L’agnello – II del T.O.

Chissà come devono essere stati i giorni del Battista, quelli in cui si vedeva acclamato da tutti, ricercato dalle folle, interpellato dalla città che a frotte si riversava lungo le rive del Giordano volendo scampare all’ira imminente credendo fosse giunto colui che da sempre s’attendeva, il Messia. Quale subdola tentazione deve aver patito sulla sua pelle, quella di sostituirsi a colui del quale doveva solo testimone, precursore! Chiunque ci sarebbe cascato: come non approfittare, del resto, di un tale favore da parte di tutti? I mezzi della comunicazione ci restituiscono non poche volte cosa l’uomo è disposto a fare pur di restare immortalato in un fotogramma televisivo, figuriamoci godere del favore di tutti.

E, invece, oggi lo troviamo nell’atto di restituire ogni cosa alle sue proporzioni (“È lui l’agnello di Dio”) e nell’atto di ripensare il suo annuncio.

Aveva presentato il Messia come il fustigatore, colui che a ogni costo avrebbe finalmente affermato il diritto e la giustizia. E, invece? Cosa si trova di fronte? Un agnello. Suvvia, ma non scherziamo.  C’era di che restare sconcertati per chi credeva di avere a che fare con uno che già con la sua prestanza fisica avrebbe potuto mettere subito in chiaro le cose. Non lo aveva presentato come uno più forte di lui?

Aveva faticato non poco il figlio di Zaccaria a lasciarsi estorcere quel pugno d’acqua sul capo da parte di colui che era il Puro per eccellenza, essendo il figlio del Tre volte Santo. Ben a ragione e per ben due volte deve confessare: “Io non lo conoscevo”. Già. Come può venire salvezza da un agnello che è il cucciolo tra i più indifesi, tra i più inermi, simbolo com’è della mansuetudine? Se un riscatto ha da essere che venga almeno dalle vie che secondo il nostro immaginario richiamano forza, veemenza, capacità di farsi valere, determinazione, risolutezza.

Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

Quell’agnello richiama tutto ciò che immediatamente non fa al caso nostro. Anzi: ha a che vedere proprio con il suo opposto. Il primo che grida più forte se lo fagocita. Può forse venire salvezza da un Dio che si fa uomo e dell’uomo accetta tutto l’iter normale della crescita e del limite? Quell’agnello era stato bambino, costretto a fuggire in terra straniera pur di mettere in salvo la vita, uno che aveva scelto di vivere lontano dai centri di potere in uno sperduto villaggio di Galilea da cui non poteva venire nulla di buono, figuriamoci se poteva mai venire di là il Messia. Il seguito non sarà differente: sceglierà come suoi collaboratori gente affatto adatta al mestiere di far conoscere le cose di Dio, visto che faticava già non poco a dimenarsi con quelle degli uomini. Se la farà con pubblicani e peccatori, avrà a che fare con donne dalla dubbia reputazione. E me lo chiami Messia uno così? Per non parlare dell’epilogo: sconfessato pubblicamente, tradito e abbandonato dai suoi fedelissimi, condannato e messo a morte per bestemmia, lui che pure era il Figlio di Dio.

Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

Quanto ha ragione il Battista nel dover confessare di non conoscerlo, cioè di non immaginare che questa e non un’altra era la via che Dio aveva intrapreso per recare salvezza all’uomo che sono io. Proprio gli aspetti della vicenda umana a cui meno conferiresti diritto di parola, sono quelli che Dio prende a prestito per far brillare la luce della sua presenza. Davvero, per dirla con paolo, “questo mistero è grande”. Dio entra sempre rivestendo i pani dello sconosciuto, si manifesta sempre sub contraria specie, ovvero in punta di piedi.

D’altronde come potersi sbagliare? Non era quello che il Figlio di Dio aveva chiesto nell’atto di risalire il Giordano? Aveva chiesto di essere battezzato, ovvero di essere immerso fino in fondo in questa mia umanità da cui sovente prenderei io stesso le distanze. Qual è il mestiere che compie quando lo lasci entrare nella tua vita? Fa sua (ecco il senso di quel togliere) quella esperienza originaria che finisce per farti vedere Dio come un antagonista da cui rifuggire: tutte le volte che ti fidi della sua parola, egli ristabilisce la comunione che sola può vincere la tua solitudine, perché ristabilisce ciò per cui tu sei stato creato e cioè poter dialogare con Dio come un figlio con il Padre, come l’amico con il suo compagno fidato.

Ma allora che senso ha il mio essere al mondo? Quello di intercettare il venire discreto di Dio (“vedendo Gesù venire verso di lui”) e indicarne la presenza a quanti patiscono sulla loro pelle il dramma dell’allontanamento da Dio. Farlo anche una sola volta per qualcuno vale un’intera esistenza sia essa di pochi anni o chissà quanto longeva.

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