La tua mano è il mio sostegno – 10 aprile – Sussidio per la preghiera personale e familiare

SUSSIDIO PER LA PREGHIERA PERSONALE  O FAMILIARE IN QUESTO TEMPO DI PROVA

8 aprile 2020 

(A cura di don Antonio Savone, Direttore Segreteria Pastorale Arcidiocesi di Potenza-Muro L.-Marsico N.)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? 

Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8.31.35.37).

Introduzione

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

Preghiamo.
Guarda o Padre questa tua famiglia radunata per contemplare la croce di tuo Figlio. Quando per i nostri fratelli arriva il giorno della Croce, mandaci da loro perché nella nostra fedeltà vedano la tua tenerezza che non abbandona mai nessun vivente al suo abbattimento. E quando arriva per noi il giorno della Croce, mostraci il volto del tuo Figlio che vive e regna nei secoli dei secoli.
Amen

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Sal 30

In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso;
difendimi per la tua giustizia.
Alle tue mani affido il mio spirito;
tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele.

Sono il rifiuto dei miei nemici e persino dei miei vicini,
il terrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono come un morto, lontano dal cuore;
sono come un coccio da gettare.

Ma io confido in te, Signore; dico: «Tu sei il mio Dio,
i miei giorni sono nelle tue mani».
Liberami dalla mano dei miei nemici
e dai miei persecutori.

Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,
salvami per la tua misericordia.
Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,
voi tutti che sperate nel Signore.

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Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni (Gv 18, 1– 19,42)

In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».

Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».

E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.

Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

(Qui si genuflette e di fa una breve pausa)

“Adoriamo la tua croce, Signore,

lodiamo e glorifichiamo la tua santa risurrezione! 

Dal legno della croce è venuta la gioia in tutto il mondo”.

 Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

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Il bacio e la lacrime…

Ci avevano provato. Più volte. Più volte, infatti, i discepoli – Pietro in testa – avevano provato a dissuaderlo da una prospettiva che potesse anche solo lontanamente includere l’eventualità di una fine ignominiosa. Ma Gesù non si è tirato indietro. Fino all’ultimo. Non poteva accadere diversamente, e non già per chissà quale cieco destino ma per il solo fatto che aveva scelto di lasciarsi abitare da una passione che ostinatamente – anche di fronte alla più solenne smentita, quella dell’abbandono e del rifiuto proprio da parte dei suoi e di coloro per i quali si trovava a vivere quello che stava soffrendo – rimetteva al centro l’uomo, rimetteva al centro me, te, ognuno di noi.

A vincere non è il mio abbandono di lui ma la sua passione per me. E non che non abbia sentito il turbamento per ciò che stava per accadere: ora l’anima mia è turbata… ma non ha indietreggiato. Le grandi acque (le acque della morte) – canta il Cantico il Cantici – non possono spegnere l’amore.

Stasera, certo, i nostri sono solo balbettamenti: come dire l’indicibile di un Dio che muore per chi lo ripudia e lo configge ad un palo? Per questo ho chiesto a due figure il cui ruolo molto ha giocato nella vicenda del Maestro di accompagnarci nella contemplazione di quanto stiamo celebrando. Rileggere con i loro occhi ma ancor più con i loro gesti la passione del Signore.

In quel quadro notturno che caratterizza la passione di Gesù, due figure emergono con più evidenza rispetto ad altre: Giuda e Pietro. Sono gli unici due ad essere chiamati per nome esplicitamente durante la passione. Certo, la loro vicenda si conclude diversamente, eppure è molto simile. Una vicenda di paura, di rifiuto, di rinnegamento dell’amico e di se stessi, della propria dignità. Due poveri uomini incapaci di vincere il male e perciò soccombono sotto il peso della loro fragilità. È una vicenda di amici che al contempo amano e tradiscono, proprio come accade a ciascuno di noi quando il buio fa capolino sulla nostra esistenza.

Ben poco separa Pietro da Giuda, un’ombra appena o, meglio, li separa solo una lacrima. Pietro è la roccia, ma una roccia porosa, non impermeabile, la roccia che si lascia lavare dal pianto dopo aver peccato e dopo essere stato raggiunto dallo sguardo di misericordia del Maestro. Non così Giuda, indurito fino in fondo anche nei confronti di se stesso e del proprio male. Non vede un perdono possibile per lui ma solo un albero cui appendersi.

Gesù non fonderà la Chiesa sulla durezza implacabile di Giuda ma su Pietro, cioè sull’uomo che ha dolorosamente compreso sulla sua pelle il valore della misericordia. Ciò che rende possibile una comunità cristiana non è il giudizio inappellabile e tantomeno il segnare puntigliosamente i confini del bene e del male, ma la consapevolezza del proprio limite, quella di chi si lascia vincere da gesti di misericordia, si lascia ridestare dal canto del gallo e accetta di lavare col pianto la macchia della propria umiliazione.

Chi è Giuda? È uno dei Dodici, non certo un estraneo e tantomeno un infiltrato. È uno scelto da Gesù, chiamato da lui. Era stato anch’egli mandato dal maestro per annunciare la buona notizia del Regno, era stato mandato a guarire, a scacciare i demoni. Ma in questo momento non è più Gesù all’origine del suo cammino nella notte. Giuda ha cambiato riferimento, ha cambiato Maestro e Signore, e si ritrova sì mandato ma mandato con una gran folla dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. Quando Gesù lo aveva mandato era partito senza bastone, ora ha ribaltato la situazione della sua vita: si ritrova in compagnia di una folla armata di spade e bastoni. Era stato mandato come agnello in mezzo ai lupi: ora si ritrova dalla parte dei lupi, dalla parte cioè di chi attacca, colpisce, ferisce, uccide. Eppure anche nel momento in cui tradisce Gesù lo chiamerà amico.

