La tua mano è il mio sostegno – 16 maggio – Preghiera personale e familiare

SUSSIDIO PER LA PREGHIERA PERSONALE  O FAMILIARE IN QUESTO TEMPO DI PROVA

16  maggio 2020 

(A cura di don Antonio Savone, Direttore Segreteria Pastorale Arcidiocesi di Potenza-Muro L.-Marsico N.)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? 

Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8.31.35.37).

Introduzione

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.                    

Il Signore è veramente risorto, alleluia.

Ed è apparso ai discepoli, alleluia.

Preghiamo

Dio onnipotente ed eterno,
che nel battesimo ci hai comunicato la tua stessa vita,
fa’ che i tuoi figli,
rinati alla speranza dell’immortalità,
giungano con il tuo aiuto alla pienezza della gloria.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

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Sal 99

Acclamate al Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione.

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Dal Vangelo secondo Giovanni (15,18-21)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

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Le ragioni del vivere

La nostra storia ha una superficie e ha una profondità. La superficie della storia è quella che è sotto gli occhi di tutti, quello che ciascuno di noi registra nel suo accadere e che non sempre riesce a leggere oltre il mero fatto di cronaca; la profondità, invece, ci è svelata dalla parola di Dio la quale ci parla di uno scontro tra colui che l’Apocalisse chiama l’Accusatore e i discepoli del Signore Gesù. Uno scontro che accade anzitutto in ciascuno di noi prima ancora che fuori di noi. Su che cosa avviene lo scontro? Su una verità fondamentale. La vita cristiana, infatti, nasce e si invera a partire da una certezza: che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore con cui Dio ci ha amato in Cristo. In quella lotta ingaggiata in profondità c’è sempre qualcosa che vorrebbe strapparci via questa certezza e convincerci che così non è, convincerci che è inutile pensare la vita in termini di dono, infruttuoso pensarla in termini di fedeltà, inutile.

Perché il cristiano ingaggia quella lotta strenua? A motivo della sua appartenenza a Cristo che egli non vuole rinnegare anche a costo di morire. Con quella lotta egli testimonia ancora che l’uomo è più grande di tutti i poteri di questo mondo: egli si inginocchierà solo davanti al Signore. Il cristiano diventa così testimone del fatto che solo Gesù Cristo è il Signore e che l’uomo ha una dignità che è sovrana. Io da che parte sto? Quanto il bene dell’altro mi sta a cuore?

In tanti, ancora oggi, non si vergognano di proclamarsi discepoli di Gesù perché sanno che nulla deve essere anteposto alla fedeltà al loro Maestro. In un contesto in cui si fa un gran parlare di tolleranza sembra fuori luogo ricordare figure di martiri che con la loro morte hanno attestato la verità in cui credevano. Sembrerebbe quasi una pericolosa presunzione da abbandonare se si vuole superare quella intolleranza che non esiterà a metterlo a morte. Le tensioni non si annullano eliminando le differenze. Non è possibile vivere convinti che non ci sia nulla per cui valga veramente la pena di morire dal momento che non c’è nulla per cui valga la pena di vivere. La testimonianza di tanti martiri dice a me: c’è qualcosa nella tua vita che dà senso e gusto al tuo vivere tanto da morirne?

Il più grande male non è il perdere la vita ma per amore della vita fisica, smarrire le ragioni stesse del vivere.

La libertà del morire è racchiusa in una libertà precedente: quella di aver scelto un modo di vivere pericoloso, esposto alla contraddizione e alla violenza; il martire non sceglie la morte ma un modo di vivere come Gesù.

Esiste una vita che può essere soppressa dal potere di questo mondo: esiste una vita che nessun potere di questo mondo può sopprimere. Il martire ha permesso che fosse soppressa la prima, per salvare l’altra. Egli è sembrato essere uno sconfitto, perché fu rinnegato davanti agli uomini. In realtà egli vinse, perché fu riconosciuto dal Cristo davanti a Dio. Nel martirio accade, così, uno straordinario paradosso: chi è sconfitto, in realtà è vincitore e chi prevale, in realtà, è uno sconfitto; chi muore, in realtà vive; chi vive, è in realtà già morto.

(don Antonio Savone)

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Riflessione mariana

16 Maggio

La nostalgia del cielo

Che cos’è la nostalgia del cielo?

Non si tratta del tentativo di prendere le distanze dai crucci della terra quanto, piuttosto, della capacità di vivere le cose di ogni giorno abitati dallo stesso sguardo di Dio.

Non è una sorta di fuga ma, piuttosto, il provare a restituire bellezza e dignità a ciò che sembra indossare solo bruttura e squallore.

È la capacità di coniugare, senza confonderli Dio e l’uomo, il cielo e la terra.

È il far diventare ogni realtà, ogni momento, ogni incontro trasparenza di Dio.

La nostalgia del cielo è ciò che ci permette di trascorrere i giorni non facendo navigazione a vista, bensì secondo la grazia di una traiettoria ben precisa: quella indicata a noi dal Figlio di Dio.

La nostalgia del cielo è ciò che ci fa stare nella vita non come se fosse una inutile corsa tra rivali ma come un sentiero da percorrere tra compagni di cordata.

Nostalgia del cielo equivale a fare proprio il mandato consegnato da Gesù ai discepoli:

  • far indietreggiare il male mediante un cuore che ogni giorno si lascia purificare dalla parola del Vangelo e stanare ogni forma di alienazione umana;
  • esprimersi mediante il linguaggio della comprensione e del dialogo bandendo il vecchio idioma che si declina come aggressività, spirito di vendetta, odio;
  • essere limpidi e sinceri così da far sgonfiare il veleno della cattiveria e il morso della menzogna;
  • restituire speranza mediante la misericordia a chi è piagato nel corpo e nello spirito.

