Sperare… ciò di cui più abbiamo bisogno

Le contraffazioni della speranza

Non ricordo più dove l’ho letto, ma mi è capitato di trovare un’espressione che nella sua crudezza ben racchiude il disincanto e l’inutilità della speranza: La speranza è l’ultima a morire ma è la prima che ti abbandona.

Facciamo più volte esperienza di un vuoto, di un buco interiore come sintomo del difficile vivere. Un vuoto e un buco interiore che ciascuno di noi si industria di fronteggiare in forme diverse.  Non mancano i momenti in cui avvertiamo il rischio di venire assorbiti dall’angoscia di sprofondare dentro quel vuoto e non uscirne più.

Confrontati come siamo dall’esperienza del vuoto, viviamo non poco una sorta di retorica della speranza che si esprime mediante due atteggiamenti: uno che potremmo chiamare con un neologismo “lo speranzismo…(‘andrà tutto bene’, ci ripetiamo in questi giorni) una sorta di grido di incoraggiamento da stadio, di vitalistica fiducia che alla fine qualcosa accadrà, senza che ci si interroghi sulle ragioni” e l’altro che emerge quasi come presa di coscienza “quando con le logiche della ragione, del diritto, della buona volontà, del coraggio, della forza, quando cioè con le armi che ogni essere umano si dà per affrontare la battaglia esistenziale noi vediamo che non si è approdati a nulla, ecco che, ultima dea, riscopriamo la speranza e ci affidiamo ad essa, come fosse una specie di assicurazione speciale che ci protegge comunque e ci viene in aiuto quando non sappiamo più che fare. Questa è, direi, un’idea disperata della speranza. Viene detta speranza, ma in realtà è disperazione, è l’affidarsi nell’ultimo istante possibile a qualche cosa nella quale non si credeva all’inizio, tant’è vero che prima si sono tentate altre strade” (P. Naso, La speranza che non delude, p. 10).

Ci appartiene di buon grado la contraffazione della speranza, un po’ come i due di Emmaus la cui vicenda rilegge questi “giorni della storia” che ci sono dati di vivere.

“Noi speravamo”: la nostra coniugazione della speranza non riesce ad avere uno sbocco sul presente. Al massimo, proprio come i due discepoli in fuga da Gerusalemme, sappiamo sostare a lungo in discussioni e analisi retrospettive che, tuttavia, sono dal respiro corto. Ci ritroviamo in dialoghi interminabili ma senza orizzonte alcuno. Non facciamo altro che “ributtarci addosso” proprio come quei due l’angoscia e la rabbia per non esserci accorti prima di essere stati bluffati.

Per loro come per noi “sperare” è un verbo da coniugare solo al passato. Un passato che vorremmo scrollarci di dosso, da cui celebrare il doveroso commiato desiderosi come siamo di riscatto e di emancipazione: non possiamo far sì che ci condizioni ancora.

Tuttavia, ci sentiamo come stretti in una morsa tra un passato che ci condiziona e un futuro che appare comunque minaccioso. Ci attraversano paura e accidia e ci ritroviamo bloccati, privi di speranza, per eccellenza la virtù “più necessaria al tempo presente” (G. Danneels, Sperare, p. 31). E se talvolta ci riscopriamo a sperare, in realtà vorremmo o bloccare il tempo o addirittura attendere un evento che quasi riporti indietro l’orologio all’esperienza di un già visto, già conosciuto.

Nella prova… per una nuova narrazione dell’umano

“Non doveva forse il Cristo patire, e così entrare…?”.

Più volte, nel cammino verso Gerusalemme, Gesù aveva fatto appello ad una necessità: “Il Figlio dell’uomo deve… bisogna che il Figlio dell’uomo…”. Ma, si sa, un annuncio a tutta prima incomprensibile e comunque imbarazzante, non poteva subire altra sorte che la rimozione. Eppure non è prescindendo da questa necessità che la speranza può rinascere. Questa necessità va appresa: la qualità della nostra memoria va convertita. C’è una fecondità tutta da esplorare nell’accoglienza di quello che a noi può sembrare lo zoccolo dura della realtà che volentieri eviteremmo e da cui invece ci sentiamo non poco costretti.

