UNA CHIESA CAPACE DI RICONOSCERE LA GRAZIA DI DIO E DI RALLEGRARSENE: IL CASO DI ANTIOCHIA At 11,19-30 – Tre giorni biblico-teologico-pastorale Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo – Tito scalo 29 gennaio 2020

Premessa

Trovo opportuno iniziare questo mio intervento facendo riferimento a un passaggio della Costituzione Dogmatica Lumen Gentium 8 a proposito della Chiesa, del suo perché, altrimenti quanto proverò a condividere con voi nel seguito della trattazione, rischia di non avere il suo fondamento.

“Per una analogia che non è senza valore, la Chiesa è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la natura (umana) assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo (cfr. Ef 4,16)” [1].

“Come insegna questa citazione, le trasformazioni del corpo sociale della Chiesa non sono estranee al disegno del Padre che si sta compiendo dentro la storia, dalla Rivelazione di Dio nel suo Figlio in qua… Qualsiasi trasformazione della Chiesa va letta alla luce dell’opera che lo Spirito di Dio sta compiendo tra noi per far crescere il corpo di Cristo che è la Chiesa”[2].

Introduzione

Se questo è ciò che noi crediamo a proposito della Chiesa (organismo sociale… che serve allo Spirito di Cristo), tanti, tuttavia, sono i segni che sembrano diagnosticare una forte crisi di tale organismo:

  • l’attesa partecipazione dei laici alla vita ecclesiale si è ridotta non poche volte a una sorta di clericalismo laicale,
  • le vocazioni alla vita presbiterale e religiosa sono in forte calo,
  • lo stesso magistero è una voce tra le tante e non sempre la più autorevole,
  • la pienezza della vita cristiana è chiesta ai più piccoli senza alcuna omissione finendo per produrre una “infantilizzazione della vita cristiana”[3],
  • la catechesi è ridotta a una questione di metodi invece che di contenuti e il catechista medio (non me ne vogliano i catechisti presenti) è chiamato a introdurre chi gli è affidato, in qualcosa che egli stesso fatica a sentire suo non poche volte,
  • il rigurgito di devozionismo che tanto spesso non ha nulla a che spartire con la storia e le sue domande,
  • la mancanza, infine, del credente adulto capace di “rendere ragione della speranza che è in lui” (cfr. 1Pt 3,15).

Sembra quasi che la Chiesa mantenga ancora il suo posto nella società civile ma un posto equiparabile alla “lapide commemorativa di una presenza passata, ora insignificante, superata, tutt’al più ornamentale.

Non mancano le file per entrare nelle cattedrali, ma sono quelle dei visitatori… La Chiesa sembra presente al mondo addormentata nei suoi edifici più che nella vitalità dei suoi membri… Il sonno della Chiesa non è peraltro il sonno del giusto, che può riposare sereno dopo aver fatto tutto ciò che doveva fare. Come Eli, la Chiesa non sembra esente dalla connivenza con gli operatori di iniquità…

Appesantita e sonnolenta nella sua armatura istituzionale… lo sguardo della Chiesa, come quello di Eli, sembra indebolito e incapace di scorgere nuovi orizzonti e sentieri adatti per inoltrarsi in essi… Basta uno sguardo alle celebrazioni eucaristiche… per notare come il grigio, quando non il bianco… siano il colore dei capelli che tendono a prevalere, e i posti vuoti – clamorosamente quelli di ragazzi e giovani – vadano conquistando sempre più spazio nell’assemblea…

In questo tratto attuale del suo pellegrinaggio terreno, «la Chiesa non vive un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca»[4]. E in questi trapassi… la fatica del transito presente induce la nostalgia dei tempi andati o la fantasia dei tempi a venire”[5].

Come se non bastasse (è cronaca di questi giorni) la Chiesa sperimenta divisioni al suo interno.

“La più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa”[6]

Sembra quasi di rivivere quanto Paolo già prendeva di mira in 1Cor 1,12:

“Ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo, «Io invece sono di Apollo, «Io invece di Cefa, «E io di Cristo”.

Io sono di Francesco, io di Benedetto, io rimpiango i papi passati.

Non poche volte si ha l’impressione di stare in una Chiesa per cristiani e non in una Chiesa di cristiani a servizio di ogni uomo. Una Chiesa che fatica a fare suo il modello pastorale di Gesù, il quale non vuole il rapporto con i suoi discepoli secondo un canale bilaterale io-voi, ma chiedendo che il giro delle relazioni sia completato facendo riferimento a un terzo: io-voi-il Padre/lo Spirito Santo/i fratelli.

Proprio ieri, nella sua omelia, papa Francesco metteva in guardia da evangelizzatori noiosi.

“La Chiesa non andrà avanti, il Vangelo non andrà avanti con evangelizzatori noiosi, amareggiati”[7].

