L’io, il noi, il Tu – S. Francesco d’Assisi

La preghiera che sgorga sulle labbra di Francesco alla Verna – le Lodi di Dio Altissimo – non è un testo improvvisato, ha un suo retroterra. Si tratta di un testo non solo autentico ma anche autografo. Riferiscono le Fonti, infatti, che nel lato che contiene la Benedizione a frate Leone, sopra di essa, da altra mano e con inchiostro rosso è scritto: «Il beato Francesco, due anni prima della sua morte, fece una quaresima sul monte della Verna, ad onore della beata Vergine Maria, Madre di Dio e del beato Michele arcangelo, dalla festa dell’Assunzione di santa Maria vergine fino alla festa di San Michele arcangelo; e la mano di Dio tu su di lui mediante la visione e le parole del serafino e l’impressione delle stimmate di Cristo nel suo corpo; compose allora queste laudi che sono scritte nel retro di questo foglio, e le scrisse di sua mano, rendendo grazie al Signore per il beneficio a lui concesso».

A frate Leone fu chiesto, poi, esplicitamente di prendere questa carta e di custodirla con cura fino al giorno della tua morte, avvenuta molti anni dopo quella di Francesco. La data di composizione dunque è chiara: Settembre 1224.

Un’esperienza personale, dunque, quella vissuta da Francesco, eppure non tenuta per sé, subito condivisa con chi ha vissuto con lui il tempo atroce del dubbio di aver fallito nella sua missione e che aveva bisogno di essere rianimato, dal momento che la condivisione di quei giorni aveva messo a dura prova anche frate Leone. Proprio la condivisione di questa preghiera da parte di Francesco attesta che la fraternità, prima ancora che qualcosa di funzionale è, invece, condivisione con qualcuno dell’esperienza della paternità di Dio.

Le Lodi di Dio all’Altissimo sono l’esito di un serio percorso di conversione che attraversa tre fasi: l’io di Francesco, il noi della fraternità, il Tu di Dio.

L’io di Francesco

La vicenda di Francesco, stando ai suoi biografi, conosce un primo momento che potremmo definire come la fase dell’ipertrofia dell’io. Quello di Francesco è un ego importante: nel periodo della giovinezza viene incoronato “re delle feste” dal momento che svolgeva il ruolo di leader delle scorribande insieme ai suoi amici nobili di Assisi. Non pochi tratti narcisistici caratterizzano questo primo momento in cui alterna fasi di grande orgoglio a fasi di grandi slanci ideali. È il momento dei grandi sogni: Francesco desidera essere qualcuno.

Il suo io ricompare anche davanti al Crocifisso di San Damiano e nella lunga malattia psico-fisica dopo la prigionia della guerra.

Il noi della fraternità

Quando finalmente riesce a consegnare il suo io al Crocifisso che gli parla, Francesco inizia a scoprire una fraternità mai sperimentata prima. Si scopre figlio dell’unico Padre celeste e, perciò, fratello di ogni realtà creata, dalle cose animate e non, all’uomo. Comincia così la fase del “noi”, la fase della fraternità, quella che radica nella scoperta e nella consapevolezza dell’amore di Dio che egli vuole condividere insieme ad altri in una totalità di vita.

Bellezza, castità, preghiera, condivisione della povertà si vivono dunque in un “noi” umano, dove il rispetto vuole che anche i ruoli di comando si scambino a turno, non solo, ma dove l’uno non è superiore di un altro ma custode e servo della vita e della vocazione dell’altro.

Basterebbe richiamare soltanto la Regola degli Eremi per comprendere cosa Francesco intende per fraternità: a turno, ogni frate è chiamato a fare da madre, mentre gli altri diventano di volta in volta “figli”.

Viene, però, un momento in cui Francesco fatica a ritrovarsi in quel “noi”, quasi non lo senta più suo: l’Ordine si è ingrandito a tal punto – siamo tanti e tali, come ricorda l’episodio della Perfetta Letizia – da non avere più bisogno di lui perché fuori luogo e fuori tempo.

Che peso quel “noi”! Francesco dovrà ricordare a se stesso che la “perfetta letizia” consisterà nel non turbarsi in quella notte in cui i suoi fratelli saranno capaci di ripagarlo solo con il freddo e il rifiuto.

