La tua mano è il mio sostegno – 7 maggio – Preghiera personale e familiare

SUSSIDIO PER LA PREGHIERA PERSONALE  O FAMILIARE IN QUESTO TEMPO DI PROVA

7 maggio 2020 

(A cura di don Antonio Savone, Direttore Segreteria Pastorale Arcidiocesi di Potenza-Muro L.-Marsico N.)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? 

Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8.31.35.37).

Introduzione

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Il Signore è veramente risorto, alleluia.

Ed è apparso ai discepoli, alleluia.

Preghiamo

O Dio, che hai redento l’uomo
e lo hai innalzato oltre l’antico splendore,
guarda all’opera della tua misericordia,
e nei tuoi figli, nati a vita nuova nel Battesimo,
custodisci sempre i doni della tua grazia.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

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Sal 88

Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;
nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».

«Ho trovato Davide, mio servo,
con il mio santo olio l’ho consacrato;
la mia mano è il suo sostegno,
il mio braccio è la sua forza».

«La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui
e nel mio nome s’innalzerà la sua fronte.
Egli mi invocherà: Tu sei mio padre,
mio Dio e roccia della mia salvezza».

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Dal Vangelo secondo Giovanni (13,16-20)

[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro: «In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono. In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

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Cose da sapere

‘Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica…’

I grandi della storia sono tali perché hanno vinto su altri portando come trofeo la morte dei loro rivali. Non amiamo forse esibire il successo raggiunto? Dio, invece, vince sottomettendosi e non umiliando mai alcuno.

Quella sera, quando ormai restava ben poco tempo, Gesù ci prova per l’ennesima volta a rovesciare i criteri delle relazioni assumendo volutamente, lui il Signore e il Maestro, il posto e il ruolo del servo della relazione, chiedendo ai discepoli di ogni tempo di non smettere quell’esodo mai compiuto una volta per tutte: dall’amore per la forza alla forza dell’amore.

Stupore, imbarazzo e non poche resistenze… Questo dovette essere il sentire di quella sera nel Cenacolo. Stupore, imbarazzo e resistenza di fronte al gesto non ovvio di un Maestro che, con un catino in mano e un asciugatoio alla vita, si fa servo dei suoi amici.

Stupore, imbarazzo e resistenza perché, pur avendo abbandonato tutto per seguirlo, ancora faticavano a comprendere il senso della sua esistenza. Per questo, quella sera, perché potessero essere preparati a leggere gli eventi tragici del venerdì non come una smentita ma come la manifestazione piena dell’amore, Gesù, deliberatamente, si era posto ai piedi di ognuno. In fondo è vero: per quanto desideriamo essere amati, c’è un limite a tutto. Essere toccati dall’amore fin negli aspetti più vulnerabili di noi, conosce non poche resistenze perché è come se ci sentissimo in balia di chi ci ama. Quanta fatica ad essere amati fino a questo punto e a questo prezzo! Ma no, quel gesto di Gesù non è per esercitare un potere sui suoi; non lo compie per svergognare le loro più o meno riconosciute fragilità. È solo per dire loro che può avere accesso alla comunione con Dio (comprende, cioè, qualcosa di Dio) solo chi gli ha permesso di essere toccato nella sua condizione di limite e di non amabilità.

Perciò, possiamo non aver paura di venire allo scoperto con i nostri peccati e con i nostri entusiasmi, con le nostre paure come con i nostri slanci.

I gesti che Gesù compie si collocano all’interno di una cornice drammatica: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Il male lo si contrasta su tutt’altro terreno di quello verso il quale ci sentiremmo indirizzati. Quando tutto sembra già irrimediabilmente compromesso, quell’alzarsi da tavola e cingersi un asciugatoio da parte di Gesù, attesta che c’è un altro modo per attraversare il guado dell’oscurità: imparando a chinarsi. Così fece il Signore e il Maestro quella sera; così ripete in ogni Eucaristia. Così chiede a noi di essere suo prolungamento. Non diversamente.

La struttura di fondo della vita umana è un essere per… Non è l’autoaffermazione a salvarci ma l’entrare nella dinamica del dono. Che cosa sarebbe stata la nostra vita se qualcuno non avesse accettato di essere per noi, di noi sin dal primo istante della nostra esistenza? Non ci sarebbe stata esistenza. E tuttavia sappiamo quanto ben presto noi finiamo per annientare in noi questa consapevolezza fino a rivendicare diritto di proprietà esclusiva su noi stessi. A volte fino a mortificare l’esistenza.