Il rischio, infatti, è quello di essere come Mical, la figlia di Saul,

“cristiani prigionieri delle formalità”[8].

Se così stanno le cose, quella che si prospetta davanti a noi è una notte senza più la possibilità di sognare?

“Non vi è epoca in cambiamento e cambiamento di epoca in cui Dio si assenti… cosicché non vi è storia umana in cui Egli non chiami la sua Chiesa nel sonno… L’assopimento della Chiesa non è quindi l’irreversibile segno del suo stato terminale, ma l’occasione propizia del suo risveglio[9]”.

Dove può rifulgere la luce se non nel luogo e nell’esperienza della tenebra? Dove può essere recata la salvezza se non là dove qualcuno è sull’orlo del baratro? Dove può essere attestata la verità se non là dove si patisce la menzogna? Dove può essere recata la lieta notizia se non dove si registra una cronaca di morte? Dove manifestare amore se non dove sono moneta corrente diffidenza, sospetto, divisione?

Scriveva Cesare Pavese (1908-1950): “Chi siamo e a che cosa crediamo viene fuori davanti al disagio, nell’ora arrischiata”.

Ne siamo consapevoli? O non corriamo, forse, il rischio (come narra il libro dei Num 13-14) in cui occorsero gli uomini inviati da Mosè a esplorare la terra promessa, mentre il popolo, appena uscito dall’Egitto, si trovava ancora nel deserto? Quando gli esploratori tornarono nell’accampamento, raccontarono di aver visto abbondanza di latte e miele, portarono con sé enormi grappoli d’uva, ma riferirono anche di aver visto degli uomini molto alti, dei “giganti”, che occupavano quella terra. Gli israeliti si spaventarono, mormorarono contro Mosè chiedendo di tornare in Egitto. Allora il Signore, vista la mancanza di fede in lui e di speranza nel futuro da lui preparato, destinò quella gente a errare nel deserto per quarant’anni. Nessuno di quelli che mancarono di fede entrò nella terra promessa che non verrà assegnata a Israele finché non fossero morti nel deserto tutti quelli che avevano mancato di fede e di speranza.

Anche per la comunità cristiana c’è un avvenire differente dal passato e dal presente, c’è da cogliere il cambiamento di paradigma che ormai è in atto: come per gli israeliti nell’ora dell’esodo c’è da scegliere tra il coraggio di nuove terre, di una situazione nuova che, nonostante qualche avvisaglia, permane sconosciuta, e la decisione di restare là dove ci si trova, preda di paure (Giulia e lo zio prete), o tentati di rimpiangere un passato ormai superato, finendo per errare nel deserto. Se gli ebrei sono rimasti quarant’anni nel deserto non è stato per un castigo di Dio, bensì il frutto di una loro decisione, un atto di giustizia immanente. Dio interviene nella nostra vita solo con l’ispirazione dello Spirito Santo, ma non forza mai la nostra volontà.

Quegli esploratori, entrati a contatto con la diversità, avevano individuato i giganti – letteralmente, uomini di statura superiore – cioè le rotture da compiere con un passato rassicurante: proprio questo aveva spaventato la maggioranza del popolo. Agli esploratori così come a Mosè e a Giosuè bastava la promessa di Dio, di cui i grappoli d’uva erano un segno, gli altri invece volevano una garanzia, nettamente contrapposta alla fede e alla speranza.

La nostra situazione ecclesiale non è poi tanto diversa. Siamo ancora in pieno esodo e credo lo saremo sempre: gli esploratori sono andati e tornati più volte e ogni volta hanno dovuto misurarsi con stanchezza e frustrazione.

Come far fronte, allora, a questa fase di cambiamento con un atteggiamento di speranza? A una condizione: che si accetti che l’avvenire non sia il semplice prolungamento del passato.

Il mutamento di paradigma non è nell’ordine della continuità ma della Pasqua.

La Pasqua rappresenta una rottura, una crisi. Il mistero pasquale ci visita continuamente, più spesso di quanto immaginiamo. Noi siamo in una svolta pasquale all’interno della quale siamo chiamati a riconoscere e ad accogliere l’opera di Dio, ciò che è impossibile alle sole nostre forze e ciò che impensabile alle sole nostre capacità.

La crisi del cristianesimo fa emergere la consapevolezza che il cristianesimo è strutturalmente una crisi (la stessa Eucaristia nasce nella notte della crisi per eccellenza, la notte in cui Gesù veniva tradito) perché continuamente confrontato fra l’offerta della misericordia del Padre e l’accoglienza da parte dell’uomo che non è mai un’identità generica ma questo uomo, inserito in questo preciso contesto storico. Non potrebbe non essere così se è vero che Gesù stesso, secondo quanto afferma Simeone al tempio, è “segno di contraddizione” (Lc 2,34).

