La difficile traversata – Riflessioni in tempi di fragilità

Introduzione

Chissà cosa risponderemmo se qualcuno ci chiedesse qual è la cosa che più occorre a questo nostro tempo! Probabilmente ripiegheremmo su qualcosa di molto puntuale che possa dare una svolta alla piega che ha preso la nostra vicenda: uscire indenni da questa pandemia, il lavoro, un nuovo senso sociale, il rispetto reciproco. Della serie: basta la salute.

  1. Kierkegaard, filosofo danese, profondo conoscitore dell’animo umano e grande uomo di fede, sosteneva che la cosa che più manca a questo nostro tempo è l’eterno. Smarrita la prospettiva della meta ultraterrena, abbiamo finito per ripiegare sul qui e ora, su scelte che hanno il fiato corto. È un po’ come una nave in crociera, – continua Kierkegaard – sulla quale i passeggeri, avendo smarrito la memoria della loro destinazione, non riescono ad ascoltare nessun’altra voce se non quella che annuncia continuamente il menù della giornata. Ha un bel da dire il capitano della nave sulle indicazioni della rotta: niente da fare, l’unica cosa cui sono interessati i passeggeri è il cibo e lo svago a bordo.

Poco o tanto, quanto descritto dal filosofo sembra un’istantanea del nostro tempo. La nostra preoccupazione fino a un mese fa era dove andare il prossimo week end, cosa fare a Pasqua, dove andare in vacanza, dove trascorrere il ferragosto, quale nuovo locale sperimentare, che look sfoggiare. “Di queste cose si preoccupano i pagani” (Mt 6,32), aveva già ripetuto il Signore Gesù. Smarrita la prospettiva del “per sempre” abbiamo finito per sposare quella del “se non ora, quando?”. Rifiutato tutto ciò che ha carattere duraturo, abbiamo deciso di vivere alla giornata; abbandonati gli impegni stabili, abbiamo scelto il piccolo cabotaggio. E, perciò, abbiamo aggiunto cose a cose, esperienze ad esperienze.

Poi, all’improvviso, lo schiaffo brutale del covid19, da cui non sappiamo come e quando riusciremo a riaverci.

Siamo stati colti di sorpresa. Sebbene qualche avvisaglia ci fosse, abbiamo tirato dritto minimizzando, ma il prezzo che stiamo pagando in termini di vite umane è assai esoso.

Da un giorno all’altro siamo stati costretti a cambiare totalmente abitudini e consuetudini, a rimanere chiusi in casa, a provare smarrimento e preoccupazione per il futuro.  Siamo stati privati di una prossimità fatta di abbracci, di baci, di strette di mano. Per quanto la scienza, la tecnica, la medicina abbiano fatto progressi ineguagliabili, non possiamo non constatare la fragilità e la precarietà dell’essere umano. Persino il ritmo normale della vita cristiana è stato interrotto, con le celebrazioni eucaristiche domenicali e feriali che nutrono la fede e sostengono la carità. Sono scomparsi i diversi momenti di condivisone, formazione e fraternità. Lo stesso cammino quaresimale, con i suoi appuntamenti tradizionali quali la Via Crucis, è stato interrotto. Non sarà risparmiata neppure la Settimana Santa con le sue liturgie e le sue tradizioni.

Non sappiamo quanto durerà questa crisi, né dove ci porterà. Sappiamo, però, che non saremo più gli stessi di prima. Scriveva Papa Benedetto XVI nel 2009, al tempo di un’altra crisi: «La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità» (Lettera Enciclica Caritas in veritate, 21).

È in uno scenario come quello che ho provato a descrivere che si inserisce la preghiera di papa Francesco lo scorso 27 marzo. Francesco ha consegnato alla Chiesa e al mondo il brano del vangelo di Mc meglio conosciuto come “la tempesta sedata”, fissando l’attenzione proprio su ciò che gli apostoli si ritrovarono a vivere nonostante avessero Gesù con loro. Le parole commento del papa sono per tutti noi uno sprone a discernere. Dovranno essere viatico per questi giorni tanto bui.

È per questo che ho pensato di fermare ancora una volta la mia e la vostra attenzione sul brano di Mc, per riuscire ad andare oltre la cronaca e cogliere cosa può essere in gioco in questa “difficile traversata”.

 L’altra riva

“Passiamo all’altra riva”.

