Basta la salute? – XXVIII del T.O.

test-sul-cuoreSi erano accontentati di una salute ritrovata i nove lebbrosi. Gli era bastato poter riagganciarsi al loro passato, a quel momento in cui la lebbra li aveva resi una sorta di esubero tanto da doversi accontentare solo delle periferie del vivere umano. Non gli sembrava vero: tutto era come prima, finalmente.

Non è, forse, il sogno di tanti di noi poter riportare le situazioni a prima che qualcosa le invalidasse? Potessimo, metteremmo la firma. Come dar torto a quei nove che per troppo tempo erano andati gridando: “Immondo, immondo!”. Finalmente non avrebbero dovuto tenersi a distanza di sicurezza, finalmente avrebbero potuto stringere una mano, guardare qualcuno negli occhi, abbandonarsi a un abbraccio. Finalmente avrebbero potuto gioire dei cosiddetti normodotati e non solo della compagnia di chi come loro soffriva le pene dell’inferno. Erano stati riabilitati, vivaddio! Non erano più solo materiale di scarto, non erano più dei morti viventi, gente da schivare. Finalmente potevano andarsene ciascuno per i fatti suoi decidendo dove e con chi stare senza più dover obbedire a una norma che intimava loro: off limits.

Ci sentiamo tanto vicini a quei nove. Ci sembra la cosa più saggia, quando affermiamo che basta la salute? Basta che ci sia quella, quasi una sorta di minimo sindacale. Basta star bene, il resto non conta.

E, invece, no. Non basta la salute, non basta star bene: è necessario compiere il bene. Che te ne fai di un corpo integro quando hai smarrito la memoria del dono ricevuto? Che te ne fai di una tavola imbandita quando non riesci più a vivere nella consapevolezza che tutto è grazia? Che te ne fai di una vita che scorre liscia quando ti sei rinchiuso nella custodia egoistica di quello che possiedi?

Non abbiamo mai conosciuto, forse, dei sani che vivono nello smarrimento e maledicendo la vita e degli infermi che, pur non avendo più la salute appunto, non cessano di lodare il Signore per ogni minima cosa, foss’anche una semplice telefonata o una carezza? “Non sanno cosa si perdono coloro che non conoscono il Signore”, così amava ripetere mia sorella prima di morire: “non sanno cosa si perdono” e lei sapeva che di lì a poco avrebbe preso congedo dal suo corpo.

No, non basta la salute: è necessaria la salvezza, quella che il Signore avrebbe voluto donare a tutti e dieci se solo non avessero perduto il senso di quello che era accaduto loro. È necessario non smarrire la memoria di quello che è accaduto nella tua vita. Se per guarire basta fidarsi della Parola del Signore, a salvarci è il vivere secondo la logica di quella stessa Parola.

A noi che vorremmo certezza esibite, evidenze schiaccianti, il vangelo ripete: guarda che il regno di Dio si fa strada secondo la logica del dieci per cento quando va bene. “Non sono stati sanati tutti e dieci?”, constata stupito l’amore. A tutti vengono offerte delle possibilità, ma nessuno è forzato ad accoglierle fino in fondo. Se i doni, infatti, sono per tutti, la risposta, invece, resta sempre personale e non la si può pretendere.

Per i nove riabilitati, la lebbra era stato un inutile incidente di percorso da dimenticare quanto prima. Per il samaritano, era stata l’occasione per un incontro di grazia senza precedenti.

Penso così a tutte quelle situazioni che, secondo il nostro comune modo di pensare, se non ci fossero…

Nella logica della fede nulla è materiale di scarto, un limite personale come una malattia, un abbandono come un lutto, nulla.

“Solo uno…”. Solo uno lo ha capito: per questo è tornato indietro a ringraziare. Ha capito che se la vita non coincide con la cristallizzazione di un momento di luce, ma consiste nel guardare con speranza al futuro.

La vita, quella vera, è una “vita per Dio” come attesta Eliseo a Naaman Siro.

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