La tua mano è il mio sostegno – 24 marzo – Sussidio per la preghiera personale e familiare

SUSSIDIO PER LA PREGHIERA PERSONALE  O FAMILIARE IN QUESTO TEMPO DI PROVA

Martedì 24  marzo 2020 

(A cura di don Antonio Savone, Direttore Segreteria Pastorale Arcidiocesi di Potenza-Muro L.-Marsico N.)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? 

Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8.31.35.37).

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Pietà di noi, o Signore. Contro di te abbiamo peccato.

Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.

 Sal  22

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

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Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 5,1-16

Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.

Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina?”». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

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Vuoi guarire?

 

Vuoi guarire? È la domanda che consegna a ciascuno di noi il Signore Gesù. Tutti quanti noi viviamo a ridosso – proprio come il paralitico – di quel luogo che si chiama Betzaetà, che significa casa della misericordia. Quell’uomo abita in quella casa ma in realtà sembra escluso dalla possibilità che gli si sui misericordia.

In quella casa c’è un tipo di umanità che Gv racchiude in tre categorie: ciechi, storpi e paralitici. Queste tre categorie sono figura della condizione reale dell’uomo raggiunto da Gesù: a farla da padrone è la cecità, la mancanza di libertà di movimento e la paralisi.

Vuoi guarire? A tutta prima sembra una domanda scontata come chiedere ad un affamato se vuol mangiare. Tuttavia, a ben riflettere non è una domanda retorica. Non poche volte, infatti, il dolore, la solitudine, l’abbandono costringono ad una sorta di letargo da cui è difficile uscire. Sono tante le cose che ci bloccano e ci impediscono di riprendere a camminare: ansie, preoccupazioni, inquietudini. Quell’uomo aveva fatto della sua infermità un pretesto per non assumersi alcuna responsabilità: non a caso addebita ad altri la causa del protrarsi nel tempo di quella malattia. È la malattia a “farlo essere”: la pretesa di essere aiutato è più forte della volontà di guarire.

L’uomo del vangelo è un rassegnato, è scoraggiato, tanto è consapevole della sua impotenza. Nessuna preghiera sulla sua bocca, nessuna richiesta, nessuna invocazione. Forse neppure sa chi è quell’uomo che ha dinanzi. Gesù non si ferma di fronte a queste resistenze, bussa con insistenza perché gli si apra il cuore: vuoi guarire? Quell’uomo aveva bisogno di qualcuno che lo scuotesse dalla sua apatia e lo costringesse ad assumersi la libertà di uscire dal proprio vittimismo.

Io non ho nessuno… è un uomo solo. Non ha nessuno che lo aiuti a guadagnare la tanto sospirata guarigione. Nessun punto di riferimento. Eppure non abbandona quel portico: continua ad assistere all’incresparsi delle acque e a vedere altri più fortunati di lui. Tutto questo da ben lunghi trentotto anni. Abbandonato da tutti, credeva di essere abbandonato  persino da Dio. Attorno a quell’acqua c’è gente sospesa ad una tradizione e imprigionata dalla competizione. Quante promesse vuote! Da quanti anni forse anch’io sono fermo ai bordi di una piscina in attesa che accada qualcosa!

Gesù conosce la sua condizione e perciò gli si fa prossimo, si accosta a lui chiedendogli: Vuoi guarire? O vuoi restare appeso ad una tradizione che ti fa sopravvivere ma ti mantiene nella tua paralisi? È l’unico caso in cui è Gesù ad andare a cercare un malato: di solito gli erano condotti. Si avvicina a chi pensava di essere definitivamente escluso dal cuore di Dio. Tanto sta a cuore a Dio che per lui Gesù metterà a repentaglio la sua stessa esistenza.

Il paralitico non tarda a rispondere che le sue attese sono deluse da tempo: quell’acqua che egli ha davanti a sé promette una guarigione che non arriva mai, almeno per lui. Quell’uomo dovrà comprendere che altra è l’acqua da cui lasciarsi lavare ed è a sua disposizione solo che lo voglia davvero.

