Il miracolo della fede – XXVII del T.O.

senapePoveri apostoli: era parsa loro la cosa più spontanea chiedere un aumento della fede a fronte di quello strano discorso appena concluso dal loro Maestro. Sì, perché aveva da poco finito di dire che il perdono non conosce parentesi né dilazioni: settanta volte sette. A conti fatti, ogni minuto e mezzo circa, come a dire che l’amore non è a tempo e non è a condizione, non è un’opera ma uno stile. E come si fa? Naturale che quegli uomini cooptati per le strade di Galilea avessero di che chiedere un bonus suppletivo di fede.

E, invece, si son sentiti ripetere qualcosa che suonava come disarmante: non è questione di aumento. Il poco di fede di cui disponi, se ce l’hai, ha una potenzialità inimmaginabile. Si tratta di averla la fede, appunto, proprio come l’amore: che amore sarebbe se fosse frutto di una costrizione o di un obbligo, se fosse dettato da un interesse momentaneo? Se ami, ami sempre, ami comunque. Lui, quella sera di tradimento, li amò sino alla fine, è scritto: li amò pure quando avrebbe avuto di che ripagarli per il trattamento subìto. Se nel tuo cuore è scattato qualcosa, non puoi non amare: per questo, pur di non venir meno a ciò che provi, arrivi persino a mettere in conto che l’altro possa andarsene.

Non abbiamo mai detto a qualcuno che, innamorato, soffre per come magari è ripagato: ma che ti prende? Chi te la fa fare? Perché continui a volergli bene? Lascialo perdere. E magari ci siamo sentiti rispondere: non so perché ma so che non ne posso fare a meno; se non lo amassi morirei.

L’amore, quando è vero, è quello capace di attraversare persino la notte dell’abbandono. Così è la fede: quando c’è, ha il potere di superare persino la notte oscura della sofferenza e della morte, quando c’è, nulla è visto come un ostacolo, tutto è letto come un’opportunità, come un’occasione. Se qualcosa non accade, se qualcosa non cambia non è già perché Dio resta spettatore muto (come lascia intendere l’Abacuc di turno), ma perché io ho tirato i remi in barca. “Tutto è possibile a chi crede” (Mc 9,23).

“I profeti… per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. Alcune donne riacquistarono per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia.  Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati” (Eb 11,34-37).

La fede è un cuore che non riesce a pensarsi se non legato al suo Signore. Essa vive della consapevolezza che seppure sappia che esporsi è pericoloso, tuttavia non può non farlo: “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla, ma sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5, 5.

Avere fede, afferma Gesù, è come dire che un gelso possa ricevere linfa persino nelle acque del mare che pure non sono il suo habitat naturale. Vivere nella fede è come compiere un esodo dalla terra al mare, dal luogo della sicurezza a quello dell’abbandono fiducioso. Gli apostoli faticano a comprendere un simile linguaggio tant’è che restano su un piano superficiale mentre invocano una quantità maggiore di fede: chiedono, cioè, che sia Dio a venire in loro soccorso. Che cosa accade quando nella nostra preghiera chiediamo il di più (più tranquilli, più capaci, più generosi)? Di fatto siamo convinti che il di più accordatoci permetterebbe una migliore gestione della nostra esistenza: se solo avessimo un po’ di più, le cose filerebbero tranquille. E, invece, ripete Gesù, la fede non è la capacità di gestire al meglio la nostra sicurezza quanto una vera e propria perdita del controllo: affidare le redini della tua vicenda a quel Dio che hai imparato a conoscere come fedele e perciò ti fidi di lui anche se ti dovesse chiedere l’inverosimile come ad Abramo e l’impossibile come a Maria o a Pietro.

Ma dove radica per noi questa possibilità? In una certezza: quella di essere amato. Non abbiamo mai detto a qualcuno a cui siamo fortemente legati: con te andrei anche in capo al mondo? E non è forse fede questa?

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