L’anestesia del cuore – XXVI domenica del T.O.

img_1273Una delle pagine che più di altre rischia di essere accostata in modo riduttivo, quella odierna, quasi che Gesù si scagli contro chi possiede dei beni ed esalti il povero in quanto tale. È come se avessimo fatto coincidere l’aggettivo “epulone” con disonesto. E, invece, il ricco in questione era un uomo capace di farsi una posizione. Peraltro, la ricchezza al tempo di Gesù era segno di benedizione da parte di Dio.

Ad esser presa di mira da Gesù, infatti, non era la sua ricchezza quanto l’esser talmente fagocitato dai suoi beni da non avere occhi per accorgersi di un uomo dalla dignità straordinaria: nessuna protesta sulla sua bocca se non il desiderio di cibarsi delle briciole. Era lì. Punto.  Paradossalmente, quell’uomo era oggetto di attenzione soltanto dei cani, gli unici che ne avevano pietà. La condizione di quell’uomo era stata in grado di far fremere compassione il mondo animale e non era riuscita a scalfire il cuore del ricco.

Ad essere passata al vaglio da parte di Gesù è l’indifferenza, il menefreghismo, ovvero quell’atteggiamento che finisce per anestetizzare il cuore tanto da renderlo refrattario a qualsiasi stimolo che è fuori dal proprio orizzonte d’interesse.

Un vero e proprio inferno, a ben pensarci, non avere più nulla e nessuno che ci intenerisca.

Un vero e proprio inferno patire l’allergia nei confronti di ciò che destabilizza convinzioni e stili di vita.

Un vero e proprio inferno vivere distratti con lo sguardo, prima ancora che con la mente ed il cuore altrove.

Ad esser preso di mira è il fatto che quell’uomo è un uomo solo se è vero che, pur non avendo motivi per far festa, non faceva altro che celebrare se stesso banchettando lautamente ogni giorno. Avesse almeno condiviso con i suoi cinque fratelli della cui esistenza si ricorderà solo quando tutto sarà irrimediabilmente sancito! Troppo tardi. Proprio la sua dimenticanza richiama un’annosa questione: avere fratelli o essere fratelli? Ecco il punto.

Quanto diverso l’atteggiamento dell’amministratore disonesto che, pur di salvare la sua situazione, sceglie di sottrare alla disperazione il debito altrui! Quanto diverso l’atteggiamento del padre misericordioso che chiede di far festa facendo preparare un banchetto degno di un ospite d’onore!

Il ricco non ha altro interlocutore se non l’ipertrofia del suo ego. Oltre non esiste altro. Ospiti di onore al suo banchetto solo i suoi beni di cui ha finito per divenire servo. Solo i beni riescono a dare un nome a chi nella vita non ha avuto la grazia di possederne uno: ricco. Possiede tutto, meno che il nome. Quei beni hanno finito per renderlo sordo nei confronti del desiderio di Lazzaro e muto verso il suo tormento.

Così, la porta che lo separava da Lazzaro finisce per diventare un vero e proprio abisso di separazione nell’al di là. Non a caso Gesù aveva esortato a “farsi amici” capaci di accoglierci nelle dimore eterne. Il ricco aveva scelto di trovare stabilità e sicurezza su ciò che rischia di essere solo un miraggio.

Anche da morto crede che tutto gli sia ancora dovuto: Lazzaro dovrebbe obbedire nel soddisfare il suo bisogno di ristoro e Dio dovrebbe sottostare al suo bisogno di un segno che permetta ai suoi fratelli di ravvedersi.

È la tua disponibilità a lasciarti interpellare dagli eventi a fare la differenza. Ma là dove questa è sclerotizzata nulla può un evento in sé, quand’anche prodigioso: “Neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi”.

Prova a varcare oggi la soglia che ti separa da chi ti sta accanto se non vuoi che questa divenga poi un abisso invalicabile.

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