Le congiunture storiche, favorevoli o meno, sono solo il passaggio verso itinerari nuovi segnati dalla fantasia dello Spirito al quale spetta non solo il compito di nuovi inizi ma anche di accompagnare l’imprevedibilità dei percorsi.

È necessario un grande atto di fede per metterci in sintonia con gli avvenimenti nella certezza che Colui che ha dato inizio a tutti i processi saprà condurci verso una rinnovata comprensione della vita.

Ciò che il Signore sembra chiederci oggi è il coraggio di riconoscere il guado che ci attende e di starvi dentro provando ad attraversarlo, renza dimenticare sempre che vale, anche in questo caso, quello che san Gregorio Nazianzeno afferma a proposito del dogma cristologico: “quod non assumptum non redemptum”[10].

Perché non sembri che solo a noi sia toccato vivere qualcosa di unico e irripetibile, ho pensato di proporre alla nostra riflessione il racconto di un episodio della prima generazione dei discepoli del Signore, che può aiutarci nella rilettura di questo momento storico cogliendo cosa c’è in gioco e comprendendo ciò a cui siamo chiamati.

Felix culpa

Alla morte di Stefano (36 dC, cfr. At 8,2.4; 11,19)), la comunità aveva deciso che nessuno, ad eccezione degli apostoli, poteva restare a Gerusalemme. Quell’episodio tanto drammatico aveva provocato un esodo forzato da Gerusalemme. Ciò che, però, risulta strano è il fatto che quanti avevano subito la dispersione non imprecavano contro la sorte avversa (come sarebbe stato naturale), non si lamentavano con Dio per il prezzo esoso che erano chiamati a pagare. I seguaci di Gesù che lasciano Gerusalemme dove arrivavano, lì annunciavano il vangelo.

Se non fosse irriverente nei confronti del martirio di Stefano, dovremmo dire, “felix culpa”: meno male che è venuta la persecuzione, che ha favorito l’esodo, spingendo le persone in molte direzioni.

Di fatto si è realizzato quello che Tertulliano cristallizzerà brillantemente nella famosa espressione:

“Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”[11].

La pagina da cui ci lasceremo guidare circa la nostra riflessione sulla Chiesa, testimonia come i momenti di maggior sofferenza, quelli in cui vengono a mancare le ragioni della speranza, se vissuti nel Signore, producono i frutti migliori. Ciò che gli Atti narrano accade come un frutto di quel clima di provvidenza della persecuzione abbattutasi contro Stefano.

La comunità di Antiochia

La comunità di Antiochia è una comunità nata per caso, da un vero e proprio trauma. La dispersione provocata dalla morte di Stefano aveva fatto sì che alcuni credenti si trasferissero nella Fenicia, a Cipro e nella grande città di Antiochia (la terza città dell’impero, contava circa 500.000 abitanti, città cosmopolita, multiculturale, diremmo oggi). La parola “disperdere” in greco è “disseminare” (διασπείρω «disseminare», da cui viene διασπορά): il motore della missione è la persecuzione. Si spostano per sfuggire alla morte e dove giungono diventano seme.

“I cristiani non si spaventano. Devono fuggire, ma fuggono con la Parola, e spargono la Parola un po’ dappertutto”[12].

Se finora la comunità funzionava per attrazione perché molti erano colpiti da come vivevano “coloro che erano venuti alla fede”, in seguito alla persecuzione, la comunità non funzionerà più per attrazione ma per dispersione, nella logica del seme gettato dove cade, ossia dove i discepoli si recano.

Una precisazione a riguardo: le persecuzioni sono inferte dagli oppositori, non è Dio a volerle. Ma cosa vuole Dio? Dal momento che accadono, Dio vuole che esse siano l’esperienza in cui essere segno della salvezza che ha toccato la tua vita. Al posto della persecuzione mettiamoci una prova, una malattia, un abbandono, una morte.

 

A Gerusalemme le cose non andavano tanto bene: c’era un clima di tensione all’interno della Chiesa. Le conversioni erano guardate con un certo sospetto. Pietro stesso era stato redarguito per aver accolto Cornelio e la sua famiglia. Lo stesso Saulo convertito da poco era stato costretto a fuggire e ad andarsene lontano: ci si poteva fidare, forse, di un ex persecutore che aveva disseminato il gruppo in giro col rischio di perdere quell’afflato di comunione che si respirava nella prima comunità e, soprattutto, di dare adito ad iniziative locali alquanto fuori schema?

Stiamo vivendo un momento storico di grande incertezza nella Chiesa. Viene spontaneo chiedersi: cosa sta accadendo? Gli Atti ci rivolgono un invito implicito a vivere nella certezza che il Signore non si è addormentato e per vie che egli solo conosce e che noi siamo chiamati a scrutare, non cesserà di guidare la sua Chiesa.

