Il nostro quadro clinico – Mercoledì V del T.O.

962Ne avessimo la possibilità, vorremmo entrare nel cuore stesso del Signore e sentire tutta l’amarezza sperimentata di fronte all’ottusità dei discepoli i quali, proprio come la folla, mancano di sapienza e persino di buon senso.

“Così neanche voi siete capaci di comprendere?”: sembrano le parole di resa di chi ha puntato tanto su qualcuno e questi non è stato capace di reggere rispetto alla fiducia ricevuta.

Aveva attraversato i luoghi del dolore: in tanti, a Gennesaret, gli avevano portato dinanzi malati e indemoniati. A questi bastava soltanto toccare il lembo del mantello per gustare non anzitutto la grazia della guarigione fisica ma quella della salvezza interiore. E ora, invece, si trova di fronte a uomini che non si rivolgono a lui per essere guariti ma solo per creare questioni ed evidenziare contrasti: infatti i loro argomenti sono tradizioni, mani lavate o meno, formalismi vuoti. I farisei, infatti, pur non avendo motivo di accusare i discepoli per opere cattive compiute, finiscono per attirare l’attenzione sul loro non lavarsi le mani, dal momento che non sono capaci di guardarsi dentro e riconoscere che una terribile invidia abita il loro cuore.

Per questo, con forza, è costretto a scardinare il pregiudizio tra il puro e l’impuro, ribadendo come ogni realtà creata sia in sé pura: “Dio vide che ogni cosa era cosa buona”. Eppure, il cuore ha il potere di sporcare o illuminare le cose. E se il cuore è lontano da Dio, Dio non è più presente sebbene si continuino a compiere pure opere religiose. Certo, non vi è dubbio che è più facile lavare le mani che purificare le intenzioni! È più facile osservare il digiuno eucaristico di un’ora (cosa che dobbiamo continuare a fare) che riuscire a mettere un freno alla lingua e alla maldicenza. A che serve lavarsi le mani se non si è disposti a lasciarsi purificare dalle lacrime e dall’elemosina?

Che cos’è che impediva ai discepoli di allora e di oggi di comprendere quello che Gesù va insegnando? Lo individuerei in quell’atteggiamento che ci fa stare sulla difensiva e perciò tutto guardiamo con disinteresse e distrazione. Chi ha scelto una simile postazione, finisce non solo per non credere ma resta chiuso nel comprendere, appunto. Non è in grado di comprendere, infatti, chi non è capace di lasciarsi sorprendere.

Di che cosa aveva parlato il Signore Gesù? Della necessità di purificare non già gli alimenti ma gli atteggiamenti esteriori e le intenzioni nascoste da cui essi nascono. Il problema, infatti, è come esercitare la giusta cura sul cuore perché non sia contaminato da propositi di male. Da curare è proprio l’interiorità: quando questo non accade l’attenzione finisce per assolutizzare cose esteriori e superficiali. Chi ha un cuore abitato dal Signore, non c’è luogo impuro che possa contaminarlo. Sono opere gradite a Dio solo quelle che non nascono dall’angoscia di come apparire agli occhi degli uomini.

Gesù ci chiede di prendere coscienza del nostro quadro clinico. La diagnosi non è delle migliori: “propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. E come se non bastasse, il tutto è inserito in un contesto ancor più preoccupante che va sotto il nome di ipocrisia. Guai a sentirci a posto solo perché continuiamo a lavarci “nell’acqua sporca della presunzione e dell’ipocrisia”. In fondo è vero: ci accontenteremmo, tutto sommato, di giungere ad uno stadio in cui riusciamo ad evitare la maggior parte dei sintomi di cui il Signore ci ha appena parlato. Il problema, però, è far sì che tutto questo venga sconfitto.

La differenza tra un cuore docile e un cuore indurito la fa proprio il momento della prova. Se nel nostro cuore custodiamo sentimenti di umiltà e benevolenza, nei momenti della prova tutto questo emergerà con più evidenza: ci si lascerà amare, si sarà capaci di gratitudine, si accetterà di dipendere. Se, invece, il cuore ha alimentato rancore, rabbia, si guarderà tutto con occhio cattivo. Non sono i momenti della vita, come spesso crediamo, a farci diventare cattivi ma l’assenza di Dio dal nostro cuore.

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