Discorsi ‘lungo la via’ – Martedì VII del T.O.

bambinoQuella strada… e quei discorsi fatti per strada…

È ancora la strada a trattenerci quest’oggi alla scuola del Maestro. La strada non come luogo geografico circoscritto ma come luogo simbolo della vita, delle stagioni della vita, di ciò che anima e attraversa le giornate dell’uomo.

Lungo quella strada si consuma un dialogo tra sordi, che oserei definire inevitabile lungo la via di tutta la storia umana e si consuma altresì un mistero di solitudine. Dopo aver istruito i discepoli, questi tacciono e Gesù riprende il cammino verso Cafarnao più solo che mai.

Era già accaduto precedentemente : la professione di fede di Pietro formulata proprio lungo la strada, nascondeva attese improprie circa l’identità del Messia e dei suoi collaboratori. Proprio quella confessione/sconfessione aveva marcato una distanza tra Maestro e discepoli. Gesù aveva dovuto usare parole forti per rimandare al proprio posto il primo papa.

Ora di nuovo: egli è lì ad affermare in che modo porterà a compimento le antiche promesse, mediante la consegna di sé, “facendosi piccolo nell’obbedienza al Padre”, gli altri lì a discutere chi tra loro sia il più grande. Non avremmo mai immaginato che quelli che sarebbero poi diventati punto di riferimento per la stessa fede degli altri credenti, si siano abbassati a tanta piccineria. Lo scandalo dell’episodio è proprio la sua collocazione. Ma come? Il Maestro è lì a dire di sé e di ciò che lo attende e loro a volersi spartire la torta di un potere frainteso?

Davvero meschini i discepoli: avevano frainteso tutto. O meglio: avevano capito solo quello che avevano voluto capire. La loro preoccupazione era che cosa sarebbe accaduto di loro una volta a Gerusalemme. E ora non hanno neanche il coraggio di dire l’argomento del loro discorrere tanto si vergognano, proprio come un bambino colto di sorpresa dai suoi mentre ne sta combinando una. Per fortuna l’evangelista non ha censurato pagine come questa che tradiscono tutta l’umana fragilità di chi dovrà prendersi carico dell’annunzio del vangelo fino agli estremi confini della terra e nondimeno fa i conti con il proprio spirito arrivista.

La logica della forza usata dal potere politico e religioso del tempo metterà a morte Gesù, ma il non voler accettare che la sequela passi attraversa l’esperienza della consegna di sé, darà adito a logiche di competizione e di carrierismo anche all’interno della stessa comunità ecclesiale. E penso così al sognare ancora i fasti di una comunità cristiana che si riconosce sul registro del successo e del consenso ma che finisce per irridere la scelta del Maestro.

A nulla servirà il paziente ritessere i fili del discorso da parte di Gesù: essi però non capivano queste parole. Stando a quello che dice Mc si tratta di qualcosa che al contempo ignorano e rifiutano.

Di lì a poco, infatti, come se non bastasse, egli annuncerà per la terza volta la sua fine ignominiosa e, di nuovo, due di essi, Giacomo e Giovanni, a chiedere di sedere uno a destra l’altro a sinistra nel suo regno. E tutti a rimproverarli, non già “perché avessero chiesto una cosa sbagliata, ma perché anche loro volevano le stesse posizioni”.

Eppure, il Maestro non recede. Di nuovo un gesto di tenerezza ben espresso in quel sedutosi, chiamò i dodici… Nonostante abbiano manie di grandezza e di privilegi non li ha ripudiati ma si è messo al loro livello per introdurli in una diversa comprensione delle cose, provando così a fugare la paura dal loro cuore. È il loro cuore, infatti, che indurito respinge il fatto che possa avere un senso il soffrire e il dare.

Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti. Ecco la differenza cristiana: il nome nuovo delle relazioni è minorità. Francesco d’Assisi ne è un esempio quando crea una vita diversa ispirata proprio a questo stile evangelico finendo per mutare linguaggi e forme dell’esercizio dell’autorità. Questo è il codice per rileggere ogni autentica autorità, dentro e fuori la Chiesa. Non altro criterio: accettare di morire al proprio orgoglio e alla propria voglia di prevalere, di primeggiare. Questo vuol dire ricollocarci nel vangelo. Altrimenti ne siamo fuori. Di gran lunga. La croce abolisce tutte le espressioni del potere dell’uomo sull’uomo.

Preso un bambino, lo pose in mezzo a loro…

Penso sia il gesto che più il Signore continui a ripetere da duemila anni a questa parte, quello di invitarci a non distogliere lo sguardo dal bambino, dal piccolo senza diritti, dall’ultimo nella scala del potere. Il bambino era colui del quale il padre aveva diritto di vita e di morte fino ai dodici anni. È il bambino quello con cui ogni generazione di discepoli è chiamata ad identificarsi. Con il senza potere. Dio ha scelto quel posto: a disposizione (facendosi servo) e facendo spazio agli altri (accogliere i piccoli). Capovolto il nostro Dio, capovolta la comunità cristiana. Beato chi sarà in grado di riconoscerlo e di accoglierlo senza patirne scandalo.

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