Il Tu di Dio

È da qui che iniziano i giorni della Verna vissuti nella compagnia dell’unico di cui si fida, frate Leone. In quei giorni tanto tormentati, una domanda attraversa il cuore di Francesco: “Perché, Signore?”. Francesco alla Verna chiede un segno al Signore e, come sappiamo, il segno gli verrà dato attraverso la conformazione fisica alla stessa passione del Signore mediante le stimmate. Tuttavia, se grande sarà questo essere assimilato al Cristo sofferente, ancora più grande sarà la consapevolezza nuova che Francesco si ritroverà: lì, infatti, scoprirà il Tu di Dio, un Tu declinato ben trentadue volte con aggettivi, a dire quello che Francesco ha potuto toccare con mano nella notte oscura in cui era stato ricacciato dai suoi. Quel Tu non è l’anestetico in cui rifugiarsi per vincere la delusione. Quel Tu è ciò che permette a Francesco di rileggere se stesso e gli altri, ciò che lo appassiona e ciò che lo tormenta.

Gli aggettivi e i sostantivi che Francesco adopera per definire il Signore, sono il frutto di tutto il suo percorso.

La prima cosa che Francesco sente di dire al Signore è: “Tu sei…”. Finalmente qualcuno fa eco alla rivelazione biblica del nome di Dio “Io sono”. Finalmente Francesco compie l’esodo più difficile, una vera e propria ek-stasis, quella dell’uscita da sé per accogliere il modo in cui Dio ha scelto di manifestarsi. I giorni dell’abbandono lo avevano costretto a rientrare in se stesso: “Va’ a te stesso”, dicono gli ebrei che bisogna leggere così quello che noi traduciamo come “Esci dalla tua terra” in riferimento ad Abramo. Solo dopo questo viaggio, Francesco riesce a mettere a tacere il suo ego smisurato per ritrovarsi nel “Tu” di Dio che rinnova la vita e tutto fa riconoscere come fratello e sorella, persino la morte (cfr. Cantico delle Creature, composto verosimilmente dopo la Verna).

Tu sei… Tu sei… Tu sei…

Sono le parole di un innamorato che riconosce che l’Altro esiste ed esiste per me, di fronte a me. È come se Francesco ripetesse quello che i ragazzi amano ricordare: “grazie di esistere e di esistere per me”. Il dono delle stimmate ha fatto sprofondare Francesco in un amore estasiato e in un ringraziamento totale.

Il Dio incontrato alla Verna non è solo il Dio in cui trovare rifugio ma il Dio che non cessa di chiedere il superamento di se stessi (lo spostamento è la cifra della fede, scrivevo nel commento di oggi), la capacità di lasciarsi trasfigurare da eventi e situazioni e di lasciarsi alla spalle tutto ciò che potrebbe rallentare il passo e impedire l’incontro pieno con Dio.

Ci sono due realtà che fanno come da inclusione alle Lodi di Dio Altissimo: la santità e la misericordia.

Nel riconoscere che Dio è Santo, Francesco confessa di trovarsi di fronte a un Dio “altro” rispetto a chi egli pensava di conoscere. Ma la santità di Dio non è distanza, non è inaccessibilità: Dio, infatti, opera cosa meravigliose a favore dell’uomo, dell’uomo Francesco. E poi la misericordia: Francesco confessa così che Dio non si limita ad amministrare la giustizia ma, attraverso il suo amore, andare oltre la giustizia stessa. E questo è ciò che per ogni uomo è garanzia di salvezza: non più ciò che di bene l’uomo riesce a compiere ma ciò che solo Dio può compiere e donare.

Tu sei bellezza… perché sei l’amore in grado di condividere il mio dolore.

Tu sei la fede… io ho la fede.

Tu sei speranza… io ho speranza.

Tu sei carità… io ho solo un riverbero di quello che immeritatamente ho ricevuto

Al “Tu” di Dio, Francesco ci arriva mediante la strada della rinuncia ad un noi in cui egli si impossessava dei frati e dell’ispirazione iniziale. Ha scritto sapientemente Simon Weil: “Tutti gli sforzi dei mistici hanno sempre mirato ad ottenere che nella loro anima non vi fosse più neppure una parte che dicesse io. Ma la parte dell’anima che dice noi è infinitamente più pericolosa”.

In quel “Tu” delle Lodi Francesco riconsegna al Padre persino la tentazione del possesso che poteva emergere dal “noi” fraterno che egli ancora viveva.

Dopo la Verna ben si applicano a Francesco le parole di Giobbe: “Prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5).

 

 

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