Lo stesso Gesù imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Attraverso l’incontro/scontro con il cantus firmus della vita quotidiana Gesù dispiegò sempre un atteggiamento di docibilità, che è quell’attitudine a lasciarsi ammaestrare dagli eventi trovando forme nuove di risposta agli stessi. Non c’è evento che non sia gravido di futuro: persino la morte, come ci attesta il mistero di questi giorni santi.

Che Gesù abbia accettato di stare nei giorni della storia anche quando essi restituivano il dramma della tenebra e della sofferenza, attesta che c’è una fecondità da riconoscere e accogliere, una pienezza di vita quindi, nell’accettare di assumere anche l’esperienza dell’umano patire.

Credo ci sia proprio da apprendere una nuova narrazione dell’umano: gli eventi non mutano, il patire resta tale. Ne muta la lettura e la comprensione. Certo, non possiamo non riconoscere che ciò che più ci manca è qualcuno che sulla stregua di quello Straniero, si faccia nostro compagno di viaggio sulla strada da Gerusalemme a Emmaus.

È capitato senz’altro anche a noi di conoscere luoghi nei quali la speranza è viva, luoghi di fatica, di dolore, a volte, dove si continua a sperimentare il coraggio di legami affidabili, la capacità di offrirsi agli eventi, di esporsi alla storia, proprio grazie alla testimonianza del Signore Gesù che ha dato compimento a questa speranza.

Chi si lascia illuminare dall’evangelo sa che non c’è epoca che non possa essere attraversata con speranza. Anche l’ora della tenebra è tempo pieno annunciato da Gesù di Nazaret. Il problema resta appunto convertirsi all’evangelo, riconoscendo che proprio quell’ora è preludio a nuove albe. Non è chi non comprenda quale responsabilità sia affidata a chi professa la fede nel Signore Gesù.

Perché sperare?

Le ragioni della nostra speranza in realtà si riducono a una sola, come ci richiama la 1Pt: la risurrezione di Gesù dai morti. Quando credevamo che fosse tutto finito, tutto è ricominciato. Anche se in maniera nuova, inedita, non come la riedizione di un passato (cosa che volentieri auspicheremmo e che sovente ci ritroviamo a sperare).

Il credente è per vocazione chiamato a lottare contro tutto ciò che offusca nuove prospettive. La sfida – lo comprendiamo – è grande ed è quella o di stare nella storia (in quell’ora stavano presso la croce di Gesù…), capaci di ascolto della Parola di Dio, l’unica ancora in grado di gettare luce su quella che potrebbe essere una narrazione senza sbocco, condividendo la compagnia di uomini e donne che tengono viva la fiammella della speranza oppure rassegnarsi a un oggi senza futuro.

Cosa ci attesta, infatti, la Parola di Dio? Le pagine più luminose dell’esperienza profetica sono nate proprio nell’esperienza della deportazione o addirittura nel buio di una cisterna. È sempre dal sotterraneo di un’epoca che muore che si annuncia e si prepara il nuovo.

Comprendiamo così come anche questo tempo, il nostro tempo, questa pandemia possa essere, forse in modo davvero unico, un tempo di grazia. Abbiamo bisogno di diventare gli uni per gli altri i narratori di una storia che può essere letta anche da un altro punto di vista, proprio a partire dall’ascolto della Parola di Dio.

A dare speranza non è certo la riedizione di un passato glorioso o il raggiungimento di risultati gratificanti. La nostra speranza non si àncora a opere costruite da mani d’uomo, finalmente verificabili. Essa poggia sulla compagnia discreta di uno che si fa compagno di viaggio proprio in una esperienza di fuga.

