La forza di un “ma” – VI del T.O.

rublev_cristosalvatorer439_thumb400x275“Non pensate che io sia venuto ad abolire…”.

Un giorno, poiché ritenuto sovversivo, un po’ fuori dalle righe, parlando ai suoi discepoli, il Signore non tardò a precisare di non essere venuto ad abolire nulla di quanto era stato detto prima di lui nella legge ma, piuttosto, a dargli compimento. Più volte, infatti, il capo di accusa nei suoi confronti sarà proprio quello di trasgredire, di essere l’uomo dei cambiamenti, accusa che gli valse un vero e proprio capo di imputazione tanto da ritenerlo reo di morte.

“Ma io vi dico…”.

Quale forza racchiude sulle labbra di Gesù la congiunzione “ma”! Tutto l’opposto di ciò che essa esprime quando affiora sulle nostre labbra. Sulle nostre labbra, infatti, essa “esplicita contrapposizione al termine che precede, il quale è per lo più espresso negativamente”.

Così come Gesù la usa, non denigra affatto ciò a cui fa riferimento, non banalizza quanto lo ha preceduto: essa introduce piuttosto qualcosa di cui il prima era solo primizia, caparra, qualcosa che non poteva neppure immaginare quanto sarebbe accaduto dopo. Come il tocco di un artista che riesce a far risplendere di luce nuova qualcosa che rischiava di essere buttato al macero perché aveva perduto lo spirito che ne aveva guidato la realizzazione. Non aveva fatto così con quegli uomini che passando aveva chiamato dietro di sé? Cosa sarebbe stato di Pietro, Giacomo, Giovanni, senza il tocco di questo artista singolare che stava permettendo loro di esprimere al meglio ciò di cui ciascuno era portatore inconsapevole?

È proprio così: se hai la grazia di incrociare il suo sguardo e di stargli dietro, nulla è più come prima.

Non ti basterà, infatti, riconoscere quasi con candore infantile (come sovente accade) di non aver ucciso; scoprirai, piuttosto, che già aver dato dello stupido a qualcuno è come aver mortificato la possibilità che quegli si esprima secondo la sua capacità.

Non ti basterà soltanto evitare di andare a letto con un’’altra donna o con un altro uomo; scoprirai, invece, che aver guardato con l’occhio di chi ha già denudato è aver mancato di rispetto verso l’altro. Che cos’è, infatti, che può indurre a cedere se non lo sguardo, anzitutto? Che cos’è che potrà portare all’eliminazione fisica dell’altro se non il disprezzarlo?

Un tale discorso è radicale, non c’è che dire. Ma proprio questo è il percorso proposto dal vangelo: prova ad andare alla radice dei tuoi comportamenti per scoprire che se non sei in grado di porre un freno per tempo, il rischio è quello di non riuscire a gestire alcuna relazione. A  poco serve mettere il deodorante quando ti rifiuti di lavarti; serve poco insaponare la pelle quando sei il maggior azionista di produzione di veleno, foss’anche quello solo per topi.

Non basta un’adesione formale alla legge, ripete oggi il Signore. Sapeva bene, infatti, che come più tardi qualcuno riconoscerà, “per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano” (Giolitti). Non è forse vero  che la legge è il risultato di un vero e proprio compromesso tra il modo di fare e la giustizia, “tra il selvatico e l’umano”? La legge è data per contenere, ridurre, circoscrivere. “Per la durezza del vostro cuore”, ripeterà un giorno Gesù, Mosè permise ad esempio l’atto di ripudio. Era un modo per evitare il peggio, appunto. Basta, forse, avere una legge perché essa sia rispettata? Se così fosse non avremmo bisogno di tribunali e di luoghi di detenzione. La legge non ha certo in sé il potere di sconfiggere il male ma solo di arginarlo.

Non è forse vero che noi altaleniamo non poche volte tra prassi religiosa e tanti aspetti in cui è precluso l’accesso al vangelo? “Vedo il bene e lo approvo e tuttavia mi ritrovo a fare il male che non vorrei”, riconoscerà amareggiato l’apostolo Paolo. È come se altalenassimo continuamente tra confessione ed evasione, giaculatorie e bestemmie.

Per questo Gesù va alla radice: non basta accontentarsi del minimo quando sappiamo di essere stati resi capaci di palpitare al ritmo del cuore stesso di Dio. Non può capire l’amore chi non mette in conto l’eccesso: sempre esagerato l’amore, ma se non è esagerato, semplicemente non è.

Non basta giudicare l’atto compiuto, che è quello che fa la legge: è necessario scoprire ciò che ha mosso quell’atto. Altrimenti è la fine.

Ma io vi dico. Cosa? Vi dico che è possibile rompere l’automatismo secondo il quale basta accontentarsi del minimo. Non basta evitare il male, è necessario imparare a compiere il bene. Io vi dico, ripete, Gesù, che è possibile cambiare il copione di un’esistenza, quand’anche finora tu abbia fatto sempre in un certo modo.

Impara a dire: “ho sbagliato”, invece che concludere di essere un fallito.

Impara a riconoscere: “ho un desiderio non puro”, invece che concludere di essere un maiale. Piuttosto che vedere l’intera esistenza buttata via, comincia col prendere in mano ciò che è la causa di un certo malessere.

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