L’altra faccia delle cose – Venerdì XXXII del T.O.

popolo-1Le liturgie di fine anno liturgico come quelle dell’ormai imminente tempo di Avvento si incaricano di consegnare ai credenti come una sorta di duplice invito. invito a vegliare per recuperare l’altra faccia delle cose. Invito motivato: infatti, sembra quasi che nella vita sia facile cadere in una sorta di torpore e di insipienza che Gesù cristallizza nel non accorgersi.

È successo ai tempi di Noè, dice Gesù, quando non si accorsero della serietà dell’ora. Succederà allo stesso modo per la venuta del Figlio dell’uomo.

La possibilità di salvarsi è alla nostra porta e bussa quotidianamente interpellandoci. Da che cosa dovremmo essere salvati? Proprio dalla mancanza di uno sguardo profondo, anzitutto. Non era forse questo ciò che mancava alla generazione contemporanea di Noè? Ad avere la meglio su quegli uomini non fu chissà quale malvagità (facevano cose irreprensibili) ma l’indifferenza: vivevano come se non… Nessuno era più in grado di dare un senso a quello che faceva, nessuno ricercava la verità di ciò che stava vivendo: l’illusione di credere che per una vita degna di essere vissuta basti il lavoro (mangiavano, bevevano) e gli affetti familiari (prendevano moglie, prendevano marito).

Non è forse il rischio che corre questa nostra generazione? Quello di essere soltanto assorti nella soddisfazione dei propri bisogni, paghi soltanto della felicità della propria casa tanto da farci sommergere dal diluvio dell’appagamento? La soddisfazione ossessiva dei propri bisogni finisce, non poche volte, per saturare l’organo del desiderio. Non siamo forse talmente zavorrati da tutto quel sistema di sicurezza che abbiamo inventato per escogitare ogni possibile imprevisto, da rischiare di andare a fondo?

È possibile sfuggire a questo meccanismo: proprio come accadde a Noè e come è accaduto a non pochi uomini nel corso della storia, credenti e non. Uomini che avevano un orizzonte di senso, in grado di immaginare e anticipare l’imprevedibile vivendo onestamente, come in pieno giorno. Noè non cedette a quella illusione secondo la quale quello che tu stai vivendo ha la sua giustificazione in se stesso. E anzitutto sfidò la solitudine a cui lo aveva ridotto una scelta non comune, deriso com’era perché costruiva una barca sulla terra ferma.

Il dono che vogliamo invocare dal Signore è quello di nuovi Noè, capaci di presagire l’oltre di ogni cosa diventando segno per i propri fratelli.

Noè, invece, intuisce che la vita è anche altro e per questo fu risparmiato dalla catastrofe: ne aveva già presagito l’incombere. Capace di anticipare il futuro, Noè, e non ripiegato nella riedizione nostalgica di un passato che non è più. Mentre, per gli altri, il diventare consapevoli coincise con l’accadere del diluvio: troppo tardi per non soccombere. Uomini colpevoli proprio di inconsapevolezza. L’invito, dunque, a imparare a leggere ciò che accade: consapevoli del momento presente, ripete Paolo nella lettera ai Romani, non annegare nella banalità del presente.

Noè ci viene consegnato quest’oggi come compagno di viaggio, lui che, pienamente inserito nella vicenda del suo tempo, si ritrovò capace di cogliere ciò che c’è oltre ogni cosa prevenendo gli eventi.

Come Noè anche noi chiamati a diventare infaticabili costruttori di arche.

Arche dentro le quali custodire spiragli di luce che rischiarano i tanti passi pure percorsi al buio.

Arche dentro le quali raccogliere frammenti di bene che pure danno speranza a questi nostri giorni.

Arche che in qualche modo indichino il progetto di bene e di luce di cui Dio ci ha reso testimoni e realizzatori.

Arche capaci di salvare la benedizione comunque pronunciata da Dio sul mondo e sulla storia.

Ci sono eventi – attesta Gesù – che, in qualche modo evidenziano lo spessore e la profondità di certi percorsi personali. Può accadere che persone che fino a quel momento hanno vissuto esperienze comuni, reagiscano in maniera diversa a quegli eventi. È questo il senso di quell’ “uno sarà preso e l’altro lasciato”.

Ma io, quali occasioni mi do perché la mia esistenza non sia un vano rincorrersi dei giorni ma sia capace di “scoprire la carica di rivelazione del quotidiano, l’epifania racchiusa nell’istante” (Bernanos)

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