Accogliere, voce del verbo amare – Lunedì V di Pasqua

Nel contesto dell’ultima cena era accaduto ai discepoli – paradossale ma vero – che Cristo, quel Cristo, non bastasse. A Giuda, non l’Iscariota, che aveva chiesto perché mai non si rivelasse al mondo con potenza, con qualcosa, cioè, che finalmente costringesse gli avversari a piegare la testa, Gesù aveva risposto facendo leva su tutt’altri ingredienti.

Se uno mi ama… ecco ciò che fa la differenza: l’amore. Ma quale tipo di amore? Quell’amore che è in grado di vivere l’ora del dolore come l’ora in cui non ci si ritrae; quell’amore che continua a parlare e porre gesti di pace proprio mentre sta per scatenarsi una reazione di morte proprio contro di lui. Quell’amore che non pretende di imporre percorsi anche in nome di un bene da perseguire. Quando qualcuno si apre a questa esperienza, la Trinità stessa si stabilisce nel suo cuore. Lì Dio trova casa: sì, perché anche Dio cerca casa… Dio rimane là dove il vangelo, lo stile del Signore Gesù, è di casa, è moneta commerciale. Dio non trova casa là dove si usa altra moneta corrente. Non importa che si celebrino sacramenti o si faccia chissà cosa: lì Dio è estromesso.

Dio non forza, Dio non impone, non fa violenza: Dio ama. E proprio dell’amore è lasciare che l’altro sia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. E queste parole non sono da riferire a chissà quale esperienza mistica. Gesù lega questa esperienza all’amore: se uno ama veramente, accade proprio questo. Accade anche nei nostri rapporti umani: se uno ama, è come se l’altro dimorasse stabilmente dentro di lui. E se l’altro non dimora dentro di te, se non lo pensi, se non lo ascolti anzitutto dentro di te, se non gli parli dentro di te, se la tua dimora interiore è vuota, anche l’amore diventa parola vuota.

Senza questi riti del cuore, senza liturgie nel cuore, tutti i nostri riti e tutte le nostre liturgie ecclesiastiche, anche quelle meglio riuscite dal punto di vista della forma, diventano maschere del nulla. Direbbe Montale che noi finiamo per riempire il vuoto con l’inutile.

Chiamati anzitutto a inventare e custodire i riti del cuore.

E nella dimora del cuore è promessa una presenza, la presenza dello Spirito. Ma chi di noi è stato educato all’ascolto di questo magistero dello Spirito?

Gli uomini docili al magistero dello Spirito sono gli uomini che continuamente esprimono accoglienza: la loro porta è spalancata, i loro occhi sono abitati da visioni e i loro cuori accesi da progetti di universalità.

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