La tua mano è il mio sostegno – 25 maggio – Preghiera personale e familiare

SUSSIDIO PER LA PREGHIERA PERSONALE  O FAMILIARE IN QUESTO TEMPO DI PROVA

25 maggio 2020 

(A cura di don Antonio Savone, Direttore Segreteria Pastorale Arcidiocesi di Potenza-Muro L.-Marsico N.)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? 

Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8.31.35.37)

Introduzione

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Il Signore è veramente risorto, alleluia.

Ed è apparso ai discepoli, alleluia.

Preghiamo

Venga su di noi, o Padre, la potenza dello Spirito Santo,
perché aderiamo pienamente alla tua volontà,
per testimoniarla con amore di figli.

Per Cristo nostro Signore. Amen

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Sal   67

 

Sorga Dio e siano dispersi i suoi nemici
e fuggano davanti a lui quelli che lo odiano.
Come si dissolve il fumo, tu li dissolvi;
come si scioglie la cera di fronte al fuoco,
periscono i malvagi davanti a Dio.

I giusti invece si rallegrano,
esultano davanti a Dio e cantano di gioia.
Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:
Signore è il suo nome.

Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri.

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Dal Vangelo secondo Giovanni (16,29-33)

In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».

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Adesso credete?

Sempre a rischio è la fede, mai scontata, non perdura se non è alimentata nel modo giusto. A volte possono permanere le forme della religione ma non quelle della fede. Possiamo celebrare riti, feste e può accadere che il nostro cuore sia lontano dal Signore e da ciò che egli desidera. È quanto di più grave ci possa accadere quando il culto esprime ciò che la vita smentisce. Proprio come i discepoli: celebrano l’ultima cena con il Maestro ma il loro cuore cova altro: uno lo tradisce, l’altro lo rinnega, tutti lo abbandonano. Eppure avevano celebrato la prima Eucaristia! Sempre a rischio la nostra fede, mai esente dalla eventualità di essere qualcosa di strumentale legata soltanto a quando la realtà conferma le nostre aspettative.

Lo attesta abbondantemente la vicenda degli apostoli: proprio mentre ostentano sicurezza e credono di aver capito chi è Gesù, proprio allora suona come una doccia fredda quella domanda da parte sua: ‘adesso credete?’. Nel momento in cui sono convinti di conoscere colui dietro il quale hanno giocato la loro esistenza, proprio quello è il momento della confusione e dello smarrimento, della dispersione, addirittura.

Ci sono frangenti, infatti, in cui è molto più facile ripiegare verso il privato, verso il “proprium” piuttosto che continuare un’esperienza di sequela che sembra smentire le proprie aspettative. E questo accade molto più spesso di quanto crediamo ad ogni livello. I nostri proclami non conoscono la tenuta di ciò che annunciano con tanta sicumera: ‘adesso crediamo’, quando cioè la vita, gli altri, il Signore, il marito, la moglie confermano ciò che noi pensavamo rispetto ad una determinata cosa. È quello che la psicologia chiama il principio di piacere; tuttavia, basta un nulla per rivelarne la loro inconsistenza: è il principio di realtà. Quando la realtà è difforme, tutto crolla, tutto sfuma, tutto svanisce: la fede viene meno, l’amicizia tradita, l’amore rifiutato. Le migliori dichiarazioni d’amore conoscono spesso la solenne smentita quando appunto si tratta di scegliere tra me e l’altro, tra la mia sicurezza e la sua, tra la mia sopravvivenza e la sua. La nostra vita, il nostro cammino di crescita è un continuo imparare dal principio di piacere al principio di realtà.

E, tuttavia, Gesù restituisce agli apostoli di allora e ai discepoli di ogni tempo un’altra chiave di lettura: ‘ma io non sono solo, il Padre è con me’. L’ora dell’abbandono da parte di tutti coincide con una presenza e una compagnia da parte del Padre che si traduce in capacità di perseverare fino in fondo anche a costo della stessa vita. Riconoscere che il Padre è con me non vuol dire essere preservati dall’ora della prova; vuol dire, invece, attraversare la prova contando sulla sua compagnia.

Viene per tutti l’ora – e, talvolta, non una volta soltanto, – in cui siamo chiamati ad esprimere ciò che davvero portiamo nel cuore. Il Signore Gesù, proprio quando attraversa quest’ora, attesta che c’è un legame molto più forte ed è la sua relazione con il Padre.

La pace non viene da noi, come non viene da nessun altro. Viene dal nostro rapporto con il Signore ed è una pace che permane anche quando tutto attorno a noi porta i toni della prova. Solo chi ha trovato casa presso Dio è in grado di essere una casa per altri.

Ho avuto modo di toccare con mano questa esperienza anni fa, quando all’improvviso mancò mio cognato. In quella circostanza, mia sorella Rosetta (mancata anche lei qualche anno fa dando prova di grande fede), rivolta al Crocifisso che era posto sulla bara, ebbe a dire: ‘Signore, io so di poter vivere questo momento perché tu lo hai vissuto prima di me e ora lo vivi con me’. Ecco il senso di quell’’io non sono solo’.

(don Antonio Savone)

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Riflessione mariana

25 Maggio

Prendere con sé Maria

È molto significativo che l’ultima consegna di Gesù sulla croce sia quella della Madre: Giovanni riceve la missione di avere Maria per madre. Il suo primo compito non è quello di andare ad annunciare il vangelo, ma di diventare figlio di Maria. Per lui e per tutti i discepoli è più importante essere credente che apostolo. È

Figlio, guarda: è tua madre. Figlio è un termine che indica stretta somiglianza con coloro dai quali è stato generato. Per questo Gesù dirà ai farisei: “Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo!”. Gesù stesso ha stabilito come principio di vita cristiana quello di prendere Maria come madre. Cosa può significare questo per noi?