“Credi tu questo?” (Gv 11,26), chiederà Gesù a Marta di turno di fronte a quella che sembrava essere una situazione irreversibile, qual era la morte di Lazzaro.

 

At 11,19-30

In questo racconto individuiamo 5 tappe:

  1. La prima attività evangelizzatrice.

La prima attività di evangelizzazione è circoscritta per scelta solo ai Giudei. Una scelta di prudenza, per non suscitare confusione, ma anche perché quella era l’unica cosa che quei credenti avevano imparato a fare. È da tenere presente, inoltre, il fatto che probabilmente non erano in grado di affrontare un cambio di lingua e di schemi mentali. Siamo ancora nella fase più tradizionale: con le ferite ancora da rimarginare e con un metodo ripetitivo.

  1. La svolta.

Alla nostalgia e alla ripetizione fa seguito la ricerca di nuovi linguaggi e di nuovi interlocutori. Alcuni dei cristiani che erano stati dispersi si assumono la responsabilità di parlare anche ai Greci. Il testo comincia con un “ma…”, avversativo, che lascia intendere che non si trattava di ebrei di lingua greca, ma proprio di greci non ebrei, ignari perciò delle tradizioni ebraiche. In gioco non c’era solo l’uso di un’altra lingua ma un altro schema di riferimento, un altro linguaggio. L’onere di questo compito è assunto da alcuni che provengono da una cultura differente – originari di Cipro e Cirene, giunti ad Antiochia (v.20) – e perciò in grado di affrontare nuovi schemi e più liberi dal mito delle origini.

“…cominciarono a parlare anche ai greci”.

Quell’anche sta ad indicare che pur non escludendo il primo modo (solo ai Giudei), si cerca di avviarne un secondo. Quel cominciare sta ad indicare probabilmente un insieme di tentativi, di adattamenti: mentre prima si diceva “predicavano la Parola…”, ora si dice esplicitamente, “…predicando la buona novella del Signore Gesù”. Il contenuto non cambia ma cambiano gli interlocutori: si tratta di un vero e proprio filtro creativo che tralascia quello che non è essenziale ma culturale, per trasmettere il nucleo centrale: il Signore Gesù.

Finora il cristianesimo era rimasto solo in ambito giudaico e circoscritto a Gerusalemme. Certo, si erano aggiunti alcuni Ellenisti (pensiamo ai diaconi) ma erano sempre di provenienza giudaica. Ad un certo punto lo Spirito Santo e la visione di angeli costringono prima Filippo e poi Pietro a battezzare dei pagani. Qui, invece, sorge un problema: non è più lo Spirito né gli angeli a intervenire, ma sono dei laici a prendere l’iniziativa di rivolgersi, per la prima volta, ai pagani. Non solo: Lc annota che la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore” (At 11,21).

Anche se non c’era l’approvazione ufficiale da parte di Gerusalemme, c’era comunque l’approvazione (anzi, di più: l’aiuto) di Dio.

Il cristianesimo non si è diffuso per una decisione organizzata dal vertice ma dalla base: sono dei laici a comprendere fino in fondo la portata del messaggio evangelico. Il loro annuncio ai pagani, infatti, è l’applicazione del fatto che il Signore Gesù ha dato la vita non solo per quelli del suo popolo ma per il mondo intero.

Non so se cogliamo la portata di quello che Lc ci sta dicendo. Il cristianesimo si fa strada non grazie agli apostoli, non grazie ai diaconi, ma grazie ad alcuni anonimi di cui si dice solo che erano uomini. Accadrà anche a Roma: quando Pietro e paolo vi giungono, ci sono già delle comunità cristiane. Probabilmente, fosse dipeso da Pietro, Giacomo, Giovanni tutto sarebbe rimasto ancora a lungo a Gerusalemme sebbene nell’Ascensione Gesù aveva conferito il mandato di portare l’annuncio fino agli estremi confini della terra.

Si comincia a diventare cristiani quando è mia passione comunicare l’amore del Padre a chiunque il Signore metta sul mio cammino.

E, tuttavia, ora come la si mette? Sarà possibile vivere insieme? Cosa sarà valido per loro della nostra tradizione giudaica? Cosa dobbiamo insegnare loro della Legge ricevuta da Mosè? Devono assumere il nostro stile di vita?

Capiamo perché in alcune sue lettere Paolo dirà:

“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).

“Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura” (Gal 6,15).

Cosa chiedere a chi si avvicina a noi? Basta il catechismo? Basta che impari delle nozioni religiose per avere un nulla osta? Come calare la nostra fede in un contesto post-cristiano? Quali criteri usare?

