Sosta a Nazareth – Riflessioni di inizio mese mariano in tempi di fragilità

“Segno di consolazione e di sicura speranza”, così la liturgia, nel prefazio per l’Assunzione, ci fa guardare a Maria. In questo frangente in cui sappiamo che cos’è la desolazione e la mancanza di speranza, abbiamo quanto mai bisogno di comprendere in che modo ella esercita il ministero della consolazione e come tiene viva la nostra speranza.

Vorrei provare, così, ad accostare la figura di Maria nel mistero di Nazareth. Poco o tanto quello che stiamo vivendo è un po’ come un essere richiamati a una esperienza di nascondimento, patito il nostro, certamente, e che nondimeno abbisogna di essere rischiarato da chi, invece, lo ha fatto suo liberamente.

Mi ha sempre colpito il fatto che Dio abbia scelto di entrare nella storia proprio per la porta secondaria, non attraverso l’ingresso principale. Nazareth è quasi una parentesi o una distrazione della storia e della geografia delle Scritture, fuori dalle rotte sacre e profane. Eppure qui il Cielo qui ha deciso di posare il suo sguardo e la sua mano invisibile.

Cos’era Nazareth ai tempi di Maria, rispetto a Gerusalemme, se non uno sperduto villaggio della Galilea? Cos’era una casa rispetto a un tempio? Ne stiamo facendo questione di vita o di morte il fatto di non poterci ritrovare nelle nostre chiese, costretti, invece, a vivere la fede nelle case. Cos’ era una donna rispetto a un uomo?

Il giorno in cui gli Filippo dirà a Natanaele di aver trovato il Messia da Nazareth, questi non tarderà a fare spallucce: “Da Nazareth? Cosa può mai venir di buono da Nazareth?” (cfr. Gv 1,46). Un po’ come se ci dicessero che proprio da questa clausura forzata, da questa sospensione dei ritmi abituali, anche di quelli della prassi pastorale ordinaria, possa venire una nuova occasione per ripartire secondo criteri nuovi. Scherzi? Da che mondo è mondo le cose vanno per un verso e non per un altro; gli itinerari di fede sono questi e non quelli. Salvo poi ripetere come un copione logoro: “lo Spirito soffia dove vuole e ne senti la voce (fatico un po’ a credere che in questo momento la si stia ascoltando), ma non sai di dove viene e dove va” (Gv 3,8).

Oggi, tutti a Nazareth. No, non si tratta della gita fuoriporta per un primo maggio alternativo. Non è neppure il tour virtuale oggi proposto da musei e centri culturali che sopperiscono anche così all’impossibilità di una visita reale.

Tutti a Nazareth significa: “Va’ a te stesso”, come verosimilmente, andrebbe tradotto l’invito di Dio ad Abramo. E questo viaggio è tanto reale da essere il più faticoso da compiere. Anni dopo, Agostino lo declinerà così: “Noli foras ire. In te ispum rede”. Rientra in te stesso. Non cercare fuori di te.

Abbiamo sempre pensato a Nazareth come a un momento di passaggio per il Figlio di Dio, come se quel luogo fosse preparatorio al dopo, una sorta di “prologo della vita pubblica”, come scrive Sequeri. Nazareth, invece, è la vita stessa di Gesù, la parte più cospicua in cui, per lunghissimi anni, il Figlio stesso ha imparato ciò che sta a cuore al Padre (“non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” Lc 2,49) proprio attraverso l’assunzione e la condivisione dell’ordinario. A Nazareth, alla scuola di Maria e Giuseppe, il Figlio ha appreso la valenza dell’insignificanza e il significato dell’irrilevanza. Nazareth rappresenta la forza e l’eloquenza della debolezza.

