amore? Quindi l’amore esiste anche fuori d’Israele, e se c’è amore, c’è Dio. Dio allora non è prerogativa gelosa di un solo popolo e non è appannaggio di una espressione culturale.

Il centurione che chiede a Gesù la guarigione si dimostra capace di fede in lui. Questo non è frutto soltanto della sua intuizione ma è dono dello Spirito. “Beato te, Simone… perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio…” (Mt 16,16-18). Il centurione ha goduto della stessa rivelazione fatta a Pietro: perciò Dio è all’opera anche fuori del popolo ebraico.
Né una società né una cultura aderiscono alla fede, ma una persona: l’offerta della fede, infatti, è proposta all’individuo.

Tra il servo e Gesù non c’è nessun contatto ma c’è una catena di relazioni che è profezia della sua guarigione: infatti, c’è il centurione, (in Lc ci sono i capi di Cafarnao), ci sono gli amici e, infine, Gesù. Il servo giunge alla guarigione attraverso una catena di solidarietà e di amicizia. L’amicizia, prima terapia dell’esistenza. La vita comincia a guarire solo quando è inserita in legami di fiducia: verso altri, ed è amicizia, verso Dio, ed è fede. Sappiamo bene che l’antidoto di legami di fiducia è il sistema del sospetto e la cultura della diffidenza.

A cercare Gesù non è un seguace della Legge, un figlio di Abramo, ma un pagano. Un uomo circondato da amici perché ama. Appare subito un uomo capace di fiducia negli altri: “ama il nostro popolo”. Uno che costruisce templi per altre religioni. Un uomo che viene letto a partire dalla sua capacità relazionale: quasi scompare dietro le sue belle relazioni umane. È verosimile che su questa fiducia iniziale si innesti la fiducia in Gesù. Si tratta di un uomo che crede attraverso la parola di altri.

Secondo il centurione non c’è nemmeno bisogno che Gesù veda il suo servo: basta solo una sua parola a guarirlo. Nel centurione Dio semina luci inattese e feconda un terreno diverso da quello che sarebbe in linea di principio il privilegiato e, dunque, il più adatto, la terra promessa, appunto. Ma l’orizzonte di Dio si manifesta subito più largo di quello di una religione o di una istituzione che credono di contenerlo al loro interno.
All’opera di Dio ben corrisponde la fede del centurione la quale si manifesta come un affidarsi a Gesù, un mettersi nelle sue mani, come sa fare chi ha dimestichezza con le relazioni umane. Egli non si scoraggia di fronte ad un mondo che non è il suo: se Dio è Dio – ecco come ragione quel soldato – non può essere di parte, non può fare preferenze di persone. Ecco cosa è capace di suscitare lo Spirito: mette in movimento persone e situazioni che diventano infinite possibilità di dialogo tra credenti e cercatori di Dio nel nostro tempo.
Il centurione emerge anche come figura di uomo che conosce bene il suo mondo. È attento alle situazioni e per questo non gli sfugge che nei paraggi si aggira l’uomo che parla di Dio mettendone in atto i gesti di salvezza. Stando a quello che attesta Lc 7,3 gli basta averne sentito parlare per mandargli a dire il suo dolore e la sua fiducia. La fede di quest’uomo non si fonda certo su una dottrina che, peraltro, non conosce, ma su una persona di cui ha sentito parlare bene. Riconosce che quell’uomo è affidabile. E tanto basta.

‘Signore, io non sono degno…’

In ogni eucaristia è un pagano a imprestarci le parole per avere accesso al mistero di Dio. La fede di uno di fuori ci dice il metro a partire dal quale accostarci a Dio.
Le parole del centurione che ripetiamo mentre stiamo andando a ricevere la comunione ci ricordano con quale atteggiamento possiamo accedere a quella mensa: come poveri che tendono la mano per accogliere un dono immenso che non si sono meritato, come discepoli che aprono la loro esistenza ad una parola che ha il potere di trasformare la vita.
‘in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!’

Le uniche due volte in cui elogia espressamente la fede di qualcuno, questo qualcuno non appartiene alla cerchia dei discepoli, ma è uno straniero, fuori dai confini d’Israele: “Donna, davvero grande è la tua fede!” (Mt 15,28). Lo stupore di Gesù in questo caso è l’opposto di quello che aveva vissuto a Nazaret presso i suoi concittadini: e si meravigliava della loro incredulità (Mc 6,6).

L’ammirazione di Gesù è dovuta anche al fatto che quest’uomo sa trovare le parole giuste per esprimere la fede e lo fa con parole che provengono dalla sua esperienza quotidiana. Fa uso di una parabola: analizzando i rapporti quotidiani tra gli uomini, egli intuisce qualcosa di ciò che riguarda il rapporto con Dio. Il centurione riconosce la forza di una parola da chi la pronuncia. Se quella di un centurione muove cento uomini, quella di Gesù può comandare anche alla malattia. Egli non pretende da Gesù la messa in atto dei rituali di guarigione, ma si affida unicamente alla potenza della sua sola.

C’è un passaggio del discorso del centurione che è sorprendente. Egli dice: ‘Anch’io infatti sono uomo sottoposto ad autorità e ho sotto di me dei soldati…’. Non dice: anch’io infatti esercito un’autorità. Sembra quasi che l’autorità che egli esercita sui suoi soldati gli venga dalla sua subordinazione nei confronti dell’autorità superiore. Gesù può esercitare la sua autorità perché totalmente obbediente al Padre: ecco il senso di quell’espressione.
A Gesù non interessa il fatto che quell’uomo sia un benefattore degli ebrei. A lui interessa che quel ‘lontano’ sia portatore di una fede straordinaria, una fede che non aveva bisogno neanche della presenza di Cristo in casa, ma si fidava della potenza della sua parola a distanza.

Noi ci diciamo credenti. Ora, credente non è un aggettivo, ma un participio presente. Vale a dire: è il credere che fa di noi dei credenti, se, quando e nella misura in cui crediamo, nella misura in cui accogliamo in obbedienza la Parola di Dio e ci lasciamo guidare dallo Spirito.
L’essere credenti non è mai una apposizione fissa della persona (come essere bianco o di colore), tale per cui, qualunque cosa si faccia e si pensi, questa sia già (per il solo fatto che chi la compie è un battezzato che cerca di credere) una azione da credente, qualificata dalla fede.
Il credere è cosa molto delicata e si snatura subito quando diventa un vanto o qualcosa di cui appropriarsi come una identità culturale”.