C’è tanto da raccogliere – Sabato I di Avvento

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Un giorno – lo ricorderete – aveva incontrato ad un pozzo una donna di Samaria alla quale aveva svelato il suo vero volto di Messia. Un incontro impensabile con una donna le cui condizioni non erano certo le più idonee a poter ricevere una tale rivelazione. E, ai discepoli che erano piuttosto stupiti del suo intrattenersi a parlare con una donna, appunto, Gesù aveva rivolto delle parole che credo siano il retroterra della nostra pagina evangelica: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E mancavano ancora quattro mesi, perciò si era d’inverno.

La messe è molta… Mi pare indichi un primo passaggio da compiere: dalla lamentela al riconoscimento, dal lamentarsi di ciò che manca al riconoscere ciò che c’è già.

Ai discepoli inviati in missione, a noi dunque, è chiesto di partecipare della sua stessa capacità di guardare il mondo, la storia, gli altri. La messe richiama il raccolto, non la semina: c’è una umanità, sembra dire Gesù, che attende con impazienza uomini e donne capaci di cogliere le sue istanze più vere. Là dove saremmo portati a vedere solo impossibilità e incapacità ci sono già i segni del nuovo. Occhio ai germogli, dunque.

L’annuncio che siamo chiamati a portare deve essere coniugato con la capacità di riconoscere tutto ciò che di evangelico c’è già nella vita della gente. In quella donna di Samaria mancava forse una vita morale (5 mariti più 1) ma non certo il desiderio di una pienezza di vita.

La messe indica qualcosa che c’è già e che va riconosciuto. Come guardo questo mio mondo, questa mia vita? Sono capace di riconoscere i germogli teneri, fragili, forse, che nondimeno già annunziano il nuovo che anela a nascere?

A noi tentati di guardare la realtà dal punto di vista di ciò che manca, Gesù consegna l’invito a farci esploratori di quella ricerca del nuovo che attraversa le pieghe della storia.

Al dire di Gesù non manca il raccolto ma operai che sappiano riconoscerlo. Questo deve farci pensare e non poco: mancano uomini e donne che riescano ad andare in profondità, là dove si annidano i desideri più veri dei loro fratelli. E non è una questione soltanto di vocazioni alla vita consacrata o sacerdotale. È qualcosa che riguarda tutti quanti noi.

Pregare il Signore della messe: ciò che manca è gente in grado di accompagnare i travagli, le nascite, di portare a gestazione mondi ancora inesplorati ma non per questo irrealizzabili.

Altrove è detto che i discepoli sono inviati a due a due perché ad annunciare la vicinanza del regno di Dio è solo la testimonianza di una esperienza di comunione. Là dove ci sono uomini e donne che si sostengono a vicenda, lì c’è Dio. È solo una vita capace di relazione che annuncia la presenza del Signore. È per questo che l’annuncio del vangelo mal si coniuga con il dispiegamento di forze o di chissà quali strategie.

Discepoli sì, allora, ma a piedi scalzi, vale a dire senza potere e senza forza.

Discepoli sì, ma contrassegnati da una vita semplice che non conosce arroganza.

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