Penso alla mia, alla nostra Nazareth. Oggi poco affollata di presenze fisiche ma forse popolata dei pensieri i più vari e anche i più contraddittori. Lì Dio mi sfiora, lì mi passa accanto in un giorno qualunque, in una esperienza che nulla sembra avere di idoneo alla rivelazione di Dio. Dio non ci sfiora solo nelle belle celebrazioni delle nostre chiese di cui ora sentiamo la mancanza, ma proprio nella trama del nostro quotidiano faticoso. Non ci facciamo più caso, noi cristiani di lunga data, al fatto che il mistero di Dio lambisca la candida tovaglia di un altare su cui un presbitero prepara pane e vino. Va di default che la cosa sia così. Oggi, invece, il mistero di Dio lambisce le nostre case dove forse non abbiamo approntato la tovaglia della festa, le nostre stanze dove tutto è ancora da riordinare, il nostro cuore attraversato da panico e smarrimento e chiede a ciascuno di noi di offrire la nostra esistenza come “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12). È una Eucaristia che tutti possiamo offrire e celebrare, ciascuno con quello che è e con quello che ha.

Perché è importante andare a Nazareth? Per riascoltare la prima parola che Dio pronuncia quando lambisce le nostre vite: “Rallegrati, Antonio”. Sì, proprio io. Anche tu, mettici il tuo nome, la tua storia. Quando l’angelo si rivolge a Maria non sta usando una formula di circostanza da galateo ma sta facendo appello alle promesse messianiche che sembravano cadute nel dimenticatoio. Maria è invitata a gioire ancor prima di sapere ciò sarà il seguito di quell’annuncio. La gioia radica nell’esperienza di un amore incondizionato che sta all’origine della sua vita; la gioia ha le sue radici in una presenza che riscatta persino l’irrilevanza di Nazareth. Ciò che l’angelo le ripete è tutto un risuonare di antichi annunci biblici che ora chiedono accoglienza perché si compiano.

Trovo che questo annuncio unico quanto alla possibilità che il Verbo di Dio si facesse uomo, in realtà si ripeta quanto alla possibilità che esso nasca nelle nostre storie. Penso così alla fatica di Maria a tenere insieme l’annuncio dell’angelo e il silenzio e la ferialità che ha circondato il Figlio di Dio per circa trent’anni. Non so quale fatica fosse più grande nel tenere viva la fede, se la nostra nel poterci nutrire dell’Eucaristia per un tempo circoscritto o la sua nel non vedere compiersi quanto predetto!

Eppure, LG 58 ci ricorda che «anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede». Questo avanzare nella fede è proprio ciò che, forse, manca a noi che fatichiamo a compiere questo esodo rimpiangendo momenti passati.

E se il Signore, attraverso questo digiuno eucaristico forzato, stesse chiedendo a noi di partecipare della stessa condizione di coloro che per mille motivi non lo possono ricevere abitualmente? “Chi ero io per porre impedimento a Dio?(At 11,17) ripeterà Pietro ai suoi fratelli per spiegare quanto era accaduto in casa di Cornelio.

Pur rispettando la sincerità della richiesta di chi desidera accostarsi all’Eucaristia, trovo che il rischio sia quello di fare come i bambini che, per accaparrarsi il dono, difficilmente ascoltano le parole gentili di chi glielo porge. Tanto concentrati sulla nostra richiesta finiamo per non riconoscere Colui che in modi diversi si volge ad ascoltare la nostra supplica.

E se, Dio non voglia, per un qualsiasi motivo non avessimo più la possibilità di nutrirci dell’Eucaristia, verrebbe meno la nostra fede? Saremmo da compiangere.

L’Eucaristia resta fonte e culmine della vita della Chiesa, è il sacramento che plasma e fonda l’unità della Chiesa (senza Eucaristia non c’è Chiesa), tuttavia, la Chiesa ha sempre creduto che la grazia non è legata ai sacramenti, che ne sono tuttavia le vie ordinarie (gratia non alligatur sacramentis). Tanti sono i modi e le vie attraverso i quali Dio parla a noi: la sua Parola, la preghiera personale, l’amore verso chi è nel bisogno, le tante vie note solo a lui e all’opera del suo Spirito in noi. La presenza del Signore in mezzo a noi non è venuta meno, neanche in questo frangente.

Qui non si tratta di voler trovare il positivo a tutti i costi e dunque anche in una situazione che sembra assurda. È piuttosto questione di lasciarsi condurre per vie che noi non avremmo mai percorso.