  1. Il commissariamento da parte di Gerusalemme.

“Giunse la notizia agli orecchi di quelli di Gerusalemme”.

A Gerusalemme sono allarmati e sospettosi riguardo a questa novità. Gli orecchi erano ben aperti su ogni avvenimento. È perciò immediata la loro reazione: inviano un proprio incaricato, che ha il compito di controllare. L’inviato è un certo Giuseppe (Dio aggiunga), di Cipro, chiamato Barnaba (At 4,36-37), per la sua saggezza e per il suo cuore buono.

Lc usa per Barnaba alcune prerogative che aveva usato a proposito dell’annunciazione a Maria. Parla infatti di:

grazia, di rallegrarsi, dell’essere con, dello Spirito Santo, della fede.

Come Maria ha accolto e generato il Verbo di Dio, così Barnaba è chiamato a generare la Chiesa che proviene dai pagani: il suo è il compito della levatrice che fa nascere il cristiano. Il suo nome proprio è Giuseppe, è colui che aggiunge, che mette insieme.

Barnaba è un uomo distaccato e generoso: ha venduto il suo patrimonio a vantaggio della comunità. In un secondo momento apparirà come l’unico in grado di capire Saulo e di difenderlo, quando voleva predicare a Gerusalemme. Barnaba lo aveva appoggiato e sostenuto anche se non era riuscito a preservarlo dalle ostilità (At 9,26-30). Quando egli arriva ad Antiochia non giudica per sentito dire ma verifica personalmente.

“Quando giunse e vide la grazia del Signore si rallegrò”.

Che gioia incontrare chi riesce a gioire per i progressi altrui!

Come è diversa la reazione di Barnaba rispetto a quelli di Gerusalemme i quali, quando Pietro si era recato a Casa di Cornelio dove era sceso lo Spirito Santo, avevano riprovato la trasgressione della legge (aver mangiato in casa di un non circonciso) ma non si erano affatto rallegrati che fosse disceso lo Spirito anche lì. Gerusalemme è preoccupata della legge e tutto misura a partire da questo punto di vista, Barnaba, invece, ha in mente il bene di quelle persone, ha nel cuore la grazia di Dio e vede la grazia di Dio.

La sua prima reazione è di stupore e di disponibilità ad accogliere quello che Dio stesso aveva operato. Pur essendo stato inviato per controllare e garantire, non arriva con pregiudizi, ma si lascia affascinare dalla grazia che fiorisce: la vede, anzitutto, e se ne rallegra. Interviene, ma non per correggere quanto per rafforzare: sa riconoscere il positivo di questa fase di sviluppo e insiste sulla saldezza del cuore nella perseveranza (v. 25).

Per Barnaba conta una sola cosa: accettare di dimorare con il Signore perché il Signore è già con loro.

È proprio vero: “noi non vediamo le cose come sono, le vediamo come noi siamo”, ci ricorda il Talmud.

Barnaba emerge come uno che non si lascia influenzare dalle chiacchiere, è aperto ai nuovi cammini dello Spirito, e sa capire dove sta la sostanza della fede. E da vero testimone dello Spirito, si fa mediatore perché la sua opera si compia efficacemente, senza intralciarla.

Pieno di Spirito Santo come Maria riconosce ciò che è generato da Dio.

Pieno di fede: la fede è il volto primo dell’amore. Dio non patisce crisi di fede perché non conosce crisi di amore.

Barnaba riconosce e promuove il bene ovunque sia proprio come il Signore Gesù. Non geloso della prerogativa del bene, tentazione sempre dietro l’angolo per ogni generazione di credenti.

“Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci». Ma Gesù gli rispose: «Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi»” (Lc 9,49-50).

Mi sia concessa una battuta, a questo punto: meno male che ad essere inviato come visitatore apostolico fu Barnaba! Cosa sarebbe accaduto se Gerusalemme avesse inviato un altro?

  1. Recuperare gli emarginati.

Barnaba non rimane prigioniero del suo ruolo di controllo e tanto meno si limita a gestire la situazione: introduce di sua iniziativa un ulteriore elemento di cambiamento. Si ricorda di quel giovane convertito, Saulo di Tarso: vuole recuperarlo perché ha intuito che è una risorsa preziosa e finora non valorizzata. Stando al testo si tratta di una impresa non facile: “Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia. Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente” (vv. 25-26).

