Gli amanti o l’Amore? – III di Quaresima

È una domenica insolita. Passerà alla storia: la prima, per tanti di noi, senza la possibilità di ritrovarsi attorno all’altare nella nostra chiesa a celebrare la Divina Liturgia. Tuttavia, nel caso avessimo qualche dubbio, Dio non ci fa mancare il cibo necessario come confessa il Sal 145: “Gli occhi di tutti sono rivolti a te, e tu dai loro il cibo a suo tempo” (Sal 145).

Che bello sapere che attraverso la sua Parola, Dio stesso si fa carico di ciò di cui abbiamo veramente bisogno! E non siamo noi a stabilirlo: è lui a decidere ciò di cui nutrirci, a suo tempo. Anche a mezzogiorno, come per la donna di Samaria, anche dopo estenuanti andirivieni che hanno solo acuito l’arsura. Anche in un’emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo. Lo avevamo dimenticato, presi com’eravamo dalle nostre agende pastorali che tutto progettano, tutto organizzano facendo di noi degli analfabeti nelle cose che riguardano Dio che poi sono le cose che riguardano l’uomo.

Altro che “cinque mariti più un sesto”: abbiamo cercato altrove ciò che potesse dissetarci nel profondo. Per dirla con Geremia, ci siamo orientati a “cisterne screpolate che non contengono acqua” (2,3) e il risultato è sotto gli occhi di tutti: paura, angoscia, vuoto, smarrimento, inadeguatezza, incapacità di leggere il presente. La nostra è stata una bulimia sacramentale e devozionale che ha avuto come esito l’anoressia teologica, l’indebolimento della fede, l’afasia teologale. Consumatori di sacro e inesperti del mistero pasquale, tanto da far stancare persino il Signore: “stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo” (Gv 4,6). Se non fosse che giochiamo d’anticipo su una Pasqua che chissà come vivremo liturgicamente ma non esistenzialmente, credo che il Signore ci ripeterebbe: “stolti e tardi cuore nel credere” (Lc 24,25).

Oggi più che mai patiamo tutti l’arsura della donna di Samaria: siamo senza celebrazioni, senza incontri, senza libertà di movimento, senza alcuna sicurezza circa la nostra salute e quella di chi amiamo, senza neppure la possibilità di prendere congedo da chi ci lascia. Ci sembra di avere la brocca vuota e di non sapere a quale pozzo rivolgerci più per placare, magari anche solo per un istante, la sete di senso che avevamo rimosso o, per dirla con il Piccolo Principe, avevamo provato a fronteggiare con “pillole perfezionate”.

Rileggendo la meravigliosa pagina della Samaritana, è risuonato con più forza quanto Giovanni scrive: “Egli doveva passare di là”. Come se l’intera storia attendesse quel momento, come se da sempre Dio avesse fissato quell’appuntamento. Se le circostanze, infatti, possono variare perché dipendono da molteplici fattori, persino da un’epidemia, l’incontro no, quello deve accadere, sebbene gli esiti di quell’incontro siano tutti dal nostro versante, non certo da quello di Dio. Dipende da noi, infatti, accettare o meno di lasciarci abbeverare dal Signore. Al pozzo della nostra vita, c’è un Dio seduto ad attenderci.

Ripenso, così, al “doveva” che Dio ha fissato per me, per noi. E se fosse questa situazione che stiamo vivendo nostro malgrado? Lungi da me il pensare e il credere Dio ci abbia inferto il coronavirus: Dio manda il Figlio, invia lo Spirito, dona il suo corpo e il suo sangue, non l’epidemia! Tuttavia, proprio frangente potrebbe rappresentare il pozzo a cui ci dà appuntamento. Un pozzo insolito, senz’altro. Un mezzogiorno non di fuoco ma di coprifuoco interminabile. Eppure potrebbe essere questo il luogo in cui trovare finalmente il nostro nome più vero. A un patto, però: che decidiamo di lasciarci incontrare.

Dammi da bere, ripete a me oggi. A me? Tu? Sono io che avrei bisogno di risposte da te e tu chiedi a me? Eppure, scopro in questa richiesta del Signore una divina pedagogia. Non inizia con una risposta come saremmo portati a pensare e come facciamo abbondantemente con le nostre strategie pastorali. Non inizia neppure con una presa di distanza o di rimprovero, visto che sapeva di chi si trattava. Comincia con una richiesta che solo alla fine rivelerà la sua consistenza. Dio sta chiedendo alla donna di essere accolto attraverso qualcosa che ella sola possiede. Lo sta facendo con tutti noi in questo frangente.

Se tu conoscessi il dono di Dio…

Se davvero sapessimo cosa c’è in gioco veramente, sapremmo a chi consegnare le nostre domande. Ma questo può accadere solo se sappiamo dare un nome al nostro desiderio più vero. Cosa c’è dietro il nostro bisogno di incontrarci, di abbracciarci? Possiamo accontentarci solo di una sufficiente scorta di amuchina con cui disinfettare le mani? Basta questo?

Se tu conoscessi il dono di Dio…

Non così la donna di Samaria. Sa bene che nome ha la sua sete. Tanto è vero che anche se non sa bene come Gesù possa offrirgliela (dal momento che le ha chiesto per primo da bere), non esita a palesarsi: “Dammi quest’acqua…”. Non ha vergogna di dire che è estenuante continuare a mendicare ogni giorno. Questa tremenda, terribile vergogna di chiamare le cose per nome facendo finta di essere gente superiore che tutto gioca su uno spirituale assai etereo ed evanescente che alla prima occasione sfuma! Il materiale della fede è la vita come accade. Dio non è mai in alternativa alla vita dal momento che per parlarci l’ha assunta.

Una volta aperto il problema della sua vita – smettere di mendicare dove non si trova quello che pure era stato promesso – Gesù si spinge oltre. E finalmente la donna può riconoscere in tutta umiltà che dietro il problema dell’acqua c’è il problema più serio dell’amore: ha avuto amanti ma non l’amore.

E poi viene il problema della fede: è un luogo ad assicurarne l’espressione? È una forma soltanto? Tema di questi giorni. Ma cosa avrà voluto dire quando parla di “spirito e verità”? Una relazione è vera quando condividiamo fisicamente luoghi, tempi, situazioni, modi concreti? Sono marito o moglie solo quando mi ritrovo fisicamente a contatto con chi dico di amare? È quello che altre volte ho definito come il passaggio dall’essere sinceri all’essere veri: proprio la cronaca di questo momento chiede di inverare la relazione con il Signore anche se le forme a cui eravamo abituati a viverla sono mutati. Ricordate il racconto del vecchietto che tutte le mattine andava a fare colazione con la moglie ricoverata in una residenza per anziani perché malata di Alzheimer? A chi gli diceva di non andarci più perché lei non lo riconosceva, aveva giustamente risposto: Lei non sa più chi sono, ma io sì.

La donna si mette in gioco quando s’accorge e riconosce che il primo ad averlo fatto è Gesù stesso: “Sono io che ti parlo. Quello che tu attendi ce l’hai davanti a te”.

È quello che ci sta ripetendo in tutti i modi se accettiamo di stare a contatto con tutti i sentimenti e i desideri che stiamo provando in questi giorni. Ridiamo, scherziamo pure ma non perdiamo questo appuntamento.