Sì, c’è ancora molta strada da fare nell’arrivare a comprendere che il Signore è realmente presente con il suo Spirito tra coloro che sono riuniti nel suo Nome: «Dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Colui che le ha pronunciate è lo stesso che ha pure affermato: «Questo è il mio corpo… Prendete e mangiate» (cfr. Mt 26,26). Vere le prime quanto le seconde. È presente nella Parola e continua realmente a nutrire chi la legge e la medita: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (cfr. Mt 4,4). È presente e vivo nel povero: «Avevo fame, mi hai dato da mangiare…» (cfr. Mt 25,31-46). È altresì presente persino nel desiderio che abbiamo dei sacramenti: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). Un legame indissolubile è operante in chi osserva i suoi comandamenti: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore» (Gv 15,10). «Voi siete i tralci, io sarò la vite. Chi rimane in me produce molto frutto» (Gv 15,5).

Contemplare il segreto di Nazareth significa assumere con più incisività l’attenzione al quotidiano e all’ordinario, la cura dell’incontro e della relazione, la difesa dell’invadenza delle occupazioni, la custodia del mistero di Dio.

Contemplare il segreto di Nazareth significa che la vita delle nostre comunità deve tornare ad avere la nostalgia dei mezzi semplici, delle vie discrete, degli stili evangelici essenziali.

Contemplare il segreto di Nazareth significa che la nostra prassi educativa e pastorale è chiamata a superare le forme della propaganda così da curare maggiormente i profili della condivisione e della cura, dell’insediamento là dove vive la gente comune, della vicinanza all’estraneità e all’indifferenza, della dimora tra il disagio e l’emarginazione.

Se solo riuscissimo ad accogliere sine glossa (per dirla con Francesco d’Assisi) ciò che il Signore ci annuncia attraverso la sua Parola, la nostra Nazareth si trasformerebbe in Betlemme e diventerebbe un nuovo cenacolo.

Mi piace concludere con una pagina de “Il signor parroco ha dato di matto” di J. Mercier. È tratta dal cap. 25 “La forza della debolezza”.

“E poi c’è padre Sulpice Bougon. È diventato cieco una ventina d’anni fa, quando ne aveva appena sessantotto. È persona dolcissima e sempre contenta. Un giorno piovoso, con il morale completamente a terra, Beniamino aveva chiesto a padre Sulpice quale fosse il segreto del suo buon umore. “Oh, Beniamino, sai, non è stato facile ricominciare a sorridere. Ho perso la vista in seguito a un errore del chirurgo. Sono andato in depressione per quasi tre anni. Non lo accettavo. Poi il Signore mi ha fatto una grazia immensa. Ho ritrovato la gioia il giorno in cui mi sono reso conto che dipendevo da tutti. Può sembrare assurdo quello che dico, ma il dover dipendere completamente dagli uomini fa sì che ci abbandoniamo davvero anche all’amore di Dio… Questo comporta, tuttavia, mettere a tacere la propria voglia di potere”. Il padre Sulpice ha continuato, malizioso: “E poi, vedi, il non vederci mi ha costretto a sviluppare l’udito, che ormai è molto fine. Questo mi permette di cogliere nella voce delle persone che incontro il loro stato d’animo. Per esempio, Beniamino, sento quando tu sei teso, inquieto, o più sorridente… A volte, avverto lo stato d’animo delle persone prim’ancora che parlino, semplicemente da come riprendono fiato quando sono in procinto di proferire verbo. Stamattina mi sono accorto della tua tristezza prima ancora che tu me ne parlassi…”.

Oggi il nostro stare nel nascondimento di Nazareth è uno stare forzato, subìto. Solo chi riesce a sceglierlo come ha fatto il Figlio di Dio per sé e per Maria e Giuseppe riesce a comprendere ciò che Dio sta dicendo ad una Chiesa a volte esposta ad una militanza senza discepolato.

A Nazareth era di casa l’impossibile, il non sentirsi arrivati, la capacità di misurarsi con l’imprevisto. Maria non costringe il progetto di Dio ad adeguarsi alla sua capacità di accogliere ma prova a dilatare la sua capacità sulla misura dei disegni di Dio. Questo è l’augurio che faccio a tutti noi: provare ad allargare lo spazio della nostra tenda sulla larghezza dei disegni di Dio.

(don Antonio Savone)