Tutto avrebbe sconsigliato una simile proposta. Gli apostoli e Gesù erano reduci da una giornata intensa. Aveva subito le calunnie da parte degli scribi, l’essere ritenuto fuori di sé da parte dei suoi. La folla era tanta e Gesù aveva addirittura dovuto farsi mettere a disposizione una barca da cui parlare. Poi, ancora, aveva parlato loro in parabole. Era ormai sera e il buon senso avrebbe suggerito di non avventurarsi. Se a questo si aggiunge poi il rischio di un violento temporale che senz’altro stava per annunciarsi e, da ultimo, la non opportunità di frequentare un territorio, quello della Decapoli, da dove qualcuno gli chiederà addirittura di andarsene (si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio, Mc 5,17) il quadro è completo. Di sera attraversare il lago verso un territorio pagano? Significava proprio andarsela a cercare. Che necessità c’era in quell’avventurarsi un po’ maldestro, superficiale e incosciente? E invece, puntuale giunge l’invito di Gesù: passiamo all’altra riva. Invito ripetuto ogni giorno da allora alla comunità dei discepoli di ogni tempo: passiamo all’altra riva. Invito ripetuto anche l’ultimo giorno della nostra avventura terrena quando saremo chiamati a guardare le cose come le guarda Dio.

Immagino la resistenza dei più che senz’altro avrebbero preferito altri lidi. Quello in cui si trovavano e che già conoscevano era senz’altro più sicuro.  A quell’ora, dopo una giornata intensa…. Ma cosa ti viene in mente? Non hai altro a cui pensare? Resistenza che emergerà tutta di lì a poco quando si trasformerà in paura prima e rabbia poi tanto da rimproverare chi aveva preso l’iniziativa di quella sciocca e drammatica traversata: non t’importa che moriamo? Della serie: te l’avevamo detto… Dinamiche che ben conosciamo.

Passiamo all’altra riva…

Non è il diversivo proposto da Gesù al gruppo dei discepoli. C’è un ben preciso intento in quell’invito espresso con autorevolezza in un frangente che forse consiglierebbe di rimanersene tranquilli sulla sponda che già conoscono. Appunto, quel passiamo all’altra riva… è l’invito/comando a lasciare la riva di sempre, le sponde fin troppo frequentate. C’è un’altra postazione da guadagnare e non già per fare proseliti ma per provare a guardare le cose di prima e la riva di prima, come passate. Ne sono nate di nuove. C’è una pasqua da vivere.

Il passare all’altra riva, infatti, non è mai indolore. Si scatena una vera e propria tempesta dinanzi alla quale la reazione prima è la paura, vale a dire l’incapacità di stare nella bufera senza perdere la pace. In più, come se non bastasse, a colui che ha preso l’iniziativa di buttarci a mare sembra non interessi quello che per colpa sua in qualche modo stiamo vivendo: non t’importa che moriamo? La paura della morte: ecco cosa fa capolino tutte le volte che la vita ci mette dinanzi un’altra riva. La paura di lasciare un mondo, un territorio, un’esperienza di cui conosciamo il codice, un’esperienza che abbiamo imparato a gestire. Avventurarsi come Gesù propone verso un territorio a rischio di contaminazione come poteva essere un territorio pagano scatena tutta una serie di eventi che immediatamente ci fanno perdere il controllo. E a noi par di morire. Già. La posta in gioco è proprio accettare di morire alla vecchia riva, al vecchio modo di guardare le cose. Perché siete così paurosi? È l’invito a dare un nome e un volto alle mie paure. Che cosa mi trattiene?

Come ci rilegge il brano della tempesta sedata! C’è forse qualcuno che fatichi a riconoscere di essere vestito di paura perché l’abito delle nostre sicurezze è stato strappato in ogni sua parte? Non passa giorno che di quel poco che ancora ritenevamo certo e sicuro non ne venga giù un pezzo.

Non t’importa che siamo perduti? È la domanda che sintetizza tutto il dramma del nostro vivere: da una parte avvertiamo il bisogno di Dio dall’altra misuriamo altresì l’esperienza del dubbio su di lui, da un lato la fiducia e dall’altro la paura che sia tutta un’illusione.

Non dimentichiamo che l’iniziativa di passare all’altra riva è sua, iniziativa che egli prende verso sera quando attraversare il lago non è certo esperienza agevole. I discepoli, e noi con loro, veniamo iniziati a prendere con noi un maestro così com’è, vale a dire non costruito a misura dei nostri desideri e delle nostre aspettative, ma stanco, rifiutato, lasciato solo persino dal Padre. Quel Gesù affaticato, contraddetto, in balia del sonno, ricorda ai suoi di allora e di oggi che al presente non è tolto il volto tragico dell’esistenza e la necessità della sequela, neanche se siamo certi che lui è sulla barca con noi. Non sogniamo forse una fede esentasse?