La nostra, come quella dei due di Emmaus, è un’epoca di post, post-modernità, post- secolarismo, post-concilio, post-cristianesimo. Tanti post che paiono richiamare le innumerevoli possibilità bruciate, tante esperienze vanificate. Eppure proprio questa è l’ora della speranza. “Spendendo la vita, giorno dopo giorno, in una precarietà sempre più minacciata che si rivela, nella fede, condizione opportuna per non possedersi, per uscire da autonomie falsamente promettenti, non ci troviamo nella condizione ideale per corrispondere alla tenacia della promessa di Dio, per testimoniare la consegna alla sua fedeltà, nel rifiuto di ogni ‘espediente’ per sopravvivere?” (M.I. Angelini, Dio sicuramente spera, in La rivista del clero italiano 6, Giugno 2006, p. 448).

Piccolo resto

La storia della salvezza è sempre ripartita da un piccolo resto, uno sparuto residuo di scampati all’esilio, che in genere erano rimasti nella propria terra a coltivarla, senza forza alcuna di per sé per ricostituire una identità di popolo. Eppure è proprio da questa insignificante minutaglia che riparte la storia dell’alleanza.

Piccolo resto è lo stesso Gesù rimasto solo (Gv 12,24): è attraverso di lui che Dio compie la sua promessa. Lui è la fessura da cui passerà la vita.

Il silenzio del sabato santo rappresenta un tempo insuperabile e decisivo per la fede cristiana. Orbene, proprio in quello scendere agli inferi, c’è sempre, più reale e più viva di tutti i massi che vorrebbero impedirla, una fessura da cui certo passerà la vita. Una umanamente impossibile fessura che radica non in chissà quale sconvolgimento umano ma nella fedeltà del Dio vivente, l’unico che permette di sperare contro ogni speranza. Compito dei discepoli del Cristo è proprio questo avvistare la fessura. Quel giorno questo compito fu esercitato in maniera singolare dal femminile della sequela: le donne andarono al sepolcro piene di presagi mentre per gli uomini non c’era altro da fare che restare chiusi nel cenacolo o prendere una via di fuga.

Noi speravamo: un’attesa ormai vuota di anticipi, come lo è quella di questo cristianesimo che ci è dato di vivere in questo tempo. Ci ritroviamo ad assorbire la temperie di ciò che accade e nulla più. Ma non è né rifugiandoci in luoghi suggestivi dello spirito e neppure inventando chissà quali strategie che il Risorto si aprirà un varco, neanche con tutte le nostre messe in streaming e le nostre dirette interminabili che tradiscono una incapacità a reggere il silenzio e l’apparente vuoto di questo tempo.

È, invece, necessario imparare a stare nel vuoto e nel silenzio del sabato santo attenti a quei presagi di cui le donne erano acute scrutatrici. Una di loro, infatti,  aveva anticipato la sepoltura del Signore con un profumo preziosissimo il cui odore avrebbe voluto custodire il corpo per un futuro inimmaginabile.

Nel silenzio e nel vuoto del sabato avere a cuore il profumo, traccia viva che alimenta la speranza. Avere a cuore il profumo significa stare in uno stile di gratuità, senza ostentazione né dissimulazione. Tessere legami che tengono alla prova del sabato santo e proprio attraverso il silenzio e il vuoto di questo giorno preparare e anticipare l’aurora. Compito delle donne che non avevano distolto lo sguardo dallo spettacolo terrificante della morte in croce era stato quello di svegliare l’aurora. È ciò che accade tutte le volte in cui accettiamo di “stare” nelle situazioni: affrettiamo l’aurora del giorno nuovo che verrà.

