L’azzardo di Dio – Novena di Natale (III giorno)

Una gioia per tutto il popolo…

Vado sempre più convincendomi che dentro di noi ci sia un organo particolare che di tanto in tanto, mediante un particolare sensore, avverte una segreta nostalgia e ci fa intraprendere passi solitamente inusitati. Come se qualcosa lasciasse presagire che c’è un dono anche per noi in questa notte, una gioia di popolo, nessuno escluso. E i passi li muoviamo nella segreta speranza di non restare delusi. Un organo mediante il quale percepiamo quando Dio sta per parlare e sentiamo quando sta per accarezzarci. Tutti siamo in grado di riconoscerlo quando accade anche se forse non troviamo le parole per dirlo. Cosa c’è, mi domando, dietro i passi di questa notte se non una motivazione più recondita e più profonda, quasi una memoria che si riattiva, quella della immemoriale custodia di Dio, quella di essere stati un giorno guardati da Dio con uno sguardo di benevolenza anche quando eravamo consapevoli che stavamo chiudendo alle nostre spalle la porta di casa? Una memoria che ci fa sentire straordinariamente liberi di fronte a Dio, a nostro agio con lui perché sappiamo che Dio conferisce dignità di parola a chiunque di noi ancor prima di poter essere dei soggetti etici o capaci di una pur timida fede.

C’è un organo, quasi un luogo che attesta che Dio è sempre rimasto lì, non si è offeso, non si è mai allontanato. Quale presagio allora dietro i nostri passi? Il presagio che irreversibile è Dio nel volersi legare a questa nostra umanità. Questa nostra umanità senza aggettivi. Da quando ha scelto di chiamarsi Dio-con-noi ”Dio non può dirsi senza l’uomo perché Dio non è più senza l’uomo, rimane abbracciato, così coinvolto con l’umanità da  appartenere ad essa” (K. Barth). E questo anche se l’uomo può dirsi senza Dio. Non così per Dio, non più.

E il legame mai messo in discussione Dio lo ritesse continuamente mediante un linguaggio che è alla nostra portata: il fatto che Dio abbia scelto di entrare nella storia come ci entra ogni cucciolo d’uomo riaccende la consapevolezza che quanto stanotte di nuovo ci viene offerto è degno di fiducia. E noi questo lo avvertiamo come è vero che siamo qui stanotte: non abbiamo bisogno di decodifiche o di spiegazioni catechistiche. Perché il linguaggio attraverso cui Dio si narra a noi non attinge mai ad immagini di potenza. Fa la differenza e come un Figlio di Dio che fa la fila per il censimento.

Perché non equivocassimo Dio egli azzarda un’avventura che lo fa entrare in un gioco in cui non è scontato in partenza chi sarà vincitore. Da quel giorno, ogni giorno, Dio accetta di entrare nel gioco e di restarci: legame irreversibile, appunto. Un Dio che sta nello spazio che noi gli lasciamo: forse che la nascita del Figlio cambia così, magicamente, il corso del mondo? Perché accada non può non fare appello alla tua accoglienza che è sempre un’eccezione rispetto al corso del mondo. Il luogo dell’Altro nella nostra vita, in fondo, è sempre il cavo della nostra incompiutezza – dei nostri limiti – che decidiamo di lasciarci colmare.

Perché non equivocassimo Dio egli sceglie la strada del bambino, un bambino che sottostà agli ordini di una storia più grande, quella del censimento appunto, e sperimenta come ogni altro umano il mettersi in colonna, senza sconti e senza corsie preferenziali, come se anche alla sua vita – come a quella di tanti umani, del resto, – manchi il posto adatto per fiorire; per questo sceglie di entrare nella storia ma come standone ai margini perché nessuno possa sentirsi escluso; per questo l’annuncio della sua nascita è recato a chi naturalmente impossibilitato a vedersi recare una lieta notizia; per questo accetterà di viver la maggior parte della sua esistenza (30 anni ca) nel nascondimento come è tanta vita di noi umani; per questo annovererà tra i suoi amici uomini e donne consapevoli soltanto della propria storia di fragilità e dello sguardo non giudicante ma sempre promovente rivolto loro da quello strano maestro; per questo il dono di se stesso non verrà partecipato a chi finalmente potrà ritenersi di essere all’altezza della situazione ma a gente che stava già coltivando tradimento e rinnegamento nel proprio cuore; per questo non ricuserà di morire fuori della città tra due malfattori. Perché nessuno di noi patisse lo scandalo di un Dio inaccessibile.

È come se stanotte tutti ricordassimo che Dio ci è venuto incontro non nella certezza della nostra conversione, ma per amore, l’amore di chi assume l’altro nella sua alterità e totalità, anche nel suo rifiuto. L’atto di Dio che assume la condizione umana precede la nostra risposta, anzi è svincolato dalla nostra risposta. Ecco la lieta notizia che è per tutto il popolo. Ecco perché Paolo può ripetere: si è manifestata la grazia, la benevolenza del nostro salvatore.

Stanotte, a ciascuno di noi Dio chiede quello che la liturgia domanda ai genitori che accompagnano il proprio figlio al battesimo: che nome date al vostro bambino? Che nome dai al tuo Dio? È l’unico compito che Dio ci affida stanotte. L’appuntamento non è nella contemplazione di un cielo che a tratti sembra vuoto ma  nella tua capacità di tessere legami, di ristabilire connessioni. Che nome dai a Dio, dopo averlo contemplato ancora una volta nel presepe, o dopo averlo contemplato ancora una volta nel cavo della tua mano quando lo accogli alla comunione? Che nome gli dai se non il nome della vicinanza?

Dare a Dio il nome della vicinanza fa di noi uomini e donne della vicinanza, uomini e donne delle connessioni riattivate, una vicinanza che diventa comunione totale con l’altro amato così com’è, per quello che è, con tutto quello che è.

Spero di aver saputo ascoltare i vostri passi nella notte dando voce a quello che ha spinto fin quassù ciascuno di noi.

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