Barnaba intuisce che la mentalità più aperta e meno fanatica della comunità di Antiochia, la libertà religiosa, la presenza di varie culture poteva essere l’ambiente adatto a recuperare Saulo. Barnaba procede per gradi, mettendosi in gioco. Va a cercarlo, lo convince a tentare di reintegrarsi, lo inserisce e collaborano a lungo. Ci vuole tempo e comunione per far maturare una autentica integrazione. E grazie alla nuova presenza, quei credenti diventano conosciuti, tanto che verrà loro dato il nome di cristiani (v. 26). Segno di riconoscimento di un certo linguaggio fisso sul Cristo. E questo titolo rimarrà anche per quelli di Gerusalemme: dalla periferia viene alla luce la nuova identità distintiva.

Vorrei sottolineare che la definizione di ciò che sono i discepoli non viene da se stessi e neppure da quelli di Gerusalemme ma viene dal mondo che riconosce, nel loro modo di fare, la differenza rispetto a chiunque altro.

  1. Il servizio della carità.

La comunità si fa carico dell’emergenza carestia in Giudea. I rapporti con Gerusalemme sono tenuti vivi anche attraverso l’arrivo di alcuni profeti, probabilmente di passaggio, anch’essi strumenti dello Spirito, perché quello che profetizzano di fatto alimenterà non solo la condivisione dei beni ma soprattutto la comunione dei cuori. Per Antiochia, evidentemente, Gerusalemme era ancora amata anche grazie alla presenza di Barnaba che non aveva fatto subire il trauma del controllo ma l’invito a consolidarsi.

Il nostro brano si apre con la menzione di una persecuzione e termina con quella di una grande carestia. Tra l’una e l’altra c’è il modo in cui ognuno vive le fatiche della vita, ciò che è andato storto. Che Stefano sia stato ucciso è una vera e propria sciagura, ma il modo in cui si vive quella morte diventa occasione di evangelizzazione. Che ci sia una grande carestia è un dramma, ma il modo in cui la si vive diventa occasione per esprimere e rafforzare la fraternità.

Una comunità matura

A questo punto il protagonismo della Chiesa passa alla comunità di Antiochia (13,1-3). Il gruppo è piuttosto composito sia per estrazione sociale che per cammini personali. Tuttavia è saldo nella prassi della preghiera e del digiuno; una comunità sotto la guida dello Spirito che chiede collaborazione per una nuova missione. Da comunità di periferia, sotto controllo, intraprendente ma non protagonista, lo Spirito la fa diventare il centro dell’impresa missionaria a tutte le genti.

Questa impresa non nasce per la irrequietudine di alcuni, ma nel contesto di una seria vita spirituale fatta di preghiera e di ascesi, all’interno di una multiculturalità pacificamente gestita. La comunità sa di affrontare un’impresa che supera le sue forze e per questo torna a pregare e digiunare prima di acconsentire e imporre le mani (13,1-5). Anche qui il vero protagonista è lo Spirito Santo.

Quando Barnaba e Saulo rientreranno ad Antiochia saranno accolti da tutti con calore, e insieme con loro verificheranno il senso degli avvenimenti, giungendo ad una comune convinzione: Dio ha operato grandi cose con loro e “per mezzo loro aveva aperto ai pagani la porta della fede” (At 14,28).

Lo Spirito Santo aveva più volte favorito dei tentativi di uscita dagli schemi. I capp. 6-11 degli Atti ce ne ricordano vari (la cultura ellenista, l’eunuco etiope, il centurione Cornelio, la conversione di Saulo). Ma è solo con la fondazione di Antiochia che questi tentativi diventano anche strutturali perché è tutta una comunità a mettersi in gioco nella nuova iniziativa.

Quali sono i valori che la comunità di Antiochia evidenzia? 

  1. Il passaggio dal rimpianto alla fede.

Proprio per la diversità di provenienza, per il quotidiano convivere con altre tradizioni religiose e culturali, Antiochia poteva permettersi un passo in più, a proprio rischio e pericolo, senza per questo compromettere tutto il sistema.

Certo, occorre tempo, ma non bisogna avere paura di sbagliare, di perdere tutto. Importante è non perdere di vista la sostanza: è per il Signore Gesù e perché tutti lo conoscano che si fa quello che vogliamo fare. La Chiesa diventa se stessa solo quando accetta di uscire da se stessa.

È soltanto una robusta vita spirituale senza sconti che può sostenere questa autenticità. Senza dimenticare quello che già c’è: ricordiamoci che quell’”anche ai Greci” implica che allo stesso tempo si “continuava con gli Ebrei”.

