Santità: tra lotta e discernimento – Articolo apparso sulla Rivista USMI “Consacrazione e servizio” N. 6 2020

Un’esperienza di gratuità

L’autore sacro annota che quando l’uomo uscì dalle mani di Dio, “Dio vide che era cosa molto buona” (Gen 1,31). Dio ci aveva voluti a sua immagine, capaci di dialogo, di fiducia, di comunione nell’amore. Un vero e proprio gesto di misericordia quello mediante il quale Dio aveva comunicato la vita all’uomo e alla donna facendoli a sua immagine e somiglianza. Per pura gratuità d’amore.

Nell’in principio di ogni cosa, dunque, c’è un’esperienza di gratuità, quella gratuità che abbiamo imparato a conoscere come “misericordia”. Di che cosa narra questa gratuità? Narra di un’attenzione da parte di Dio che va ben oltre le aspettative di chi è amato; narra di un amore che non sta a tergiversare di fronte all’incertezza di essere corrisposto o meno. L’immagine che meglio può aiutarci è quella di due genitori che pensano a un figlio ancor prima che esso sia concepito, tanto da desiderarlo, da volerlo, da amarlo, da pensarlo, da preparargli ogni cosa per quando sarà il momento del suo arrivo. Proprio così ha fatto Dio: prima della creazione del mondo ha pensato ciascuno di noi secondo un modello ben preciso, Gesù Cristo. Mentre guardava lui pensava a noi: “in lui ci ha scelti” (Ef 1,4). Concepiti, tutti, non a casaccio, non nel disordine, ma in modo da poter essere corredati di tutto ciò che un uomo potesse avere per una vita dignitosa.

Dio pensava ogni cosa in modo da avere come punto di riferimento non il nulla ma Colui che è il volto visibile del Padre invisibile.

Il venir meno della fiducia

E, tuttavia, pur pensati guardando a Cristo, nessun determinismo nella nostra storia: l’uomo avrebbe potuto accettare o meno di conformarsi a quel modello, avrebbe potuto fidarsi o non fidarsi. Sin da subito, infatti, il dubbio circa le reali intenzioni di Dio attraversa il cuore dell’uomo che si lascia convincere dall’azione di colui che da sempre, mentendo, cerca di separare la creatura dal suo Creatore: quello che Dio compie lo fa davvero perché ci ama o perché vuole rimarcare la distanza tra noi e lui? Non sarà mica geloso delle sue prerogative e perciò non accetta concorrenti?

Il venir meno della fiducia in Dio porta alla presa di distanza da lui facendo precipitare l’uomo nell’abisso del peccato. Che cos’è, infatti, quella smania che tutti attraversa nel desiderio di essere autonomi, indipendenti, di costruirci secondo un nostro modello fai da te, senza riferimento alcuno a quanto Dio ha compiuto per noi, se non l’esito nefasto di quella presa di distanza originaria?

L’uomo cede alla proposta di una uscita dall’affidamento: cominciare a vivere al di fuori della relazione con Dio, sulla base di una immaginazione che gli insinua che forse il dono non è dono, ma una dissimulazione; che forse il comandamento non è dato per custodire il desiderio ma per censurarlo; che forse la promessa di Dio non ha niente a che vedere con la nostra felicità.

L’uomo cede a quella immaginazione che vorrebbe farci credere che il mondo sia una prigione nella quale siamo stati rinchiusi da un Dio geloso di perdere il segreto della sua onnipotenza e che la durezza della nostra vita sia il segno della sua maledizione.

Qualcosa, perciò, ha come deturpato la nostra primitiva bellezza e bontà tanto da farci vivere il rapporto con Dio nel sospetto, quello con i fratelli nella prevaricazione e nella violenza, quello con il creato nello sfruttamento e nel non rispetto. Non si tratta di qualcosa di databile solo agli inizi della creazione ma, purtroppo, è cronaca quotidiana: rotta la comunione con Dio, l’uomo crede di poter assurgere a padrone indisturbato di ogni cosa.

La perdita della somiglianza

Il peccato ci ha fatto perdere la somiglianza all’immagine secondo la quale eravamo stati concepiti da Dio.

Eravamo stati tutti concepiti come capaci di un amore che facesse di noi trasparenza di lui e capaci di misurarci con i suoi passi quando – stando all’antico racconto – egli scendeva a passeggiare per conversare con l’uomo. Aveva sognato in grande Dio. Sogno infranto e passi temuti: da lì il fraintendimento, lo smarrimento, le reciproche accuse e la rottura dell’armonia tra l’uomo e il creato, la fiducia tradita.

Siamo andati lontano, molto lontano da come Dio ci aveva concepiti e, tuttavia, Egli non si rassegna mai alla piega presa dalla storia: la sfiducia dell’uomo non fa di Dio un ripiegato o un deluso amareggiato. Egli è talmente convinto di ciò che ha concepito all’inizio della nostra vicenda, da mettersi in cammino finché non trova qualcuno che non lascia alcun varco alla sfiducia e al sospetto. Costi quello che costi – e costerà il dono del Figlio – quel disegno si dovrà realizzare. Per questo molte volte e in diversi modi ha suscitato uomini che non si lasciassero ingannare dai diversi volti che assume la seduzione. Suo desiderio è quello di non abbandonare l’uomo al suo destino di morte e per questo sceglie di stargli accanto dal di dentro, assumendone la condizione.

Riappropriarsi del progetto delle origini

L’universale chiamata alla santità è proprio la possibilità di riappropriarsi del progetto delle origini, ciascuno “secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4,7). Non si tratta, infatti, di fare navigazione a vista ma di diventare “conformi all’immagine del Figlio suo” (cf. Rm 8,29) Gesù Cristo.

