La tua mano è il mio sostegno – 24 maggio – Preghiera personale e familiare

SUSSIDIO PER LA PREGHIERA PERSONALE  O FAMILIARE IN QUESTO TEMPO DI PROVA

24 maggio 2020 

(A cura di don Antonio Savone, Direttore Segreteria Pastorale Arcidiocesi di Potenza-Muro L.-Marsico N.)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? 

Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8.31.35.37)

Introduzione

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto.

O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò ch’è sviato.

Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna. Amen

Preghiamo

Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre,
per il mistero che celebra in questa liturgia di lode,
poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità
è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo,
viviamo nella speranza di raggiungere Cristo,
nostro capo, nella gloria.

Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

Sal 46

Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,
grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo.

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Dal Vangelo secondo Matteo (28,16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

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Se lo ami

“E ora che succede?”.

Ci sono momenti in cui con più realismo che in altre occasioni ci si ritrova a guardare al passato con un senso di disincanto. Ma c’è davvero qualcosa oltre questa vita? E se ci fossimo illusi? E se ci fossimo sbagliati? In alcuni frangenti ci pare quasi di aver vissuto invano alcune esperienze come sembra che invano abbiamo gioito di alcune presenze svanite all’improvviso.

Qualcosa di simile dovette essere ciò che provarono gli apostoli a Betania quando videro sottrarsi al loro sguardo quel Gesù dietro al quale avevano legato prima ancora che i loro passi, i loro progetti e i loro sogni.

È come se nel mistero dell’ascensione si rinnovasse la sofferenza provata il venerdì santo, con una differenza, però: in quella circostanza, infatti, per quanto il dolore fosse atroce c’era ancora un corpo da venerare e un luogo dove andare a versare le proprie lacrime. Ora non più. Paradossalmente sembrerebbe godere più plausibilità un corpo morto che una presenza non ben circoscrivibile. Per noi esiste solo ciò che si vede, ha consistenza solo ciò che è tangibile, è degno di fede ciò che è verificabile. Non è un caso che, quando non reggiamo l’assenza di Dio, non tardiamo a costruirci un idolo. L’idolo, infatti, è proprio ciò che emerge allorquando non si sopporta l’assenza o il silenzio di Dio. Storia di ieri, storia di sempre. Generazioni e generazioni hanno preferito ritrovarsi attorno a divinità frutto delle mani dell’uomo identificabili in una statua piuttosto che lasciarsi interpellare da un Dio che sembra intervenire a intermittenza e non secondo le nostre aspettative. Tema tutto ancora da frequentare quello del non crearsi immagine alcuna di Dio.

Quel giorno, a Betania ebbe inizio la vera e propria sfida per ogni credente: smettere di attendere inermi il ritorno annunciato e affrettarsi a scendere nella mischia. Non è il cielo da guardare ma la terra: d’ora in avanti ogni luogo può essere sede dell’appuntamento con Dio e ogni ora il tempo della grazia. Paolo lo incontrerà sulla via di Damasco mentre si accingeva a perseguitare i cristiani, Francesco d’Assisi lo riconoscerà nel Crocifisso di San Damiano, Teresa di Calcutta nel volto dei poveri: all’acqua della rivelazione di Dio ognuno ci arriva con la propria tazza.

A chi vorrebbe contrabbandare l’esistenza terrena come un’inutile fatica toccata all’uomo, l’Ascensione ripete che non c’è storia senza via d’uscita: tutto di noi ha un felice approdo sebbene la strada per giungervi talvolta sia l’equivalente di un tratturo. Con il mistero dell’Incarnazione prima e dell’Ascensione poi, Dio non è da cercare in un cielo distante ma nell’appartamento che è sul tuo pianerottolo. Ha scelto quello che oggi definiremmo “domicilio”, indirizzo temporaneo: la sua abitazione è la storia e il volto dell’altro. Non c’è terra in cui egli non abbia scelto di abitare e non c’è storia che non abbia scelto di fare sua. Forse comprendiamo meglio l’invito rivoltoci domenica scorsa da san Pietro quando ci spronava ad adorare Cristo nei nostri cuori e a rendere ragione della speranza che è in noi, con dolcezza e rispetto. Se avessimo questa disponibilità a riconoscere le tracce della presenza di Dio disseminate in ogni dove, tutto raccoglieremmo e accosteremmo come reliquia preziosa della sua presenza, l’intuizione come la capacità di mettersi in gioco, la gioia per un obiettivo raggiunto come la lacrima che scorre furtiva quando ci sembra di non avere più un motivo per andare avanti, la capacità di tenere fede agli impegni presi come l’inquietudine che sembra non trovare riposo alcuno. Tutto reliquia preziosa della sua presenza.