In simili frangenti la paura cresce e ci ritroviamo come singoli e come comunità a gridare: perché dormi, Signore? Anzi, l’esperienza della paura ci convince una volta di più che sulla barca della nostra vita, quel Signore non è mai salito. Addirittura, le condizioni in cui si svolge la nostra vicenda terrena a volte sembrano tali da dare la sensazione che questo Gesù ci abbia lanciati in un’avventura senza ritorno.

È contro questo tipo di lettura delle cose che il vangelo prende posizione: la mia è una vicenda sulla quale Dio è imbarcato sin dall’inizio. All’uomo che contesta a Dio il suo modo di essere presente nella storia, Dio risponde non giustificandosi ma invitandolo a guardare le cose da un’altra prospettiva. La sua presenza sebbene misteriosa non per questo è meno reale. Gli eventi e le domande che essi suscitano vanno affrontati non con lo spirito della rassegnazione e della sopportazione, ma con quello del discernimento. In tutto ciò che accade è come racchiusa una parola che va ascoltata e accolta.

Non avete ancora fede? A noi che vorremmo contestare il modo enigmatico in cui vanno le cose del mondo, Dio contesta il nostro modo cieco di leggere la storia: là dove noi contestiamo il suo disinteresse per noi, egli contesta la nostra paura che ci tiene schiavi.

Il Dio che nel brano evangelico sgrida il vento e il mare è lì ad attestare che non ama le tempeste, non le ordina, neppure a fin di bene. Il Dio di Gesù è il Dio che ama la vita: non dorme il custode d’Israele. A lui importa, eccome, se moriamo. Gli importa talmente tanto della nostra vita che è morto per noi.

È a noi che egli consegna le due domande: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? Bisognerebbe prendere queste domande non come domande che hanno già una risposta. Perché sono così pauroso? Dobbiamo riconoscere che “noi abbiamo tonnellate di religione, ma non abbiamo un granello di fede” (P. Balducci).

Il vento e il mare infuriati ci parlano spiegandoci nuove visioni della realtà ma il loro è un linguaggio che non conosciamo perché violento e dunque non sappiamo dominarlo. La furia del vento e del mare ci dicono che è con altri strumenti che sarà possibile compiere quella traversata. I soliti modulati sul ritmo dell’ansia e della paura non portano da nessuna parte. Quanto diversa la reazione di Gesù di fronte a quello stesso linguaggio del vento e del mare: egli se ne stava a poppa, su un cuscino, e dormiva. Sarà lui a mettere a tacere vento e mare quando si troverà costretto a misurare che nel nostro cuore fa fatica a germogliare la fede e la disponibilità a lasciarsi condurre. E intimerà al vento e al mare non di arrestarsi ma di non più parlare.

“Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri” (Papa Francesco, 27 marzo).

Perché allora reintrodurre la prospettiva dell’eterno nel presente? Perché non allontanarci da Dio?  L’eterno, Dio, restituisce la consapevolezza che il cammino è un progressivo essere “trasformati di gloria in gloria” finché arriviamo tutti alla statura di uomo perfetto, l’uomo così come Dio lo aveva pensato. La vita è acconsentire a questa lenta e meravigliosa opera di far rilucere quello che di vero e di bello Dio stesso ha seminato in noi: le grandi opere che Dio ha compiuto in Maria come caparra di quello che compie anche in noi. Il rischio è di accontentarsi di uno stadio intermedio, assolutizzato il quale, si finisce per confondere la tappa con la meta.

Senza l’eterno è la barbarie, senza l’eterno è lo sbando, senza l’eterno è l’assolutizzazione del relativo, senza l’eterno l’uomo è ridotto ad oggetto, senza l’eterno la vita è solo una animalesca soddisfazione di bisogni.

Nostro compito è generare continuamente quell’uomo nuovo che ciascuno di noi porta dentro di sé e finché dura quest’oggi questo è il compito di certo più impegnativo ma anche quello più degno di noi.

________________

Dal Vangelo secondo Marco (4,35-41)

In quello stesso giorno, alla sera, Gesù disse loro: «Passiamo all’altra riva». E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano delle altre barche con lui. Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. Essi lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?»