Nella 2Pt 1,4 è scritto che “Dio ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina”. Ecco il progetto di Dio: non la custodia gelosa delle sue prerogative, ma l’accesso pieno alla sua stessa vita. Questo, però, non va da sé: è frutto di una scelta, di una decisione, di un discernimento e di un vero e proprio combattimento.

Il discernimento e la lotta

Non è scontato servire Dio. E non è l’unica possibilità. E non è scritto una volta per tutte cosa significhi servirlo. Per questo al cap. V della EG, papa Francesco parla di discernimento e di combattimento unitamente alla capacità di vigilare.

Se persino il Figlio di Dio ha sentito il fascino del divisore, se anch’Egli ha dovuto scegliere, crediamo proprio che qualche uomo, una comunità cristiana, una comunità religiosa passi su questa terra senza tentazioni? Anche il Figlio ha avuto bisogno di un apprendistato di umanizzazione. Quasi un paradigma la vicenda della tentazione nel deserto: non è dato annunciare la prossimità di Dio (il regno di Dio è vicino) se non dopo l’esperienza tutta umana dell’aver attraversato il deserto della prova.

Non c’è battesimo, né ordine sacro, né consacrazione religiosa che ci eviti di attraversare i giorni bui in cui l’unica luce che ci attira è quella fosca che sa di morte e perdizione. Non c’è neppure età e lunga frequentazione di chiese che ci confermi in grazia, nel bello e nel vero, nella vita e nell’amore.

Davanti a noi sta il compito di scegliere: il nostro progetto o il progetto di Dio; trasformare il luogo dell’infedeltà in luogo dell’amore, quello del rinnegamento in luogo del fidanzamento, quello della lontananza in luogo di fedeltà, quello della tentazione in luogo di ascolto e di sequela. Non esistono ambienti estranei a Dio se Gesù ha fatto di un ambiente potenziale di tradimento (il deserto della prova), un luogo in cui non venir meno al suo essere Figlio.

“Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati ad essere vagliato” (Sir 2,1). Non c’è chiamata che non sia passata al setaccio della propria consistenza o inconsistenza. Cosa resta di vero in me qualora mi ritrovassi ad essere come scarnificato dalle allucinazioni seducenti del potere, dell’immagine, del possesso e non accettassi di venire a patti?

Il deserto in cui veniamo ricacciati è nello stesso tempo sia esperienza di solitudine e di aridità sia di possibilità di recuperare quanto di più vero ci appartiene e ci identifica. Di certo non ha i tratti della gradevolezza. Tutt’altro: esso manifesta con più evidenza la nostra vulnerabilità più invincibile. Proprio il deserto richiama come in nessuno di noi ci sia una sorta di determinismo a scegliere senz’altro il bene e a continuare nel cammino che con tanta lena possiamo aver intrapreso. I colmati di grazia non sono mai esenti dalla sferza della lotta. Tanto in noi quanto intorno a noi c’è qualcosa che vorrebbe indurci a fare il contrario. Non patiamo sulla nostra pelle il desiderio di concepire la nostra vita come un dono e al contempo sentiamo forte la seduzione a tenere tutto ben stretto solo per noi? Non conosciamo, forse, quanto sia bello gustare un momento di comunione con Dio e nello stesso istante restare ammaliati da ciò che pure sappiamo ci sfugge di mano? Non soffriamo, inoltre, perché da una parte avvertiamo il desiderio di qualcosa di nuovo e dall’altra misuriamo ogni giorno di più il ripiegamento verso l’abituale, il previsto?

Ci sentiamo tirati da più parti e noi non sappiamo più neppure chi siamo. “Non il bene che voglio io faccio ma il male che non voglio” (Rm 7,19), ricorderà Paolo amaramente.

L’ostacolo diventa veicolo

A liberarmi da questa condizione non sarà soltanto un raccogliere tutte le nostre migliori energie, come forse fanciullescamente pensiamo: le nostre forze, infatti, a lungo andare vengono meno, la nostra astuzia è minata, la nostra fedeltà è minacciata. A liberarmi è la forza che viene da Dio per il quale nessuna ribellione può avere il sopravvento su di noi. Per questo, quello che da sempre ci fa paura diventa invece ciò con cui è possibile convivere. Per questo, l’acqua in cui potresti annegare è la stessa che ti sospinge a riva e mette in salvo la vita. Proprio questo ci attesta che non esiste mai un tempo della prova in cui siamo in gioco solo noi e il nemico: ogni tempo, anche quello del confronto/scontro con il male, non è mai un tempo abbandonato da Dio. La possibilità di scampo, per il Figlio di Dio come per i figli di Dio, sta nel continuare a vivere affidati alle mani di Dio. Questo è sempre da discernere, ogni giorno di nuovo. Questo è ciò per cui lottare, fino all’ultimo istante.

La santità è il sogno di Dio sull’umanità, su ciascuno di noi, sogno-progetto a cui Dio non ha mai rinunciato. E questo sogno non riguarda soltanto un aspetto della vita morale (noi l’abbiamo legato soltanto alla sfera sessuale), ma riguarda tutta l’esistenza: se ciò che vivo, ciò che penso, ciò che sento è secondo l’amore, è secondo il desiderio di Dio.

Essere santi, ossia passare continuamente dalla paura alla fiducia, dalla solitudine alla relazione, dal sospetto all’affidamento, non accade per chissà quale nostro sforzo ma perché continuiamo a fidarci di ciò che Dio propone senza dar retta alla paura che vorrebbe farci prendere le distanze da lui.