Abbà – Martedì I di Quaresima

bambino che pregaDopo essere stati messi in guardia dal Signore Gesù circa il rischio dell’ostentazione nella nostra vita, oggi siamo condotti nel cuore della vita cristiana. Lo specifico della vita cristiana è una preghiera e non anzitutto una dottrina. Pregare è vivere secondo il vangelo. La lieta notizia per noi è che la preghiera è relazione. Il Vangelo non si riassume in una verità, anzitutto, ma in una relazione. Questa lieta notizia risuona ancora una volta in una cultura come la nostra che ha perso la fiducia ed è non poche volte caratterizzata da relazioni arrabbiate. A questa nostra cultura è consegnato un volto, quello del Padre. A lui puoi rivolgerti proprio come farebbe un bambino con suo padre, con fiducia, osando.

Abbà è la parola chiave del Vangelo, una parola che Gesù ha ripetuto continuamente, ma in in modo unico nel momento della scelta decisiva, nel momento in cui la prospettiva è quella della morte. Ripetere abbà in quel momento è il segno della fiducia che abita nel cuore del Signore, la consapevolezza, cioè, che la vita non affonderà nel nulla, ma fra le braccia di un amore. Fra le braccia di un amore affonda ogni esistenza, anche la mia. Il Padre nostro lo si capisce proprio in questa situazione limite.

Abbà è il nome proprio di Dio ed esprime un Dio che sta in mezzo a noi con bontà, misericordia, tenerezza. Questo nome di relazione ci dice che non nasciamo per chissà quale strana combinazione di cellule, che non viviamo solo per delle coincidenze e non moriamo per caso come votati al nulla, ma che tutta la nostra esistenza è sotto il segno di una paternità. La radice e la possibilità della preghiera e della fede è ciò che Dio ha fatto per me, non ciò che io faccio per Dio. Rivolgersi a Dio chiamandolo Padre significa accettare di stare in una relazione in cui riconosco che io non mi sono fatto da solo: qualcun altro mi ha voluto! E perciò posso stare al mondo solo se accetto di vivere in un atteggiamento di fiducia. Riconoscere di avere un Padre significa accettare di aver ricevuto la vita.

Ma di quale padre si tratta? Il Padre che Gesù è venuto a manifestare è un padre che rompe i ruoli e contro tutte le regole del patriarcato corre incontro al figlio scapestrato di ritorno a casa.

Il Padre nostro non è una formula ma uno stile. Gesù ci ha consegnato un modo di stare davanti a Dio che presuppone un modo di stare con gli altri e di vivere nel mondo.

È possibile mettersi alla scuola della preghiera di Gesù se abbiamo imparato a frequentare la scuola della vita. E della vita bisogna sentire fino in fondo la passione e l’avventura.

Per questo il Padre nostro non è una preghiera per tutti, ma una preghiera per chi ha imparato a mettere Dio al centro della sua esistenza, ha imparato a chinarsi sulle ferite dell’umanità. “Voi quando pregate, dite: Padre!”. Può ripetere queste parole chi si sforza di vivere come discepolo alla sua sequela.

Frequentare la scuola della vita equivale a un vivere per: il Padre nostro è una preghiera espropriata, dove non c’è mai il pronome personale io e neppure l’aggettivo possessivo mio. Il primo atteggiamento per pregare – ma non è forse anche il primo atteggiamento per vivere in relazione? – è imparare a pronunciare il pronome tu e di conseguenza imparare a dire noi.

Pregare il Padre nostro è un continuo ridire la volontà di decentrarsi e di stare in relazione. Comprendiamo così che possiamo ripetere in verità questa preghiera solo se condividiamo i sentimenti che abitano il cuore di questo Padre, solo se siamo in grado di rimetterci in movimento con atteggiamento di accoglienza e disponibilità verso i piccoli.

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