Mi piace leggere Maria anzitutto come figura capace di stare nei cambiamenti. Quanti gliene sono stati chiesti! Prendere Maria come madre significa cogliere come stare nei passaggi. Anzitutto, mi pare, accettando di starci. Maria sceglie di stare nel passaggio. Cosa tutt’altro che scontata, sospinti come siamo a sognare qualcosa che non c’è più proprio mentre nuove situazioni incalzano.

Nei passaggi, ci direbbe Maria, è necessario scorgere ciò che è nascosto sotto le macerie che pure un’epoca di transizione può provocare.

Prendere Maria come madre significa poi riconoscere che anche la mia vita è annunciata, pensata da Dio che ci ha scelti prima della creazione del mondo. Perciò non temere, il Signore è con te. Ogni vita è annunciata e raggiunta da annunci che interpellano la mia libertà perché la Parola del Vangelo possa compiersi. La mia vita come l’unico luogo nel quale sia concesso al Vangelo di compiersi. E quando questo accade io divento dimora di Dio.

Significa, ancora, riconoscere che quella Parola mette in cammino. All’inizio, forse, un cammino alla ricerca di qualcuno da aiutare ma che poi diventa qualcuno con cui condividere il dono di cui si è gravidi. E questo secondo uno stile di attenzione premurosa e preveniente. Entrare nella casa significa entrare nei problemi. Lì si porta Cristo nella misura in cui si rimette in moto la gioia.

Prendere Maria come madre significa, inoltre, avere occhi, come lei, per tutte quelle situazioni in cui manca il vino simbolo dell’amore e perciò le relazioni sono come inceppate. Prendere Maria come madre significa assumerle, farsene carico perché non manchi il di più nella convivenza degli uomini.

Di nuovo significa accettare che il mistero di Gesù è più grande di te e che non puoi racchiuderlo nei tuoi schemi di comprensione. Quel figlio va oltre i propri modelli e crea smarrimento. Dio è diverso da come ce lo saremmo aspettati.

Ancora, significa riconoscere che proprio là dove un dolore vorrebbe invadere la tua esistenza, c’è ancora una maternità da esercitare, ci sono ancora delle vite da custodire, proteggere, far fiorire e amare.

Prendere Maria come madre significa prolungare nella propria esistenza il suo stile di vita. Anzitutto in relazione a Dio, con un atteggiamento di totale abbandono, accoglienza e fedeltà. Poi in relazione agli uomini, con un atteggiamento di scioltezza che si esprime nel canto e nel servizio che genera gioia e comunione.

Dicevamo di Maria e della categoria del cambiamento. Cosa c’è di più cambiamento di una situazione di morte, quando come madre perde il figlio unigenito ed è chiamata ad acconsentire a rileggere la sua vita non più a partire da una relazione che fino a quel momento strutturava la sua stessa identità? Sta nel cambiamento anche rispetto ad una prassi che stabiliva alla donna di andare in casa del maggiore della famiglia di origine. La sua capacità di stare nei passaggi la porterà a operare profondi cambiamenti fino alla fine, sempre sospinta dalla forza dello Spirito che a questo punto le dona di comprendere quella parola che il Figlio stesso aveva pronunciato un giorno: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?… Chi compie la volontà di Dio,  costui è mio fratello, sorella e madre».

L’ultimo mandato del Signore morente è quello di accogliere. Si accoglie ciò che viene riconosciuto come un dono. Ricevere l’ultimo mandato del Signore significa sperimentare la consapevolezza che nella vita tutto è grazia. Si accoglie per custodire, per promuovere l’altro in uno stile che dice condivisione di cammino.

Da quel momento il discepolo la prese nella sua casa, cioè tra le cose più care. Ci sia dato di vivere così la festa di Maria, Madre dei credenti.

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Preghiera a Maria

Madre della Bellezza, Regina del nostro popolo,

non c’è su tutta la terra una creatura simile a te,

per la bellezza del tuo volto e la saggezza delle tue parole.

Tu sei la vera opera d’arte che Dio ha potuto realizzare mediante il tuo sì ubbidiente.

Tu sei l’icona della Bellezza che è splendore della Bontà e della Verità.

Consola la debolezza degli anziani e degli infermi,

accompagna la fatica di chi è provato da questa grave emergenza sanitaria,

custodisci l’innocenza dei nostri ragazzi,

rendi tenace la speranza dei giovani,

tieni sempre acceso l’amore nelle nostre famiglie,

asciuga le lacrime delle coppie ferite,

illumina i passi dei genitori smarriti.

Purifica gli occhi dei Pastori con il collirio della memoria

che può rinverdire il sì degli inizi

e suscita la disponibilità di tanti giovani che, sul tuo esempio,

spendano la loro vita a servizio dei fratelli.

Rendi i responsabili della cosa pubblica capaci di operare con bontà e dedizione.

Insegnaci a custodire l’umiltà del cuore

perché siamo in grado di pronunciare parole vere.

Intercedi presso tuo Figlio

perché siano agili le nostre mani, affrettati i nostri passi e saldi i nostri cuori.

Amen.

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Regina Coeli

Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.

Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,

è risorto, come aveva promesso, alleluia.

Prega il Signore per noi, alleluia.

Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.

Amen.