Non resta che l’amicizia – XXV del T.O.

amministratoreQuasi una vena di sconforto attraversa le parole di Gesù nel dover constatare che quanti ha associato alla sua sequela sono meno intraprendenti di chi non ha ha avuto la grazia di avere a che fare con lui: “I figli di questo mondo sono più scaltri…”. Come a dire: se riusciste a mettere nelle cose che riguardano Dio (che poi sono quelle che riguardano l’uomo) un po’ della passione che anima tanti nel gestire le cose di questo mondo, quanto sarebbe tutto più bello, più significativo, più coinvolgente, più vero! E, invece, sembra quasi che non siamo consapevoli di quale opportunità rappresenti per noi avere lui accanto a noi.

Accade, e non una volta soltanto, di sentire che ti venga a mancare la terra sotto i piedi allorquando una situazione che non avevi messo in conto, mina il tuo presente e minaccia il tuo avvenire. Era accaduto così anche all’uomo della parabola, angosciato perché chiamato a dar di conto del suo operato al padrone. Me lo immagina nell’atto di frugare nelle tasche per vedere cosa gli rimanesse ancora a disposizione: nient’altro che la sua scaltrezza, declinata come capacità di misurarsi con l’imprevisto. E che cosa gli suggerisce la sua scaltrezza? Puntare sull’amicizia: se è vero che il padrone ha già deciso la sua sorte, è ancor più vero che nulla è precluso per sempre, proprio per la sua capacità di sollevare la condizione di altri.

L’amministratore ha intuito e perciò, pur di assicurare una via d’uscita a quella che sembra essere una situazione senza ritorno, si dice disposto a rinunciare a quanto immediatamente gli spetterebbe di diritto (il suo onorario, diremmo noi), alleggerendo la somma dei debitori. Preferisce investire in umanità e in legami che all’occorrenza saranno la sua fortuna: intuisce, finalmente, che non tutto può essere monetizzato e che la salvezza proviene da ciò che hai costruito in amicizia e condivisione. Viene per tutti il giorno in cui a fare da garante per noi non sarà ciò che saremo riusciti ad accumulare, magari anche iniquamente: il nostro lasciapassare saranno coloro a cui avremo fatto del bene.

L’amministratore è un uomo determinato, brillante nel cogliere la posta in gioco, deciso circa l’intervento da mettere in atto. Così il Signore vorrebbe i suoi che, invece, rischiano di giocare l’esistenza tra fatalismo e pigrizia. Accade, infatti, che i figli della luce finiscano per compiere una scelta di vita spirituale che si declina anzitutto come presa di distanza da tutto ciò che ha a che fare con le cose della terra, come se queste siano solo un incidente di percorso che se non ci fosse, sarebbe tanto di guadagnato. Eppure, stando al vangelo, è proprio il rapporto con le cose della terra che decide per ciascuno di noi il futuro dopo la vita terrena.

Le cose di cui disponiamo sono beni di conquista, realtà da possedere gelosamente o strumenti attraverso i quali vivere le relazioni?

Ciò di cui siamo capaci lo usiamo per poter avere la meglio su qualcuno o per poter introdurre qualcuno in una sana rete di relazioni?

Cosa ne è, ad esempio, della mia intelligenza, della mia sensibilità, del mio modo di vedere le cose?

A volte può accadere di erigere muri di protezione che non permettono ad alcuno di accedere a quanto per grazia abbiamo ricevuto.

Lo stesso impegno, la stessa passione che i figli di questo mondo mettono nel condurre i propri affari, i figli della luce devono metterli in tutto ciò che riguarda il rapporto con il loro Signore.

Serpeggia tanto un atteggiamento di delega che finisce per attribuire ora all’uno ora all’altro il compito di provvedere ad una certa situazione di precarietà o di disagio. Si finisce, talvolta, per essere puntuali nell’analisi delle situazioni ma incapaci di coinvolgimento; la parola ha la meglio sull’aiuto concreto, il progetto ha la meglio sulla disponibilità a sporcarsi le mani.

Che farò? si chiede l’amministratore.

Sei stato disonesto? Prova a restituire ciò di cui ti sei appropriato.

Hai fatto del male a qualcuno? Prova a compiere il bene.

Hai fatto soffrire qualcuno? Prova a renderlo felice.

Fatti carico della felicità altrui e Dio si farà garante della tua, in eterno.

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