Nell’istante in cui se ne va, la terra non diventa un ostacolo nel vivere la nostra appartenenza al Signore. Anzi: proprio il rapporto con la terra, la passione o la superficialità con cui trattiamo le cose di ogni giorno, tradiscono la consapevolezza di essere fatti o meno per il cielo.

“E ora che succede?”

“Tocca a voi”.

(don Antonio Savone)

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Riflessione mariana

(facoltativa)

24 maggio

L’arte di alzarsi

“Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa”.

Dopo l’annuncio dell’angelo Maria avverte un bisogno tanto naturale quanto improcrastinabile di condividere ciò che le è stato dato di vivere.

Come vorrei che la Vergine si alzasse ancora e affrettasse i suoi passi verso di noi proprio come quando, rimasta sola dopo l’annuncio dell’angelo, li mosse verso i monti di Giuda o proprio come quando i nostri antenati ne invocarono il soccorso e per il suo materno intervento la nostra terra ricominciò a fiorire. Perché mai quella fretta? Non può comprenderlo chi non ha dimestichezza con le cose di Dio. Infatti, quando Dio parla non si può restare immobili su se stessi o sulle realtà già conosciute. O forse, c’è anche da riconoscere che quando restiamo inchiodati all’ovvio, al risaputo non c’è stato spazio per accogliere un vangelo nella nostra vita. Abbiamo già deciso di restare chiusi nei nostri assetti consolidati finendo per trasmettere chiacchiere e non lieti annunci. La chiacchiera, ahimè, è sempre mortifera, fa partorire vento. I doni ricevuti da Dio, invece, vanno condivisi affrontando la fatica del viaggio e l’ostilità della salita. Quando Dio tocca l’umanità le cose si mettono in movimento: “tocca i monti ed essi fumano”, spiega il Sal 104.

Quell’affrettarsi di Maria ci insegna uno stile che non finiremo mai di apprendere: incarnare, cioè, la capacità di correre senza essere di corsa. Maria si affretta per raggiungere ma poi resta circa tre mesi. Non è stato così anche per noi?

L’affrettarsi di Maria ci insegna l’arte del non perdere di vista la meta. Il rischio, infatti, è quello di fermarsi ai dettagli della strada. Verso che cosa sono incamminato? Che cosa seduce e blocca la mia attenzione? Che cosa trattiene i miei passi facendomi girare a vuoto?

L’arte del mettersi in viaggio per esprimere attenzione e disponibilità a servire è ciò che permetterà al Signore Gesù di farsi sentire e di farsi accogliere.

A metterla in moto verso la cugina Elisabetta è proprio ciò che portava in grembo. E chi portava in grembo se non un Dio pellegrino che continuamente anticipa gli uomini creando appuntamenti imprevisti? Nessuno l’aveva invitata eppure aveva intuito già tutto della persona e dell’opera di quel Dio che avrebbe dato alla luce.

Che Dio è quello che emerge dalla pagina della Visitazione? Un Dio che non tiene conto della nostra cronologia: nella sua storia e nel suo dinamismo sono coinvolte una ragazza giovanissima e un’anziana avanti negli anni. Un Dio che non esclude nessuno. Per mettersi al suo servizio c’è sempre modo, l’anagrafe non conta. È un Dio che toglie la vergogna di vedere la vita bloccata nell’impossibilità di un futuro. Quando lui passa nessuno ha motivo di abbassare lo sguardo. È un Dio che riscatta proprio chi per la sua condizione di impossibilità è costretto a vivere ai margini, persone di cui la storia di potere degli uomini vorrebbe volentieri fare a meno. È il Dio amante degli invisibili.

