Dalla disamina alla responsabilità – Sabato XXIX settimana del T.O.

Amatrice, 24 agosto 2016 (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Quando il tragico viene a interrompere la normale vicenda degli uomini, è quasi innato il bisogno di stabilire una responsabilità, è istintivo andare alla ricerca di quale possa essere stata la causa scatenante un evento che altrimenti resterebbe senza capi di accusa. Tuttavia, non sempre è possibile attribuire alla cattiveria di qualcuno la responsabilità di certi incidenti che sono fatali per la vita umana. E in questi casi non interessa tanto il come siano accadute le cose quanto il perché siano avvenute. Chi c’è dietro certe catastrofi naturali? Chi c’è dietro un incidente? Chi dietro un suicidio? Quand’anche non sia di Dio la responsabilità, perché non ha impedito che accadesse quella strage o quel disastro? Perché è rimasto spettatore muto, egli che è l’Onnipotente?

Partendo da due episodi di cronaca nera che avevano interessato i giorni in cui Gesù aveva invitato tutti a maturare l’attitudine al discernimento, egli ribadisce che quegli eventi non sono il segno di un castigo da parte di Dio. Quegli eventi, infatti, dovrebbero restituire una diversa consapevolezza che riguarda proprio la nostra esistenza impastata di fragilità e perciò sempre esposta a non pochi pericoli.

Chi di noi è immune dalla violenza che può travolgerlo in una piazza o in uno stadio? Chi di noi ha l’assicurazione circa il fatto che, senz’altro, la sua vita sarà risparmiata da un incidente o da una catastrofe naturale? Chi di noi ha la certezza ferma che di sicuro sarà padrone della sua vita fino alla fine senza conoscere momenti depressivi che non poche volte potrebbero comprometterla?

Il rischio più grande, ripete Gesù, non è tanto perdere la vita perché ucciso in una rivolta o sotto il crollo di una torre. Il rischio più grande è continuare a stare nella vita senza accogliere l’invito a mutare pensieri, sentimenti, atteggiamenti, stili, comportamenti, invito che Gesù continua a rivolgerci molte volte e in diversi modi. Il rischio è il continuare a vivere come se nulla possa mettere a repentaglio la riuscita della nostra esistenza.

In gioco non c’è tanto cosa noi pensiamo di un evento piuttosto che un altro; in gioco c’è il modo in cui noi stiamo di fronte al tragico quando esso fa capolino come di fronte al banale con cui mi interfaccio non poche volte al giorno. In gioco non c’è la mia capacità di giudicare ma la mia fede, come affronto da credente quell’evento, quell’incidente, quel dramma. In gioco non c’è la colpevolezza dell’uno o dell’altro ma la mia disponibilità a intraprendere un nuovo percorso.

Il tempo non è un vuoto recipiente in cui continuare a fare disamine sull’accaduto: il krònos (il tempo nel suo scorrere cronologico) è chiamato a diventare kairòs (tempo propizio, momento favorevole), la successione degli eventi una opportunità di salvezza. Esso è l’occasione a noi offerta da Dio per imparare a passare dalla condanna per ciò che accade di negativo all’impegno a essere strumenti di bene, ciascuno per la sua parte. Smettere il ruolo di chi sta di fronte alla storia vestendo i panni del giudice di quanto in essa accade e assumere, invece, i panni di chi inizia la difficile operazione di estirpare la radice di male presente nel proprio cuore.

Tra chi pretenderebbe l’uso del potere che possa salvaguardare la propria incolumità e chi la strada della rivoluzione, Gesù ne indica e ne imbocca un’altra: quella del mettersi in gioco personalmente attraverso uno stile mite ed umile. Altro è lo stile di Dio. Esso mal si coniuga con la fretta di giungere a conclusioni sommarie e tantomeno si dispiega con un giudizio facile e una condanna inappellabile. Pur avendo tutto il diritto di intervenire in maniera decisiva e risoluta, non si lascia prendere dall’ansia di un giustizialismo che non poche volte attraversa il nostro cuore.

Mai come in questo momento abbiamo bisogno di recuperare il senso di quel gesto con cui si apre ogni nostra celebrazione e con cui vorremmo aprire e chiudere le nostre giornate: il segno della croce. Ci affidiamo a quel gesto per esprimere che abbiamo bisogno di cambiare modo di pensare secondo quello che il Padre stesso ispira; ci affidiamo a quel gesto per esprimere il bisogno di imparare ad amare con il cuore stesso del Figlio di Dio, fino in fondo; ci affidiamo a quel gesto perché, con l’aiuto dello Spirito Santo, possiamo avere spalle capaci di sostenere le decisioni prese.

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