Oltre il complesso d’inferiorità – Novena dell’Immacolata (3 giorno)

Una storia che ha i suoi albori nella notte dei tempi. Così la storia dell’umanità. Così la storia di ogni uomo sulla faccia della terra.

La festa dell’Immacolato concepimento di Maria, a noi sempre più presi dal qui e ora, incapaci non poche volte di dar ragione persino delle cose più evidenti, permette una sorta di viaggio a ritroso perché non smarriamo il senso di quanto viviamo in quel piccolo frammento che è la nostra storia rispetto a quella dell’umanità intera.

Quando nulla di quanto abbiamo sotto i nostri occhi esisteva, Dio concepiva, immaginava, congetturava. Cosa? Immaginava qualcuno che fosse in grado di essere simile a lui nella capacità di non venir meno nella tenuta dei legami affettivi. Così aveva immaginato, così aveva concepito l’uomo. Tuttavia, ben presto, l’uomo non ha tardato ad esprimere il suo non reggere alla fiducia di Dio, inaugurando così una storia di fuga e di nascondimento.

Anche nel cuore di un vero e proprio dramma, Dio non smette di immaginare, di concepire. E perciò già intravedeva qualcuno che fosse segno di quell’amore che va oltre ogni giustizia, qual è appunto la misericordia. E ciò che egli concepiva lo abbiamo intravisto solo in Maria. Bellissima l’immagine di un Dio che mentre pensa, prende la decisione di fare un uomo a immagine e somiglianza della sua stessa comunione di vita!

Di che cosa è segno la vicenda di Maria se non di quella ostinata dedizione da parte di Dio nei confronti di un uomo sempre pronto a credere che Dio sia in malafede? Cos’è quella colpa originale le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, se non il credere che, in fondo, a Dio, non può mai stare a cuore la sorte dell’uomo sulla terra? Quante volte dentro e fuori di noi andiamo a scuola di questi cosiddetti maestri del sospetto, soprattutto quando, non riuscendo a darci ragione del male e della morte, finiamo per attribuire ad una dispotica volontà divina la fonte ultima di quella razione di sofferenza con cui ogni uomo è costretto a fare i conti?

Se è vero che veniamo al mondo col sospetto che, in fondo, Dio non sia in buona fede, è altrettanto vero che cresciamo con la convinzione che la vita dell’uomo – chi più, chi meno – non sia altro che l’esperienza di schiavi trattati con una certa dignità. Ci appartiene e ci condiziona un perenne complesso di inferiorità che, sulla lunghezza, non fa altro che aprire la via al fatto che il male possa mettere casa dentro di noi.

Che cos’è quel perenne tentativo di volersi affrancare da un certo rapporto con Dio se non il bisogno di emanciparsi e attestare di non dover nulla a nessuno? Ma è come un cane che si morde la coda: proprio questo bisogno di affrancarsi genera in noi un senso di colpa da cui da soli non riusciamo a liberarci. Accade con Dio, accade con chiunque eserciti un’autorità su di noi, genitori compresi.

La vicenda di Maria, invece, è lì ad attestare il modo in cui tutti possiamo stare di fronte a Dio. Lei, pur di fronte ad una prospettiva che andava oltre ogni immaginazione (diventare la madre del Figlio di Dio, ci pensi?), non ha pensato di essere stata sottoposta ad un terribile inganno. Per questo non si è concessa il tempo per scovare dove fosse il trucco di quanto l’angelo le stava annunciando. Non ha pensato a una possibile via d’uscita di fronte a qualcosa di umanamente impossibile. Dopo un intimo turbamento per la grandezza della proposta, non ha saputo fare altro che stupirsi (dal sospetto della terra delle origini alla fiducia della casa di Nazaret). Se è vero che avrà bisogno di tempo per apprendere a sue spese cosa vorrà dire offrire il proprio grembo per l’incarnazione del Figlio di Dio, è altrettanto vero che accettare di farlo è accaduto in un attimo, senza ombra di dubbio.

 

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