La fede dei non rassegnati – Lunedì XXXIII del T.O.

Un incontro lungo la via… di quelli non previsti da copione, un vero e proprio imprevisto, di quelli più cari al modo di rivelarsi di Dio.

A tutta prima, il grido del cieco, il grido di un nessuno perché accattone, risulta fuori luogo tanto che qualcuno si premura subito di farlo smettere: quelli che camminavano avanti lo sgridavano. A qualcuno quelle parole urlate da parte del cieco suonano improprie. A zittire il cieco – strano a dirsi – è proprio chi sta seguendo Gesù e crede di farlo in suo nome: infastiditi dal fuori programma e dal fuori coro. C’è in questo zittire qualcosa di più del semplice fastidio: traduce, infatti, quella sorta di zelo possessivo e di appropriazione del Cristo che finisce per ridurre persino il vangelo alla propria angusta misura, a quella del proprio modo di vedere, sentire, pensare, vivere.

Ci vedeva lungo quell’uomo: egli che era seduto al bordo della strada per racimolare spiccioli di quotidiana sussistenza, vede ciò che altri non riescono neppure a intravedere presi come sono da brame di potere e di primati. La sua invocazione è una vera e propria professione di fede: figlio di Davide… (così si rivolge a colui che per tanti, invece, era soltanto un grande maestro). Ma per quella gente che seguiva Gesù, quell’uomo era soltanto un caso da evitare non già una persona da riconoscere e da accogliere; il suo grido è un disturbo non già la parola di un uomo provato.

Il cieco… un non rassegnato… un non ripiegato, uno che non si lascia relegare ai margini: se la cecità lo aveva collocato al margine di una strada non per questo lo doveva essere nella vita. E perciò insorge: un vero tentativo di insurrezione il suo. Che cosa gli aveva donato tanta tenacia? Il testo originale dice: passa Gesù… La consapevolezza che Gesù sta passando sprigiona sussulti, mette in movimento, fa gridare. L’incontro con una lieta notizia sprigiona energie inedite e inaspettate. Questo è il compito della comunità cristiana: manifestare la presenza e la vicinanza del Signore Gesù per far sì che nessuno resti ai margini. Dire a chiunque: sta passando il Signore nella tua storia!

È la sua fede in Gesù ad abbattere ostacoli e a non lasciarsi intimorire dai rimproveri di chi vorrebbe ridurlo al silenzio. Se la vista fisica gli era impedita, il cieco era comunque rimasto uomo di ascolto: avendo sentito. La cecità non gli aveva tolto il gusto di interessarsi di ciò che attorno a lui accadeva.

Nessuno avrebbe mai pensato che gli orecchi di Gesù avrebbero dato ascolto a quel grido che invocava misericordia.

Gesù si fermò: il ritmo di un cammino non è dettato da un programma etereo ed evanescente ma dal bisogno reale di un uomo che invoca compassione. Vero e proprio programma pastorale quello di fermarsi e permettere che l’altro dia voce al suo bisogno più vero.

Alla chiamata di Gesù, il cieco risponde non solo balzando in piedi ma addirittura (secondo Mc) liberandosi di tutto ciò che fino a quell’istante aveva costituito la sua sicurezza: il mantello. Nulla potrà più trattenerlo e impedirgli quell’incontro.

Ciò che è strano è che in questo episodio Gesù non compie alcun gesto. Solo rivolge una domanda: Che cosa vuoi che io faccia per te? È la domanda che rivolgerà ai figli di Zebedeo che non tarderanno a manifestare la loro ambizione. È la domanda che rivolge al cieco: l’unico che sa ciò di cui c’è davvero bisogno: poter vedere per comprendere, per lasciarsi interpellare.

La tua fede ti ha salvato. A salvarlo non già un gesto di Gesù ma il suo osare ostinato mentre riconosceva che qualcosa stava accadendo nella sua vita.

Il miracolo vero non è l’aver riacquistato la vista ma l’essere finalmente capace di mettere i suoi passi dietro il Signore Gesù.

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