Chi è Pietro? Non lo sa neppure lui chi egli sia. Sarà necessario il canto di un gallo perché Pietro possa ridestarsi e sperimentare una liberazione, lui che si trova sempre più lontano da se stesso proprio mentre si affanna a negare di conoscere quell’uomo. Solo al canto del gallo sarà in grado di capire chi è lui e chi è il suo Signore. Pietro scoprirà di non essere quello che credeva di essere: la paura avrà la meglio su di lui tanto da portarlo a mentire, a se stesso anzitutto e poi agli altri. Avrà bisogno di imprecare e giurare: la sua è una parola debole, per questo dovrà assumere un tono gridato, come se il volume della voce potesse dare spessore di verità a parole terribilmente vuote. Pietro dovrà scoprire che le parole vere nascono dal pianto, non quello di chi ha la lacrima facile ma quello di chi scopre di avere un cuore ferito per aver sbagliato.

Giuda è colui che bacia, Pietro colui che piange. Il bacio attesta tenerezza, amore, desiderio di intimità. Ma per Giuda si trasforma in desiderio di possesso e di dominio: per questo Giuda finisce per esprimere con un gesto quello che poi la vita sta per smentire: Giuda, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo? Come a dire: attento alla verità dei gesti che poni, poni gesti veri.

Avrebbe potuto dare un altro segnale per indicare che ci si trovava di fronte al Maestro: perché non un fischio o un grido o il dito puntato? Sceglie il bacio, ultimo disperato segnale d’amore prima che entrambi muoiano, entrambi appesi ad un legno. E il Maestro lo riconosce: riconosce quel gesto d’amore. Tant’è che risponde con: amico! Porterà senz’altro con sé sulle labbra il sapore di quel bacio e negli orecchi l’ultima parola regalatagli dal Maestro: amico!

Il pianto di Pietro è un pianto di liberazione. Finalmente è un pianto sincero dopo tanta menzogna. Il rude Pietro, l’uomo tutto d’un pezzo, non si vergogna più, consegnandosi al pianto come all’unica possibilità di esprimere il suo amore: non ha altro da offrire se non il suo fallimento e la sua fuga. È il pianto che lo prepara a ricevere il perdono. Credo sia il dono da chiedere in questo venerdì santo, il dono del dispiacere, il dono di un cuore trafitto, il dispiacere per il male compiuto. Il non passare attraverso questa consapevolezza dolorosa fa rimanere ai margini della profondità dell’amore. Se domenica scorsa dicevamo che per capire il come e quanto sono amato devo guardare a quanto l’altro ha sofferto per me, credo sia altrettanto vero che è necessario diventare consapevoli di quanto io possa aver fatto soffrire.

Lo sappiamo: la tenerezza e la commozione viaggiano tra gli occhi e le labbra: Pietro ha avuto il coraggio di permettere che ciò che due labbra avrebbero potuto esprimere fosse racchiuso in un rivolo di lacrime.

(don Antonio Savone)

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Preghiera Universale

“Nelle tue mani, o Padre, affido il mio spirito” – ha detto Gesù nella sua ora suprema. Con lo stesso gesto di fede anche noi mettiamo tra le mani di Dio il cammino della Chiesa, coloro che nascono, che soffrono, che muoiono; il mondo di ieri, di oggi, di domani; la nostra stessa vita.

Signore noi ti preghiamo
– per quelli che procedono senza speranza,
– per quelli che attraversano giorni senza affetto, – per quelli che non ne possono più dal soffrire.

Kyrie eleison!

Signore noi ti preghiamo
– per quelli che non sanno più in chi credere,
– per quelli che attendono un segno da parte di Dio, – per quelli che rifiutano la mano tesa.

Kyrie eleison!

Signore noi ti preghiamo
– per quelli che sono stati feriti nella loro fedeltà,
– per quelli che si rinchiudono nell’assurdo,
– per quelli che non riescono a superare la loro tristezza.

Kyrie eleison!

Signore noi ti preghiamo
– per quelli che hanno paura,
– per quelli che hanno fame,
– per quelli non hanno un lavoro.

Kyrie eleison!

Signore noi ti preghiamo
– per quelli che vorrebbero chiedere aiuto,

– per quelli che sognano un po’ di gioia,
– per quelli che sono soli.

Kyrie eleison!  

Signore noi ti preghiamo per i vivi e per i morti per tutti e anche per noi.

Kyrie eleison!

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Preghiera nel tempo della prova

Signore, Padre Santo,

tu che nulla disprezzi di quanto hai creato

e desideri che ogni uomo abbia la pienezza della vita,

guarda alla nostra fragilità che ci inclina a cedere.

Fa’ che il nostro cuore regga in quest’ora di prova.

Perdona la nostra incapacità a far memoria di quanto hai operato per noi.

Allontana da noi ogni male.

Se tu sei con noi chi potrà essere contro di noi?

In ogni avversità noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati.

Facci comprendere che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore.

Benedici gli sforzi di quanti si adoperano per la nostra incolumità:

illumina i ricercatori, dà forza a quanti si prendono cura dei malati,

concedi a tutti la gioia e la responsabilità di sentirsi gli uni custodi degli altri.

Dona la tua pace a chi hai chiamato a te,

allevia la pena di chi piange per la morte dei propri cari.

Fa’ che anche noi, come il tuo Figlio Gesù,

passiamo in mezzo ai fratelli sanando le ferite e promuovendo il bene.

Intercedano per noi Maria nostra Madre

e tutti i Santi i quali non hanno mai smarrito la certezza

che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio.

Amen.