Dio, invece, sceglie di farsi servo: per farci conoscere che è possibile stare nella condizione umana da un altro punto di vista, non mettendo al centro se stesso, ma l’altro, l’uomo, l’altro con la sua storia: Giuda, Giovanni, Pietro, Tommaso… Cosa significa amare se non riconoscere che il centro di me stesso non è in me ma nell’altro?

Farsi servo: la dismisura dell’amore che può sorprendere tanto da sentire il bisogno di difendersi. Non è facile riconoscere la propria vulnerabilità: Signore, non mi laverai mai i piedi.

Se non ti laverò, non avrai parte con me. Accettare che Dio si metta ai miei piedi manifestando un amore senza infingimenti e senza condizioni. Nasce qui la possibilità di una vita cristiana, da un amore ricevuto in maniera incondizionata. Finché non acconsentiremo a che il Signore ci tocchi nella nostra vulnerabilità non vivremo mai un’esperienza di comunione.

(don Antonio Savone)

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Riflessione mariana

7 Maggio

In cammino

Me la immagino la ragazza di Nazaret mentre ancora intenta a capacitarsi di quello che le era accaduto – chissà, poi, se si sarà mai capacitata di essere stata ritenuta degna di divenire la Madre del Signore –  si ritrova abitata dalla fretta per raggiungere un’anziana parente della quale le era stato detto che portava in grembo un bambino. Da non credere. Chiunque di noi avrebbe deciso di restarsene comodo nella sua casa, preso dalle proprie occupazioni. Come può metterti in cammino qualcosa che va contro il dato di realtà? Ben altro a cui pensare che dar retta a un angelo, a una intuizione, cioè, che ti dice che la vita non è mai impossibile. Quanti le avranno sconsigliato quel viaggio: una imprudenza in quello stato.

E ciononostante in cammino. La contempliamo così la ragazza di Nazaret. In cammino, abitata da un credito di fiducia: nulla è impossibile a chi crede.

Che cosa stava accadendo se una vergine si ritrovava incinta e una anziana gravida quando ormai una legge naturale avrebbe impedito un simile evento? Me la immagino così la ragazza di Nazaret, pensierosa e – perché no? – affaticata, proprio come accade ad una donna incinta che mentre incede ha bisogno di fermarsi per prendere fiato. Me la immagino anche timorosa che qualcosa potesse minacciare quella gravidanza, proprio come accade ad una donna incinta.

E ciononostante in cammino.

Si ritrovava a pensare al suo Dio, a quel suo strano modo di guidare gli eventi mentre chiedeva disponibilità all’impossibile per potersi far strada nella storia degli uomini. Ripensava allo sguardo di Dio, a quello sguardo che non si fissa su ciò che abitualmente guarda l’uomo il quale si ferma all’apparenza e tutto misura a partire da questo metro. No. Lo sguardo che le riecheggiava dentro era lo sguardo di chi dà voce e fa spazio all’irrilevante: ha guardato l’umiltà della sua serva. E forse ripensava ancora alla differenza che c’è tra ostentazione e ostensione, tra il rigonfiamento dell’arroganza e quello tenero di chi prova a far spazio alla vita.

E ciononostante in cammino.

In cammino: è la consegna che viene fatta a noi oggi. Sembra quasi che per l’evangelista Lc la strada sia il luogo più importante in cui Dio si rivela. Chi davvero ha fatto esperienza dello Spirito di Dio nella sua vita, si mette in cammino e solo chi è in cammino è capace di intuire e di accogliere ciò che lo Spirito suscita nella sua esistenza. In cammino perché ci si apre a un progetto che ti supera.

Credo conosciamo tutti la pena di quando l’annuncio del vangelo finisce per morirci dentro, quando magari girovaghiamo dimenticando di aver ricevuto un evangelo, una notizia di gioia, quando non ricordiamo più che Dio ci ha visitati, foss’anche per un solo istante, non importa. E allora la vita, anche la vita cristiana, diventa recita di un copione prestabilito. Non così per Maria che non recita ma inventa, crea, dischiude nuove opportunità. Tanto è vero che accade l’imprevedibile. Il suo passaggio suscita commozione ed esultanza: appena la voce del tuo saluto… il bambino ha esultato di gioia.