  1. L’importanza dei mediatori.

Ad Antiochia si registra la presenza di fratelli che esercitano il ruolo di mediatori intelligenti e pazienti: Barnaba nel riconoscere e incoraggiare, e successivamente nel tentare il recupero di Saulo emarginato e ferito; Giuda e Sila che aiutano a sanare certe ferite prodotte da aspre discussioni, da caratteri spigolosi. Non si tratta di persone che si assumono ogni compito, ma che agiscono in modo da favorire una progressiva intesa, attraverso il lavoro fatto insieme, attraverso una presenza non impositiva ma incoraggiante. Persone capaci di riconoscere la grazia del Signore e far nascere una comunità aperta alle nuove vie dello Spirito. Barnaba è figura preziosa: non si era dimenticato di Saulo e se non era riuscito una prima volta a integrarlo non è detto che non si possa tentare nuovamente: poteva essere recuperato nel contesto meno fanatico di Antiochia e perciò Barnaba non ha paura di rischiare la sua stessa credibilità nell’andarlo a cercare e nel convincerlo a tornare. Barnaba ci dice come sia necessario proprio uno stile di accoglienza, di rodaggio reciproco, di una collaborazione fiduciosa e non soltanto verbale (non bastano dei decreti di riammissione!). La comunità di Antiochia poteva diventare una setta di esaltati e per mancanza di legami si sarebbe perduta. È stata l’azione di Barnaba prima e di Paolo poi a fare di quella gente una comunità.

Barnaba è l’uomo che ha saputo riconoscere l’autenticità del cristianesimo di Antiochia, da cui è poi nato tutto il cristianesimo dell’occidente. Senza di lui la chiesa sarebbe rimasta ancora chissà per quanto tempo prigioniera delle pastoie giudeo cristiane di Gerusalemme. Barnaba ha una intuizione profonda, è libero da pregiudizi, da paure, e capisce che ad Antiochia sta operando lo Spirito. Intuisce che è iniziato un movimento epocale: questo movimento lo trova, non lo crea lui, però lo accoglie subito, lo inquadra e pone le condizioni perché possa venire accettato anche da Gerusalemme.

Barnaba emerge come uno che non si lascia influenzare dalle chiacchiere, è aperto ai nuovi cammini dello Spirito, e sa capire dove sta la sostanza della fede. E da vero testimone dello Spirito, si fa mediatore perché la sua opera si compia efficacemente, senza intralciarla: da un lato rassicura Gerusalemme e, dall’altro, incoraggia Antiochia, evitando le incomprensioni e le rotture. È perciò un uomo prezioso per la comunità primitiva.

  1. Le tensioni fra centro e periferia.

“La notizia giunse agli orecchi di Gerusalemme”.

Non spaventarsi dei conflitti: l’importante è saperli gestire. Per sua natura il centro è sempre un po’ diffidente, lento nel cambiare, preoccupato più della sana tradizione che della creatività nella fedeltà. Chi, invece, vive alla periferia, chi si muove lungo le frontiere delle nuove sensibilità culturali, delle nuove esperienze, delle nuove domande, ha fretta di cambiare, è a disagio con i miti della conservazione. Antiochia ci mostra che bisogna darsi da fare, rischiare senza la le paure infantili. Ci mostra, di più, che se è lo Spirito a chiamare a nuove imprese, bisogna avere il coraggio di ascoltarlo.

È camminando che si apre il cammino…

I cammini si trovano esplorando, varcando nuove frontiere, fidandosi dell’intuizione iniziale e sfidando gli ostacoli con un ascolto interiore che viene dalla Parola. La più importante missione della storia nasce non da un’organizzazione dall’alto, ma dalla forza degli eventi e dello Spirito Santo. E da missionari occasionali e laici.

  1. Vita spirituale.

Gli Atti mettono in rilievo della comunità di Antiochia la vita regolare di preghiera e digiuno, di comunione dei cuori e di accoglienza reciproca. Si tratta di valori vissuti non in astratto ma in una dinamica aperta alla vita. Sono in assemblea liturgica quando lo Spirito chiede che “siano messi da parte Barnaba e Saulo per una nuova missione” (At 13,2); sono riuniti in assemblea quando decidono di soccorrere i fratelli della Giudea colpiti dalla carestia (At 11,28); più volte si attesta che si lavora insieme al servizio della Parola e per discernere le vie da percorrere (At 15,32-35). La forza della Parola trascina e coinvolge e siamo invitati a rivolgerci ad essa per ricevere forza, gioia. E spesso la nostra carenza di forza è carenza nel lasciarci infuocare da essa.

A una conversione che poteva essere frutto di entusiasmo, legata anche a qualche ignoranza religiosa e a qualche confusione, viene data una istruzione prolungata, della durata di un anno, una catechesi, quindi, che introduce ad una autentica vita cristiana.

Antiochia con le sue vicende può diventare per noi un paradigma di comunità cristiana: nel suo essere dislocata dal centro essa diventa un contesto privilegiato. In essa ha prevalso non la stagione della nostalgia ma quella del rischio. Il suo rispetto per la diversità e la sua visione piena di speranza e non allarmata hanno avuto per conseguenza che “una folla considerevole fu condotta al Signore” (At 13,24).