Alzati… fidati di me che sono venuto a cercarti, abbandona tutto ciò che ti tiene intrappolato, fa’ un salto.

Prendi il tuo lettuccio… infrangi una legge di morte che condanna ad un rito e all’osservanza di una regola vuota.

Cammina… il tuo orizzonte sia la strada e non più questa piscina. Impara a conoscere la vita.

Non ti è lecito… Strano a dirsi: ad avere la meglio sembrano essere la paura e il legame con una tradizione. Nulla può dinanzi a coloro che per restare fedeli a una legge che non è più per la vita, scelgono una adesione formale a Dio piuttosto che lasciarci interpellare da ciò che di nuovo lo Spirito sta suscitando. I giudei, infatti, vedono nel gesto di Gesù la violazione del sabato non già la guarigione di un uomo. Li colpisce più quel lettuccio preso sotto il braccio che non il fatto che quell’uomo cammini. Non riescono ad ammettere che quell’uomo possa essere per loro occasione di guarigione: preferiscono rimanere nella loro paralisi.

Vuoi guarire? Questa domanda attesta un Dio alla soglia della porta della nostra vita mentre mendica che si abbia bisogno di lui. È lui, infatti, a prendere l’iniziativa. Anche se forse non necessitiamo della salute fisica, tutti abbiamo bisogno di una guarigione interiore. Ma non è scontato riconoscerlo e come il paralitico accampiamo mille obiezioni che sono ben racchiuse in un’unica: sono sempre l’ultimo arrivato. Gesù ripete: non importa. Non è questo che conta. Tu cosa vuoi?

Quella domanda è ripetuta a noi perché prendiamo coscienza della nostra strutturale impotenza ma anche del fatto che tutta la nostra capacità sta nel desiderio che abita il nostro cuore. Lui ha il potere di venirci incontro se noi accettiamo di non arretrare di fronte ai limiti che vengono dalle nostre personali condizioni di vita, limiti che spesso rinfacciamo e dietro i quali non poche volte ci nascondiamo.

Vuoi guarire? Ossia, sei disposto a prendere coscienza della tua reale condizione? Ciò che conta, ciò che può significare una possibile svolta è riconoscere di aver bisogno di Gesù Cristo. Se questo è vero non ci sono ostacoli che tengano: è possibile anche a noi rialzarci. Nessun limite è vincente sulle parole rivolte da Gesù. C’è un bisogno nel nostro cuore, c’è una mancanza che solo lui può colmare. E non c’è piscina che tenga. La domanda di Gesù ci invita, quindi, a non maledire il fatto di sentirci bisognosi o mancanti. Questa mancanza e questo bisogno che talvolta tornano imperiosi non possono essere soddisfatti con espedienti di fortuna. L’antidoto è solo il Signore Gesù.

(don Antonio Savone)

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Preghiera nel tempo della prova

Signore, Padre Santo,

tu che nulla disprezzi di quanto hai creato

e desideri che ogni uomo abbia la pienezza della vita,

guarda alla nostra fragilità che ci inclina a cedere.

Fa’ che il nostro cuore regga in quest’ora di prova.

Perdona la nostra incapacità a far memoria di quanto hai operato per noi.

Allontana da noi ogni male.

Se tu sei con noi chi potrà essere contro di noi?

In ogni contrarietà noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati.

Facci comprendere che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore.

Benedici gli sforzi di quanti si adoperano per la nostra incolumità:

illumina i ricercatori,

dà forza a quanti si prendono cura dei malati,

concedi a tutti la gioia e la responsabilità di sentirsi gli uni custodi degli altri.

Dona la tua pace a chi hai chiamato a te,

allevia la pena di chi piange per la morte dei propri cari.

Fa’ che anche noi, come il tuo Figlio Gesù,

possiamo passare in mezzo ai fratelli sanando le ferite e promuovendo il bene.

Intercedano per noi Maria nostra Madre

e tutti i Santi i quali non hanno mai smarrito la certezza

che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio.

Amen.