Farsi uomo – Natale (Messa del giorno)

“Una frotta di piccoli diavoli, sparsi nel mondo a tentare gli uomini, la sera di Natale tornano abbattuti. Il loro istruttore ne chiede la ragione. ‘Oggi è stato un fallimento. Tutti gli uomini sono diventati improvvisamente buoni e generosi’. L’istruttore non se ne preoccupa: ‘State tranquilli, domani tutti torneranno come prima!’”.

Il racconto di Dino Buzzati credo metta in luce uno dei rischi che corre questa festa, quello di fermarci alla tenerezza del Natale senza cogliere il messaggio più profondo che il mistero dell’Incarnazione consegna a ogni generazione di credenti.

Il Verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi…

Non finiremo mai di comprendere appieno il senso e la portata di un simile annuncio. Credo che dal mistero di questo giorno santo venga per noi la possibilità di una riconciliazione con questa nostra umanità di carne da cui non poche volte vorremmo prendere le distanze tanto la sentiamo non appropriata ad ospitare qualcosa di bello e di grande.

Si dice che l’amore o trova o rende simili. Ebbene, ad un certo punto Dio che aveva parlato agli uomini molte volte e in diversi modi (Eb1,1) sceglie di parlare all’uomo in prima persona. Ma perché questo potesse accadere ha avuto bisogno di imparare dall’uomo il linguaggio della carne. Ha avuto bisogno di un vero e proprio apprendimento quotidiano in cui si è fatto compagno dell’uomo assaporandone tutte le esperienze.  E così ogni parola, ogni gesto, ogni sentimento che appartiene all’uomo è stato accolto anche dallo stesso Gesù. Si è sottomesso a tutto ciò che fa parte dell’uomo e non lo ha fatto come se si rivestisse di un abito da indossare e dismettere a suo piacimento. Quel farsi carne indica una realtà che resta per sempre. Il Figlio di Dio non ha avuto paura di imparare dall’uomo, di assumere le conseguenze di una umanità fragile e povera. Non ha avuto paura neppure del peccato e della morte.

Farsi uomo: questa è la rivelazione del Natale. Gesti e parole della nostra umanità presi a prestito da Dio per parlarci di lui. Gesti e parole della nostra umanità presi a prestito da noi per esprimere la nostra fedeltà a Dio. Da quando un bambino a Betlemme è venuto a condividere la nostra esperienza di uomini, Dio non è più l’ultima giustificazione delle cose che non sappiamo spiegare, ma il modello di come provare a diventare uomini. Gesù ha assunto tutto dell’uomo e lo ha inverato secondo quella immagine e somiglianza in base alla quale eravamo stati creati.

Al termine della vicenda terrena di Gesù, Pilato chiederà al popolo le ragioni di quella consegna al potere costituito: Che male ha fatto? chiederà il governatore. E i capi del popolo non tarderanno a rispondergli: Noi abbiamo una legge, un ordine sociale e politico, e secondo questa legge egli deve morire perché pretende di cambiare le nostre abitudini in nome di Dio. Niente di più vero.

Nessuno mai ha visto Dio. Il Figlio unigenito, lui, ce lo ha rivelato (Gv 1,18). Scandalosamente diverso rispetto alle nostre proiezioni su Dio è il volto di Dio rivelatoci da Gesù: il Dio che annulla tutte le distanze per farsi solidale con l’uomo, il Dio che cancella la sua onnipotenza facendosi debole e senza potere, il Dio che si spoglia della sua grandezza facendosi servo, il Dio che si mette all’ultimo gradino della scala sociale perché tutto dell’uomo possa essere vissuto in modo nuovo, in modo divino che è poi il modo umano più vero.

Ecco cosa è accaduto a Natale: facendosi uomo Gesù è venuto a cambiare le nostre abitudini in nome di Dio perché è venuto a insegnarci che il nostro incontro con Dio non è più legato a chissà quale gesto rituale logoro e vuoto per il peso dell’abitudine ma al modo in cui ho provato a diventare uomo (cfr. parabola del buon samaritano: non incontreranno dio il sacerdote e il levita che evitano l’uomo per recarsi al tempio; lo incontra solo uno scismatico ed eretico samaritano che avrò la capacità di fermarsi di fronte a quello che poteva sembrare solo un ostacolo).

Farsi uomo: questa è la nostra vocazione. Impegno mai concluso. I racconti del Natale attestano che questa sfida va coniugata con il coraggio di rimanere fuori da istituzioni invecchiate e da abitudini codificate. La nascita come la morte di Gesù avvengono fuori le mura, come se le mura (quante anche oggi!) non riuscissero a contenere la forza dirompente che il messaggio del bambino di Betlemme e dell’uomo di Nazaret contiene.

Tutta la vita di Gesù sarà l’annuncio di un nuovo modo di vivere la propria umanità. Cosa attesteranno le sue parole e i suoi gesti se non il coraggio di uscire da una logica autoreferenziale per favorire la crescita di ciascuno, l’atteggiamento di chi non si accontenta della pura osservanza di una norma ma sa contestare tutto ciò che disumano ci assedia, la capacità di affrontare anche l’incomprensione e l’ostilità degli uomini pur di non venir meno nella fedeltà al progetto di essere uomo?

Lo stile in apparenza perdente dell’Incarnazione non è il frutto di pie immaginazioni pericolose ma è la via della salvezza indicata da Dio all’uomo.

Se la fede non ci dà gli strumenti tecnici per realizzare questa alternativa di umanità (che resta invece il compito laico di ogni impegno politico) ci consegna tuttavia un cuore nuovo e la certezza che Dio stesso si è impegnato in questa direzione.