Solo un contesto così provvisorio e in continuo processo di integrazione poteva essere lo strumento adatto per la missione che lo Spirito voleva realizzare: “aprire la porta della fede ai pagani”.

Antiochia conoscerà anche divergenze: quando queste scoppieranno, le urla si faranno sentire molto bene (At 15,2).

I nuovi Greci

Le grandi sfide attuali che la parola globalizzazione raccoglie ci fanno sentire impari. Siamo sovente presi dal panico e rimpiangiamo il passato, quando le cose, a nostro dire, andavano meglio. Eppure proprio queste sfide sono per noi, oggi, una opportunità unica se accettiamo di accogliere ciò che il Signore ci sta dicendo.

C’è anzitutto dentro di noi una Antiochia che chiede di essere riconosciuta e accolta e poi attorno a noi; dobbiamo correre il rischio e l’avventura di parlare “ai nuovi Greci”. Come bisogna fare di tutto per recuperare i cari Saulo emarginati ed offesi, per inserirli in una nuova collaborazione: questo sia dentro che fuori di noi. E per questa operazione abbiamo bisogno di Barnaba saggi e generosi, onesti, che vedono la grazia di Dio e incoraggiano a continuare, aperti al rischio e non prigionieri di schemi ripetitivi.

Non mancano certo coloro che non hanno parole di incoraggiamento ma sanno solo pronunciare avvertimenti apocalittici (“… non potete essere salvi”, At 15,1).

È importante essere, in questa nostra Antiochia, come Barnaba, con il cuore largo, aperto, con una:

“…capacità di lettura della realtà, senso di cordiale fraternità nei confronti della condizione contemporanea, sguardo evangelico più che sacrale, solida attrezzatura intellettuale, minima competenza interpretativa, senso di libertà umana e gratuità testimoniale, cura del gesto umano, della parola fraterna, della presenza amichevole… soprattutto convinta coscienza che la realtà secolare è lo specifico luogo teologico della fede evangelica, non la sala d’aspetto della vita spirituale”[13].

Per la riflessione

  • Che cosa può significare per la mia vita il passaggio dal rimpianto alla fede?
  • Colgo in me resistenze a ciò che lo Spirito Santo suscita ancora?
  • Quali per noi i nuovi greci? Che cosa esigerebbe passare a parlare anche a loro?
  • Il mio è uno stile relazionale accogliente? So rallegrarmi del bene che il Signore opera attorno a me attraverso altre persone?
  • Chi potrebbe essere fra noi, nelle nostre comunità, il Saulo non valorizzato appieno: la Parola, l’evangelizzazione, la liturgia, la catechesi, la carità, l’approfondimento, la capacità di mettermi in gioco, la disponibilità al dialogo, una seria vita spirituale…?
  • Come alimento la mia vita spirituale? Di che cosa mi nutro?
  • La secolarizzazione e l’indifferenza, sempre più diffuse anche tra chi si ritiene credente, sono solo un ostacolo all’evangelizzazione o possono diventare una purificazione della fede e uno stimolo al coraggio evangelico?
  • La globalizzazione, i mass media, le nuove tecnologie sono un impedimento o possono diventare una risorsa?
  • Riconosco la profonda differenza fra annunciare il Vangelo e rispondere ai bisogni religiosi della gente?
  • Una pastorale degli incontri o una pastorale dell’incontro?
  • Una pastorale dei servizi o una pastorale del servizio?

[1] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Lumen gentium 8, 1964

[2] LUCA BRESSAN, Una Chiesa alla ricerca del suo futuro – Parrocchia e cattolicesimo popolare nell’Italia che cambia, «La Rivista del Clero Italiano», 3, 2019, p.166

[3] GIULIANO ZANCHI, L’arte di accendere la luce, Vita e pensiero, p. 103, Milano 2016

[4] FRANCESCO, Discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015

[5] ARISTIDE FUMAGALLI, La coscienza di Samuele e il magistero di Eli, “«La Rivista del Clero Italiano», 1, 2019, p. 6.8

[6] BENEDETTO XVI, Intervista concessa ai giornalisti durante il volo verso il Portogallo, 11 maggio 2010

[7] FRANCESCO, Omelia Messa del 28 gennaio 2020, Santa Marta

[8] Ivi

[9] ARISTIDE FUMAGALLI, La coscienza di Samuele e il magistero di Eli, «La Rivista del Clero Italiano», 1, 2019, p.9

[10] S. GREGORIO NAZIANZENO, “Ep. 101 ad Cledon”

[11] TERTULLIANO, Apologeticum, 50,13

[12] FRANCESCO, Udienza generale, 23 ottobre 2019

[13] GIULIANO ZANCHI, L’arte di accendere la luce, Vita e pensiero, p. 69, Milano 2016