Il perdono fa cose nuove – Lunedì II di Quaresima

Perdonate e vi sarà perdonato…

Cosa significa perdonare?

L’essere perdonati, assolti, per il cristiano non è come ricevere l’assoluzione in campo civile, in cui si dichiara l’innocenza o l’insufficienza di prove per la colpevolezza: l’assoluzione è proprio dal male, realmente, coscientemente e deliberatamente compiuto. È proprio il peccato che deve essere perdonato! Siamo assolti non in quanto non colpevoli, ma proprio in quanto colpevoli, senza attenuanti.

Ora, credo che ciascuno di noi porti con sé degli equivoci a tal riguardo.

Perdonare non significa dimenticare. Il dimenticare non offre una solida base per il perdono. I rapporti che si fondano su delle amnesie per continuare rischiano di non essere autentici. È solo quando l’atro viene accettato totalmente nella globalità della sua vita che si giunge ad amare veramente una persona. Altrimenti l’incontro avviene ma con delle sospensioni di giudizio.

Perdonare non significa lasciar andare, far finta che non sia successo nulla. Non dare peso alle cose equivale abbandonare l’altro al proprio destino di male. È molto più facile non lasciarsi coinvolgere dalle situazioni di male e di sofferenza, trascurandole. C’è un silenzio che è segno di incapacità di attenzione e di compagnia solidale.

Perdonare non significa scusare. È certamente necessario ed utile individuare le ragioni profonde del comportamento altrui, rilevare ad esempio i condizionamenti o le attenuanti. Ma questo non fa parte della dinamica del perdono. Chi non è colpevole delle proprie azioni o chi si è ingannato o è stato costretto ad agire non ha bisogno di perdono, ma di comprensione, di aiuto, semmai di liberazione. Il perdono riguarda chi ha realmente e consapevolmente sbagliato.

Perdonare non è neppure soltanto accettare le scuse degli altri e il loro pentimento. Se per perdonare aspettiamo il momento in cui chi ha sbagliato ci esprime il suo rincrescimento, giungeremo sempre in ritardo e il nostro perdono non sarà espressione della misericordia di Dio.

Quando allora c’è vero perdono?

Il perdono di cui parla Gesù è:

un atto gratuito, non interessato. Non è compiuto per un desiderio di tranquillità o per evitare reazioni vendicative. È espressione di misericordia: è volontà di bene per chi si trova nel male. Per questo lo si esercita non solo verso gli amici ma anche nei confronti dei nemici. È l’amore che va oltre la giustizia.

Perdonare è rendere visibile la misericordia di Dio. La ragione del perdono evangelico è di carattere teologico: occorre rendere efficace il perdono di Dio. Perché diventi umana e possa raggiungere gli uomini, la misericordia di Dio deve diventare misericordia di un uomo. È solo perdonando senza riserve e amando gratuitamente che renderemo visibile ed efficace per i fratelli l’amore del Padre. La misura del nostro perdono perciò non è il nostro amore ma quello del Padre, il quale “non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (Mt 18,4).

Perdonare è ricordare il male alla luce di quanto compiuto da Gesù. Non è sufficiente dimenticare per perdonare veramente, occorre inserire gli eventi nella memoria dell’amore misericordioso del Padre espresso nel perdono di Gesù. Il male compiuto diventa la base per un amore inedito, per dei gesti che prima non erano pensabili.

Perdonare è portare insieme gli errori e il male finché sono ineliminabili. Spesso siamo capaci di perdonare quando notiamo il ravvedimento ma siamo incapaci di portare con gli altri il loro male. La strada è quella di imparare a convivere serenamente con il peccato altrui condividendo speranze e delusioni. Qui non c’è scadenza che tenga: se poniamo delle scadenze abbiamo già svuotato il nostro gesto fin dall’inizio. “Signore quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,22), cioè sempre.

Perdonare è offrire energia vitale per il rinnovamento della persona. La crescita della persona si realizza attraverso una intensa rete di rapporti, la restituzione di fiducia, la consapevolezza che l’altro non equivale al suo errore.

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