Quando questo accade, il cielo è sceso in terra…

Proprio la Vergine Maria ci insegna che la disponibilità a farsi carico della terra è direttamente proporzionale alla capacità di avere occhi e cuore fissi verso il cielo, per non smarrire la consapevolezza della meta e il senso di quello che facciamo.

Maria ci ricorda che non siamo dei viandanti ma dei pellegrini in cammino: siamo fatti per Dio! Che senso avrebbe essere nati se non sapessimo perché siamo al mondo?

Proprio lei ci insegna che la nostra esistenza sulla terra è come una sorta di vigilia la cui durata varia per ciascuno: il tempo vero lo stiamo solo attendendo e preparando. Quello che viviamo sulla terra, è figura, è immagine, è primizia di ciò che ci attende nel compimento finale.

Per tanti la vita nel cielo non è altro che un’appendice, una sorta di supplemento, il post-scriptum di quel libro che è la vita terrena, considerata il vero testo. In realtà è il contrario: la vita sulla terra è solo la prefazione di quel libro il cui testo è la vita del cielo che ci attende.

C’è in tutti noi una segreta nostalgia di eternità.

Che cos’è quel senso di insoddisfazione che proviamo ogni volta che pure abbiamo appagato un nostro bisogno?

Che cos’è quell’anelito a cercare altro, altrove che continuamente attraversa il nostro cuore (quanta coazione a ripetere nelle nostre scelte, convinti che la soluzione stia sempre altrove, in un’altra esperienza)?

Che cos’è quell’angoscia che provi quando, pur avendo investito molte energie, ti ritrovi con un risultato impari rispetto a ciò che hai profuso?

Che cos’è quel senso di tristezza e di smarrimento che sembrano compagni di tante nostre giornate?

Che cos’è quel lamento che ci fa ripetere: “Non se ne può più”, se non il bisogno di vedere un riscatto?

All’amico che riteneva presuntuoso aspettarsi una vita eterna perché bisognava accontentarsi soltanto di questa, il filosofo (laico) Miguel de Unamuno rispondeva: “Non dico che meritiamo un aldilà, né che la logica ce lo dimostri, dico che ne abbiamo bisogno, lo meritiamo o no. Dico che ciò che passa non mi soddisfa, che ho sete di eternità, e che senza questa tutto mi è indifferente. Senza di essa non c’è più gioia di vivere… È troppo facile affermare: ‘Bisogna vivere, bisogna accontentarsi di questa vita’. E quelli che non si accontentano?”.

Non è chi desidera l’eternità, aggiungeva lo stesso pensatore, che mostra di non amare la vita, ma chi non la desidera, visto che si rassegna così facilmente al pensiero che essa debba finire.

“A che serve vivere bene, – ripeteva sant’Agostino – se non ci è dato di vivere per sempre?”.

Siamo fatti per il cielo, siamo fatti per Dio. Già, perché il cielo non è un luogo geografico, il cielo è Qualcuno, il cielo è la piena comunione con il Signore!

Siamo fatti per il cielo, è vero, ma ci si arriva solo percorrendo i sentieri polverosi della terra. Il problema è decidere se vogliamo stare sulla terra da spettatori o da testimoni: lo spettatore assiste senza lasciarsi coinvolgere e prendere parte, il testimone sente come interpellanza rivolta a sé tutto ciò con cui si misura. Se il primo rischia di essere un codardo, il secondo vive il senso dell’appartenenza e del mettersi in gioco fino in fondo. Non è forse quanto la Vergine Maria ha vissuto in modo compiuto, tanto da essere la prima a seguire il Figlio?

Per usare una immagine, è come se fossimo alberi a rovescio, con le radici in cielo e i frutti nella storia. Chi più di Maria ha piantato le sue radici presso Dio e ha beneficato gli uomini con il suo intervento materno?

(don Antonio Savone)

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Preghiera a Maria

Madre della Bellezza, Regina del nostro popolo,

non c’è su tutta la terra una creatura simile a te,

per la bellezza del tuo volto e la saggezza delle tue parole.

Tu sei la vera opera d’arte che Dio ha potuto realizzare mediante il tuo sì ubbidiente.

Tu sei l’icona della Bellezza che è splendore della Bontà e della Verità.

Consola la debolezza degli anziani e degli infermi,

accompagna la fatica di chi è provato da questa grave emergenza sanitaria,

custodisci l’innocenza dei nostri ragazzi,

rendi tenace la speranza dei giovani,

tieni sempre acceso l’amore nelle nostre famiglie,

asciuga le lacrime delle coppie ferite,

illumina i passi dei genitori smarriti.

Purifica gli occhi dei Pastori con il collirio della memoria

che può rinverdire il sì degli inizi

e suscita la disponibilità di tanti giovani che, sul tuo esempio,

spendano la loro vita a servizio dei fratelli.

Rendi i responsabili della cosa pubblica capaci di operare con bontà e dedizione.

Insegnaci a custodire l’umiltà del cuore

perché siamo in grado di pronunciare parole vere.

Intercedi presso tuo Figlio

perché siano agili le nostre mani, affrettati i nostri passi e saldi i nostri cuori.

Amen.

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Regina Coeli

Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.

Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,

è risorto, come aveva promesso, alleluia.

Prega il Signore per noi, alleluia.

Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.

Amen.