Cantus firmus – Un anno fa – Intervento di don Antonio per il suo XXV

“Come olivo verdeggiante mi abbandono alla fedeltà di Dio, ora e sempre”.

Furono queste le parole della Scrittura che, durante gli esercizi spirituali, scelsi di mettere sull’immaginetta ricordo per la mia ordinazione e nelle quali, a distanza di 25 anni, mi ritrovo appieno: “Come olivo verdeggiante mi abbandono alla fedeltà di Dio, ora e sempre”.

Sono passati 25 anni e i sentimenti sono ancora identici: stupore, meraviglia, tanta riconoscenza ma, soprattutto, tanta tanta coscienza dei miei limiti. Ora più che mai sono consapevole di ciò che S. Paolo scriveva: “Portiamo questo tesoro in vasi fragili perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio. La sua forza si manifesta nella nostra debolezza” (2 Cor 12,9).

Proprio per questo, stasera, insieme con voi, vorrei elevare al Signore il canto della Sua fedeltà. Se sono qui, infatti, non è perché io sia stato capace di fare chissà che cosa ma perché egli è stato fedele alla parola data. Ha fatto tutto Lui.

La fedeltà di Dio è il cantus firmus di tutta la mia esistenza. In musica, il cantus firmus è una sorta di nota ostinata che tiene il tono attorno a cui si costruisce la polifonia. La fedeltà di Dio è il mio cantus firmus e ciascuno dei volti e dei nomi di cui il Signore mi ha reso compagno di viaggio nella comune sequela, ciascuno di voi a cui va il mio affetto sincero e la mia gratitudine riconoscente per quello che siete e per quello che fate per me (anche in questa circostanza), è ciò che compone la polifonia della mia esistenza. Penso in modo particolare alle comunità affidate al mio ministero, a questa parrocchia nella quale il nostro Arcivescovo mi ha voluto come parroco.

Mi piace pensare a me come allo spettatore che si inebria del sapiente intreccio tra il cantus firmus di Dio e il meraviglioso rincorrersi delle voci diverse che sono state il segno tangibile della fedeltà di Dio, dagli amici della prima ora (don Antonio, don Marcello, don Paolo, don Vito) a quelli che via via il Signore mi ha dato la grazia di incontrare lungo tutto il cammino, dall’Arcivescovo a Mons. De Nicolò, Mons. Talucci, Mons. Superbo, a tutti i confratelli. Anche quando qualche nota può esser risultata fuori tono, a ricominciare è sempre l’ostinato di Dio, è sempre la sua fedeltà la nota attorno a cui accordarsi.

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo…

La mia è una storia benedetta, costellata di innumerevoli segni della presenza e della fedeltà di Dio. Ultimo di 6 figli, oggi, quale probabilità avrei avuto di venire alla luce? 6 figli! Improponibile secondo i calcoli moderni: sarei stato scartato senz’altro. E, invece, eccomi qua. Nato da una donna minuta ma forte, tenace, laboriosa (ripenso alle notti in cui finiva di lavorare a maglia perché la domenica mattina o nelle feste potessimo essere vestiti a festa) ho avuto la gioia di avere accanto una bella famiglia che mi ha sempre sostenuto e accompagnato. Ricordo il Natale del 1986. Ero al I anno al Collegio Capranica a Roma. Rientrato per le vacanze, mio padre, che di solito era abbastanza taciturno mi chiese se stessi bene, se fossi contento. Io gli domandai perché mi avesse detto così. Egli mi rispose: “è la prima volta che sei tornato a casa senza portare un amico”. Sì, casa mia era casa nostra, casa dei miei amici.

Un particolare segno della benedizione di Dio è stata ed è mia sorella Rosetta che il Signore ha chiamato a sé quasi 9 anni orsono. Pur non sapendo di teologia aveva un senso di Dio tanto grande da rischiarare anche le tenebre più fitte che ha dovuto attraversare. “Non sanno cosa si perdono coloro che non conoscono il Signore”, amava ripetere. Proprio così.

Insieme a Rosetta il mio pensiero va a sr. Bruna che il Signore ha messo sul mio cammino in un momento assai delicato. Lei aveva scelto come sua frase ispiratrice quella del Sal 61 che dice: “La tua grazia vale più della vita”. La sua è un’esistenza giunta al compimento non senza aver operato il bene per tanti, per gli ospiti della casa famiglia che insieme abbiamo guidato e anche per me.