Quando Dio interviene non è soltanto una mano amica che asciuga le lacrime dai nostri volti, è piuttosto una spinta ad andare uscendo da quei luoghi tradizionali ed angusti in cui la vita è morta anzitempo. È il Dio che non genera autoreferenzialità ma mette a contatto storie, crea confronti, fa diventare l’uno consolazione per l’altro.

Se volessimo davvero comprendere il grado della nostra fede dovremmo rifarci proprio all’andare di Maria. Esso, infatti, ci dice cosa accade quando Dio ti visita: si diventa liberi dalla vergogna e da tutti quei pensieri maligni che rendono sterili le nostre giornate. Quando Dio ci fa grazia il segno più vero è l’estroversione, il non accontentarsi di un quotidiano fatto di tre o quattro cose. Chi davvero ha avuto la grazia di conoscere il Signore lo si nota da come guarda gli altri, da come li incontra, da come ne parla, da come li ascolta. Quando non sentiamo il bisogno di condividere il Dio che portiamo dentro c’è da dubitare che abbia mai conosciuto il Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

(don Antonio Savone)

Professione di fede

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Invocazioni

Oggi con Cristo che sale al Padre, anche la nostra umanità è penetrata nell’alto dei cieli. Rivolgiamo fiduciosi al Padre la nostra supplica.

Ascoltaci, o Signore.

Perché la Chiesa continui nel mondo la missione del suo Capo, Cristo risorto, e annunci a tutti i popoli la buona Novella. Noi ti preghiamo:

Perché i responsabili dei mezzi di comunicazione si pongano al servizio della pace e della giustizia e promuovano un’informazione che non faccia differenze di razza e di credo per il bene di tutti i popoli. Noi ti preghiamo:

Perché gli scrittori, i giornalisti e gli operatori della comunicazione nel raccontare il mondo che li circonda siano sempre attenti e rispettosi della verità e della dignità di ogni uomo. Noi ti preghiamo:

Perché ognuno usi con saggezza le nuove tecnologie che il progresso ha messo nelle nostre mani, per costruire una società dove primeggino il rispetto reciproco e il dialogo. Noi ti preghiamo:

Padre nostro, che sei nei cieli…

O Dio, che hai risuscitato Gesù dai morti e lo hai costituito Signore dell’universo, riconosci la sua voce nella nostra preghiera; dona ad ogni uomo di incontrarsi con lui e di cooperare all’avvento del tuo Regno. Per Cristo nostro Signore.

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Preghiera a Maria

Madre della Bellezza, Regina del nostro popolo,

non c’è su tutta la terra una creatura simile a te,

per la bellezza del tuo volto e la saggezza delle tue parole.

Tu sei la vera opera d’arte che Dio ha potuto realizzare mediante il tuo sì ubbidiente.

Tu sei l’icona della Bellezza che è splendore della Bontà e della Verità.

Consola la debolezza degli anziani e degli infermi,

accompagna la fatica di chi è provato da questa grave emergenza sanitaria,

custodisci l’innocenza dei nostri ragazzi,

rendi tenace la speranza dei giovani,

tieni sempre acceso l’amore nelle nostre famiglie,

asciuga le lacrime delle coppie ferite,

illumina i passi dei genitori smarriti.

Purifica gli occhi dei Pastori con il collirio della memoria

che può rinverdire il sì degli inizi

e suscita la disponibilità di tanti giovani che, sul tuo esempio,

spendano la loro vita a servizio dei fratelli.

Rendi i responsabili della cosa pubblica capaci di operare con bontà e dedizione.

Insegnaci a custodire l’umiltà del cuore

perché siamo in grado di pronunciare parole vere.

Intercedi presso tuo Figlio

perché siano agili le nostre mani, affrettati i nostri passi e saldi i nostri cuori.

Amen.

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Regina Coeli

Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.

Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,

è risorto, come aveva promesso, alleluia.

Prega il Signore per noi, alleluia.

Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.

Amen.