Appena la voce… è bastato il tono della voce, non un discorso, la voce. Può bastare quella, il tono con cui dici le cose, il modo in cui proponi. E ripenso ai miei, ai nostri passaggi, ai miei, ai nostri saluti, alla mia, alla nostra voce: cosa suscitano?

L’incontro tra le due donne diventa una vera e propria Pentecoste: Elisabetta fu piena di Spirito Santo. Quando un volto sfiorò l’altro nell’abbraccio accadde lo Spirito. L’abbraccio una nuova Pentecoste: e ripenso ai miei, ai nostri abbracci. Cosa suscitano? L’incontro: un’esperienza all’interno della quale si tocca con mano ciò da cui siamo abitati. Che bello averti incontrato!, riconosciamo talvolta: la bellezza di un incontro e la dolcezza di uno sguardo.

La visita di Maria ad Elisabetta ci ricorda che Dio è in mezzo a noi. Le nostre visite testimonianza di un Dio in mezzo alla gente.  “Il Signore è in mezzo a te”, anzi il verbo direbbe, è dentro le tue viscere, come un bambino nella pancia della sua mamma. Più vicino di così?

E allora comprendiamo come la gioia sia avere qualcuno vicino; se poi vicino è Dio, è il massimo.

Un Dio che ti fa la corte, dice Sofonia, come un innamorato.

“Esulterà per te, ti rinnoverà, si rallegrerà per te, con grida di gioia come nei giorni di festa”. Le espressioni di Sofonia sono al limite dell’incredibile: come è possibile che un Dio possa far festa per noi? Non viene per bruciare, viene come un Dio che fa la corte, come un innamorato. Questa è notizia buona.

Queste cose Sofonia non le diceva certo in tempi idilliaci, non dimenticava il peso della situazione del suo popolo.

Noi riconosciamo di essere compagni di viaggio di questa umanità e, perciò, tocchiamo volti scavati da sofferenze e drammi, incrociamo occhi invasi dalla paura di una separazione che ti ha devastato, di un lavoro che non esiste per te, di una famiglia a rischio.

L’invito del profeta a rallegrarsi non può essere invito alla gioia di chi fa finta di non vedere. Non la gioia di chi non è cosciente, ma la gioia di chi è cosciente anche di qualcos’altro: “Il Signore è in mezzo a te”.

Che cosa ti dà respiro, nelle tue giornate di buio, se non percepire che non sei solo, una vicinanza? Non vai come un disperato: c’è una mano che ti stringe, la mano di uno che ti accompagna: Dio è con te. Ce lo ricorda la ragazza di Nazaret.

Maria è consapevole che quel Figlio non le appartiene: è destinato ad altri. Quanto il Signore ha compiuto in noi e con noi non è per noi: è destinato ad altri. Come Maria diventa davvero un’arca  che cammina, così la comunità cristiana è chiamata a non stare a distanza, a non incutere timore.

Annullare le distanze: ecco la consegna di Maria in cammino.

(don Antonio Savone)

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Preghiera a Maria

Madre della Bellezza, Regina del nostro popolo,

non c’è su tutta la terra una creatura simile a te,

per la bellezza del tuo volto e la saggezza delle tue parole.

Tu sei la vera opera d’arte che Dio ha potuto realizzare mediante il tuo sì ubbidiente.

Tu sei l’icona della Bellezza che è splendore della Bontà e della Verità.

Consola la debolezza degli anziani e degli infermi,

accompagna la fatica di chi è provato da questa grave emergenza sanitaria,

custodisci l’innocenza dei nostri ragazzi,

rendi tenace la speranza dei giovani,

tieni sempre acceso l’amore nelle nostre famiglie,

asciuga le lacrime delle coppie ferite,

illumina i passi dei genitori smarriti.

Purifica gli occhi dei Pastori con il collirio della memoria

che può rinverdire il sì degli inizi

e suscita la disponibilità di tanti giovani che, sul tuo esempio,

spendano la loro vita a servizio dei fratelli.

Rendi i responsabili della cosa pubblica capaci di operare con bontà e dedizione.

Insegnaci a custodire l’umiltà del cuore

perché siamo in grado di pronunciare parole vere.

Intercedi presso tuo Figlio

perché siano agili le nostre mani, affrettati i nostri passi e saldi i nostri cuori.

Amen.

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Regina Coeli

Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.

Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,

è risorto, come aveva promesso, alleluia.

Prega il Signore per noi, alleluia.

Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.

Amen.