Anche le palpebre – XXX del T.O.

occhi-chiusiÈ più forte di noi la logica del confronto. È come se col latte materno avessimo introiettato un innato bisogno di stabilire precedenze facendo paragoni. È come se, per dire chi siamo, necessitassimo di avere qualcuno da tenere sullo sfondo per far rilucere meglio tutte le nostre caratteristiche migliori. È più forte di noi il bisogno di tentare la scalata sulle spalle e a discapito di qualcun altro. Il rischio tutt’altro che remoto, però, è una visione distorta di noi stessi e del nostro rapporto con il Signore.

Accade tra gli uomini, accade davanti a Dio. Accadde quel giorno  al tempio, accade oggi nei nostri rapporti e, perché no, anche nelle nostre assemblee liturgiche.

Se Gesù non avesse messo accanto al fariseo la controfigura del pubblicano, probabilmente non avremmo esitato a riconoscere che si trattava proprio di una brava persona. Cosa vuoi di più di uno che, per fortuna, non è come gli altri? Non è ladro, non è ingiusto, non è uno che fa le corna al marito o alla moglie, fa persino più di quanto prescritto (digiunava due volte la settimana quando, invece, era previsto si digiunasse una volta). Non abbiamo mai elogiato qualcuno che – vivaddio – si distingue da tutto il resto? Ma che bravo! Potrà Dio non tenere conto del suo pedigree ineccepibile?

Tutto quello che egli dice corrisponde al vero: egli non è un ipocrita come potremmo pensare. Il suo torto è la fiducia smisurata circa la sua giustizia: ha tutti i titoli per ottenere ciò per cui ha faticato alacremente e Dio non può non tenerne conto. La sua superiorità morale finisce per fare di lui un arrogante egoista che si congratula con se stesso.

Per contro, a distanza, uno che aveva tutt’altra consapevolezza di sé, uno che, fosse dipeso dal fariseo, avrebbe fatto meglio a non mettere piede in quel tempio. È bene che certi ambienti siano frequentati solo da alcuni e non da altri. Quell’uomo non era neppure stato capace di elencare le sue miserie ma le aveva raccolte in una espressione che dice il fallimento di un’esistenza: peccatore, uno che manca il bersaglio, uno che non è in grado di fare centro.

Se il primo aveva bisogno solo di uno spettatore in più che si compiacesse dei risultati raggiunti da lui, il secondo, invece, aveva bisogno di un Dio che, usandogli misericordia, lo mettesse nella condizione di camminare in modo nuovo. Solo un cuore umiliato può trionfare sul diritto e sulla pretesa.

Il primo aveva smarrito la consapevolezza che è solo Dio a farci agire e operare secondo i suoi benevoli disegni. Alla fine non aveva bisogno di nessuno, tantomeno di Dio, convinto com’era di trovare sufficiente solidità nell’opera delle sue mani. Come può ritenersi giusto chi, pur trovandosi davanti a Dio, si sente in diritto di giudicare? Il cristiano non si identifica mai come giusto ma come uomo sempre bisognoso di riconciliazione. Se il fariseo è accecato dalla vanagloria, che è il pedaggio pagato allo sguardo altrui, il pubblicano, invece, è piegato dal pentimento

“Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (1Gv 1,8-9).

Se dovessimo dire chi siamo in verità, dobbiamo ammettere di essere dei peccatori perdonati. Fuori da questa convinzione, siamo nella menzogna.

“Un discepolo si era macchiato di una grave colpa.

Tutti gli altri reagirono duramente condannandolo.

Il maestro, invece, non reagì e non lo punì.

Uno dei discepoli non seppe trattenersi e sbottò: «Non si può ignorare ciò che è accaduto: dopo tutto, Dio ci ha dato gli occhi!». «È vero, ma anche le palpebre!», replicò il maestro.

Fare grazia, per Dio, è assai più importante che essere in grazia di Dio. Il ritenersi in stato di grazia da parte del fariseo aveva finito per impedire a Dio di usargli misericordia mentre la consapevolezza del proprio peccato non aveva impedito al pubblicano di invocare ciò che da solo non avrebbe mai potuto ottenere.

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