Il Gesù che si fa compagno di viaggio sulla strada che da Gerusalemme porta ad Emmaus dice qualcosa che riscalda il cuore: fa comprendere, infatti, quanta passione e tenacia occorra nel mantenere dei legami a dispetto di tutte le interferenze. Là dove questo accade è il segno che di qua è passato il Signore. Imparare a sprecare cose preziose a testimonianza che di qui è passato il Signore. E svegliare l’aurora.

A fronte di una lettura del reale e della storia come qualcosa di minaccioso e di ostile, Gesù consegna la lettura di una storia altra che la mera cronaca non riesce a dischiudere.

Anche la morte è il luogo della speranza

Non è speranza quella che si alimenta alle nostre evidenze: abbiamo già più volte toccato con mano dove ci hanno condotto le nostre evidenze. Non c’è speranza nel tentare di sopravvivere a ogni costo, soprattutto se il prezzo da pagare è la fedeltà al modello evangelico. Quando tante sicurezze ci vengono meno come non riconoscere di cedere volentieri al fascino di espedienti pur di restare aggrappati al presente (basti pensare all’incapacità di misurarsi con il calo delle vocazioni)?

Non è scontato che anche i cristiani e le comunità cristiane abbiano raccolto la sfida della morte e ne abbiano fatto il luogo della speranza. Cosa viene a dire alla nostra esistenza la presenza sempre più numerosa di fratelli e sorelle il cui corpo è segnato dalla morte per l’invecchiamento o per la malattia? Quanto siamo in grado di riconoscere in queste presenze i testimoni privilegiati di quella bellezza che salva il mondo, la bellezza di un umano che dice ancora appartenenza al Dio vivente?

La speranza è quell’atteggiamento (virtù) che permette di guardare oltre il velo dell’apparenza e riconoscere già qui già ora la consistenza del reale. C’è ancora una presenza del Dio vivente in ciò che pure riconosciamo debole, fragile, impotente. Non a caso il gesto supremo della speranza è proprio il prendersi cura gratuita di ciò e di chi è debole (non spegnerà il lucignolo fumigante…). Gesto supremo di speranza è accettare di morire, quando giunge l’ora. E questo vale per il singolo come per una istituzione, senza voler caparbiamente sopravvivere e senza voler, in maniera artificiosa, a tutti i costi produrre una propria discendenza. Se di discendenza si tratta, sarà Dio a provvedere quando e se lo riterrà opportuno (Abramo docet). Quanto istinto di sopravvivenza attraverso opere e adescamento di persone permane ancora anche all’interno della comunità cristiana! Quanta incapacità a discernere cosa Dio sta chiedendo in questo tempo in cui siamo stati catapultati da qualcosa che non riusciamo a governare!

Anche Dio spera

La speranza cristiana vive della consapevolezza che il bene è sempre esposto al fallimento. Nell’imminenza della passione Gesù ha parole che traducono bene questa possibilità: “Ora il mio cuore è turbato: e che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora” (Gv 12,27). Riconosce  che Dio è fedele oltre ogni umana infedeltà. Sa che anche Dio spera: la speranza cristiana si fonda sulla speranza di Dio. Altrimenti non avrebbe creato e amato questa umanità. Comprendiamo così come la speranza ci precede e ci avvolge: siamo dentro una speranza più grande di noi. Ciascuno di noi è una speranza. Noi siamo concepiti in speranza. Dio ha creato il mondo in speranza: nella speranza che fosse e restasse un giardino; ha creato l’uomo in speranza: quella di poter dialogare con lui; ha chiamato Abramo in speranza: quella che egli ascoltasse e si mettesse in cammino; ha mandato Gesù tra gli uomini in speranza: nella speranza che almeno lui lo avrebbero ascoltato. Alla radice di tutto ciò che esiste c’è dunque una speranza: sono perché spero.

Quando ne diventiamo consapevoli, Dio si stupisce: “La fede, non mi sorprende, non è sorprendente… Ciò che mi sorprende è la speranza…” (Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù).

Se è vero che anche Dio spera, l’uomo è capace di sperare?