La tua mano è il mio sostegno – 29 marzo – Sussidio per la preghiera personale e familiare

SUSSIDIO PER LA PREGHIERA PERSONALE  O FAMILIARE IN QUESTO TEMPO DI PROVA

Domenica 29  marzo 2020  – V di Quaresima

(A cura di don Antonio Savone, Direttore Segreteria Pastorale Arcidiocesi di Potenza-Muro L.-Marsico N.)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? 

Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8.31.35.37).

 

Introduzione

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Lodiamo e invochiamo insieme il Signore, fonte della vita:

Eterno è il suo amore per noi.

 

A cori alterni si recita il Salmo 116

Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera.

Verso di me ha teso l’orecchio nel giorno in cui lo invocavo.

Mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi.

Mi opprimevano tristezza e angoscia

e ho invocato il nome del Signore: «Ti prego, Signore, salvami».

 

Buono e giusto è il Signore, il nostro Dio è misericordioso.

Il Signore protegge gli umili: ero misero ed egli mi ha salvato.

 

Ritorna, anima mia, alla tua pace,

poiché il Signore ti ha beneficato;

egli mi ha sottratto dalla morte,

ha liberato i miei occhi dalle lacrime,

ha preservato i miei piedi dalla caduta.

 

Camminerò alla presenza del Signore

sulla terra dei viventi.

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Ascoltiamo la parola del Signore dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

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Nostalgia o speranza?…

Doveva essere forte il legame che lo univa a Marta, Maria e Lazzaro se, una volta ammalatosi quest’ultimo, le sorelle avevano pensato bene di informare il loro amico. Che cos’è l’amicizia, infatti, se non la possibilità di condividere un carico che altrimenti diverrebbe insostenibile?

“Colui che tu ami è malato”: in queste parole c’è molto di più di una semplice comunicazione. C’è la memoria di un affetto, c’è il desiderio di rivivere qualcosa che potrebbe essere compromesso da un momento all’altro, c’è l’invito implicito a intervenire, almeno stavolta, a non far sì che le cose precipitino. Chi di noi non correrebbe alla notizia di una persona cara che sta male?

L’à plomb di Gesù, invece, quasi fa accapponare la pelle se non addirittura rivoltare lo stomaco tanto suona inopportuno in un momento in cui ci sarebbe una cosa sola da fare: affrettarsi.

Per tutta risposta, invece, l’amico non si muove e non già per problemi di sciopero dei trasporti, quanto piuttosto per libera scelta. Dice addirittura di “essere contento” di non essere lì a Betania. Eppure, due giorni sono troppi per chi lotta con la morte. Niente da fare. Che strano amico, verrebbe da obiettare: questo è il modo di amare? Infatti, Marta non perderà l’occasione di farglielo notare: “Se fossi stato qui…”, come a dire: “Se ti fossimo stati veramente a cuore, non ci troveremmo in questa situazione”. Marta è certa che la presenza di Gesù avrebbe fatto la differenza: “mio fratello non sarebbe morto”. A che serve muoversi quando non c’è più nulla da fare? Cosa sei venuto a fare adesso?

Davvero strano questo Dio: sembra quasi che all’occorrenza non sia mai disponibile, che alla bisogna non si lasci trovare. Tante volte è accaduto così quando un lutto ci ha visitati, quando una sciagura ci ha colpiti, quando un cataclisma ha scosso le fondamenta della terra, quando un ragazzo è martellato a morte. Tante volte. Perché quel ritardo non dovuto a qualche ostacolo sopraggiunto ma addirittura premeditato?

Eppure, la nostra protesta non gli è sgradita, anzi: se la familiarità ce lo consente, il rimprovero fa parte della verità della relazione. Proprio a me questo?

Poi, però, bisogna lasciarlo parlare. E qui viene il bello. Già, perché fa appello alla tenuta della mia fede nei giorni della prova, alla capacità di non mettere in discussione il rapporto con lui quando tutto sembra farci paura e unica prospettiva sembra essere la morte, alla disponibilità a far sì che quel ritardo sia letto non come una smentita dell’amore ma come occasione per assumere l’occhio di Dio sugli avvenimenti.

“Se credi, vedrai”. Ti pare facile, Signore? Mi verrebbe spontaneo scambiare l’ordine di questi verbi, come accadrà a Tommaso la sera di Pasqua: “se vedo, crederò”. Ho bisogno di vedere per credere. Difficile, infatti, non sembra neppure essere il credere quanto piuttosto ciò che c’è in mezzo tra il credere e il vedere, un’attesa che a volte si fa estenuante tanto che le ragioni per continuare a sperare sembrano cozzare ogni giorno di più contro quelle dell’evidenza.