Il nostro Arcivescovo a cui va tutta la mia gratitudine per la fiducia riposta nella mia persona, ci ricorda spesso una frase attribuita a san Giovanni Bosco: da un sì o da un no detto da ragazzi può dipendere il seguito di un’intera esistenza. E tutte le volte che la ripete io rileggo la mia avventura.

Sono uno della prima ora. Avevo 6 anni circa quando, come catturato dal nostro parroco don Vito Matteo venuto a casa per la benedizione pasquale, attorniato da una frotta di bambini, gli chiesi di poter fare il chierichetto e lui mi prese con sé. Anche così, da tanto lontano, ha inizio un percorso vocazionale. Per riprendere ciò che l’Arcivescovo ci ha ricordato nell’omelia, don Vito, un prete tutto racchiuso nella sua talare, nel suo sigaro e nel suo basco, è stato, senza saperlo, il mio angelo Gabriele, l’angelo di un Natale decisivo.

Con i ritmi di oggi sarebbe improponibile ma la figura di don Vito e di ciò che gli girava attorno mi aveva preso: mi alzavo prestissimo al mattino (ora avete capito perché mi sveglio prima che sorga il sole) per andare ad aprire la chiesa insieme ad Antonio prima e a Marcello poi, servire messa, scappare a scuola. Avevo addirittura il permesso di uscire da scuola quando c’era un funerale al mattino e bisognava cantare la messa da requiem. Altri tempi! A casa mangiavo sempre in fretta perché dovevo scappare in canonica. Tutti i giorni succedeva una cosa strana: di rientro da scuola, don Vito, avviava un po’ di cucina e puntualmente si addormentava sul tavolo della sala da pranzo mentre il cibo rischiava di bruciarsi. Dopo la scuola, mangiavo qualcosa velocemente e lo raggiungevo onde evitare che tutto andasse bruciato. Quella vita spesa per gli altri, giorno dopo giorno, stava scavando nel mio cuore qualcosa che a tutta prima stavo rifiutando. Ricordo ancora la risposta che diedi a sr. Maria Paola quando mi chiese se volessi farmi prete: “Quella vita non vorrei mai farla!”. E, invece ho risposto proprio alla chiamata a fare mia quella vita.

Se ripenso al mio cammino, non cesso di chiedermi “perché proprio io?”. Se l’accostamento non risultasse ardito, vorrei tanto rispondere con le parole di san Francesco d’Assisi a frate Masseo quando gli chiese: “Perché a te, perché a te, perché a te tutto il mondo vien dietro?”. Francesco rispose: “Vuoi sapere perché a me, perché a me, perché a me? Perché il Signore non ha trovato un peccatore più grande di me”.

Ho ritrovato il senso di queste parole in quello che papa Benedetto XVI ripeté nel giorno della sua elezione: “Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti”.

In genere, in una simile circostanza si è soliti recuperare le foto dei vari momenti che hanno scandito questi anni di ministero. Credo, però, che ciò che attesta il mio ministero, sono le tante persone conosciute e non, che hanno ricevuto grazia e consolazione attraverso di esso. Il mio album fotografico di questi 25 anni è ciascuno di voi.

Voglio ringraziare con tutto me stesso il Signore per avermi tenuto al riparo da ogni evasione, da ogni deriva, ed avermi donato ogni giorno la forza ripartire.

O Gesù: fratello, amico, salvatore,

mi hai chiamato a seguirti alle prime luci dell’alba,

mi hai inviato a lavorare nella tua vigna,

dove c’erano mani tese e cuori feriti,

nascevano amori e morivano speranze.

Con Te ho consacrato, benedetto, perdonato,

ho piegato il cielo sul letto dei malati,

ho donato speranza a chi cercava futuro.

Se mi guardo indietro, è ancora un mistero

la tua chiamata e la mia risposta.

O Signore, dammi la pace che ho donato agli altri,

dammi il perdono che ho dato nel tuo nome,

resta con me, nella gioia e nel pianto.

All’Eterna e Divina Trinità ogni onore e gloria.

Alla Madre della Chiesa e a tutti i Santi nostri protettori,

lode e benedizione nei secoli dei secoli.

Amen.