“Signore credo”. Marta osa fidarsi e scopre che ciò che il Signore le aveva promesso si compie. Il problema, infatti, non sono i due giorni di ritardo del Signore e neppure quelli che registrano già la morte della speranza: “è già di quattro giorni”. Cosa vuoi che siano due o quattro giorni o forse di più per chi ha come prospettiva l’eternità? La questione è, semmai, che cosa anima il mio cuore in quei giorni: la nostalgia per ciò che sembra sfuggire alla nostra presa o la speranza per quello che Dio può ancora compiere se solo continuiamo ad avere fiducia?

Certi passaggi, infatti, possono essere attraversati solo nella misura in cui abbiamo imparato a riporre fiducia in qualcun altro. E questo persino di fronte all’arroganza della morte. Non c’è morte, infatti, senza fecondità alcuna se è vero che la vita è generata sempre da dei travagli, da delle morti.

Passare dalla nostalgia alla speranza significa proprio non arrendersi, non rassegnarsi. Significa credere che si possa ancora venir fuori proprio come gli ebrei dal Mar Rosso quando già avevano il fiato degli inseguitori sul collo. Significa credere che si possa venir fuori dal sepolcro anche se il cadavere è già di quattro giorni.

Credi tu questo?

Dio è glorificato quando un uomo, una donna accetta di uscire da tutto ciò che soffoca la vita, l’intelligenza, la libertà. Qui Dio ha posto la sua gloria.

(don Antonio Savone)

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Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Preghiere di intercessione

La preghiera, quando è mossa e animata dalla fede, commuove Dio, sempre pronto a venire incontro al vero bene dei suoi figli. Con questa fiducia gli rivolgiamo le nostre preghiere:

Dona, Signore, il tuo Spirito di vita.

Al nostro papa Francesco, al nostro Vescovo Salvatore, ai sacerdoti e a tutti i cristiani, perché siano gioiosi annunciatori della vita che viene da te:

Dona, Signore, il tuo Spirito di vita.

Ai governanti delle Nazioni, perché guidino i popoli su vie di pace e di giustizia:

Dona, Signore, il tuo Spirito di vita.

A quanti, a causa dell’epidemia, hanno perso il lavoro e vivono in ristrettezze economiche, perché continuino a credere che “tu sei la vita”:

Dona, Signore, il tuo Spirito di vita.

A quanti sono impegnati giorno e notte nell’assistenza e nella cura degli ammalati negli ospedali e nelle case, perché sappiano accompagnare le persone loro affidate con compassione e competenza:

Dona, Signore, il tuo Spirito di vita.

Alle persone che vivono nelle zone di guerra e maltrattamento, perché siano sostenute dalla speranza di una vita nuova:

Dona, Signore, il tuo Spirito di vita.

Ai ragazzi e ai giovani, perché con responsabilità e determinazione continuino il loro impegno di studenti:

Dona, Signore, il tuo Spirito di vita.

Ai genitori, ai figli, ai nonni, perché sappiano riscoprire il significato e il valore dei legami familiari:

Dona, Signore, il tuo Spirito di vita.

Ai nostri fratelli e sorelle defunti che sono morti a causa di questa epidemia, perché possano contemplare in eterno il tuo volto:

Dona, Signore, il tuo Spirito di vita.

G. Le fatiche e le sofferenze di questo tempo ci portano a dire, come Marta e Maria, “se tu fossi stato qui”: certi che Dio non ci abbandona lo preghiamo insieme osiamo dire:

Padre nostro…

Preghiera nel tempo della prova

Signore, Padre Santo,

tu che nulla disprezzi di quanto hai creato

e desideri che ogni uomo abbia la pienezza della vita,

guarda alla nostra fragilità che ci inclina a cedere.

Fa’ che il nostro cuore regga in quest’ora di prova.

Perdona la nostra incapacità a far memoria di quanto hai operato per noi.

Allontana da noi ogni male.

Se tu sei con noi chi potrà essere contro di noi?

In ogni avversità noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati.

Facci comprendere che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore.

Benedici gli sforzi di quanti si adoperano per la nostra incolumità:

illumina i ricercatori, dà forza a quanti si prendono cura dei malati,

concedi a tutti la gioia e la responsabilità di sentirsi gli uni custodi degli altri.

Dona la tua pace a chi hai chiamato a te,

allevia la pena di chi piange per la morte dei propri cari.

Fa’ che anche noi, come il tuo Figlio Gesù,

passiamo in mezzo ai fratelli sanando le ferite e promuovendo il bene.

Intercedano per noi Maria nostra Madre

e tutti i Santi i quali non hanno mai smarrito la certezza

che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio.

Amen.

Benediciamo il Signore

Rendiamo grazie a Dio