Novità di vita, non aggiustamenti – Venerdì XXII del T.O.

vino nuovo otri nuoviVino nuovo in otri nuovi…
Dio, in Gesù Cristo, ha sposato definitivamente la nostra umanità, facendola sua. Una tale grazia non può non essere accolta nella gioia: finalmente nessuno ci chiamerà più “abbandonati” perché “la terra ha uno sposo”. Come è possibile portare ancora i segni del lutto quando lo sposo è con noi? Perché continuiamo a muoverci negli spazi angusti di un legalismo fine a se stesso senza lasciar trasparire la forza che viene da un legame indistruttibile?
Per questo Gesù muove ai discepoli di Giovanni e ai farisei l’accusa di non saper riconoscere i tempi e i modi in cui stare nei diversi tempi: non tutti i tempi si equivalgono e il modo di stare in un tempo non necessariamente va bene in un tempo mutato. Sono incapaci di rendersi conto del qui, dell’ora, per questo piangono e si mortificano per un’assenza, senza riconoscere e accogliere una nuova presenza.
La presenza di Gesù è qualcosa di talmente nuovo da non essere compatibile con ciò che è vecchio. Accoglierlo vuol dire decidersi: non è più possibile venire a patti e negoziare una convivenza di per sé è impossibile: o il vecchio sistema in cui è la legge a prevalere o il nuovo, in cui è la persona di Gesù ed il legame con lui a determinare scelte e orientamenti. I rattoppi non hanno vita lunga.
Può accadere, talvolta, che il vecchio si accontenti di utilizzare qualche ritaglio di novità per coprire le rughe e così assicurarsi un po’ di sopravvivenza. Le strutture vecchie truccate sono solo un espediente per assicurare alcuni anni di vita in più, ma con quale prospettiva?

Penso a tante situazioni dentro la comunità cristiana che sanno di imbellettamento, in modo particolare nella vita religiosa, soprattutto per far fronte al dramma della crisi delle vocazioni. Si ha paura di presentare in tutta la sua portata il caso serio della scelta per Cristo e, perciò, si finisce di buon grado per introdurre aggiustamenti più allettanti, ma a che prezzo!
Anche noi corriamo il rischio dei discepoli di Giovanni e dei farisei: piangiamo per qualcosa che non esiste più e, tuttavia, non siamo in grado di cogliere la novità che sta germogliando intorno a noi. Non accadrà così anche alla Maddalena la quale intenta com’era a versare lacrime per il “suo morto” sarà incapace di accorgersi del Risorto che era lì davanti a lei?
Il problema, però, è che molte volte abbiamo inteso l’essere discepoli di Gesù come un accogliere il nuovo in piccole dosi, non già come un farsi nuovi. E così mutiamo l’etichetta ma senza controllare la qualità del prodotto. Preferiamo rattoppare le crepe createsi in tante strutture della nostra esistenza e non controllare a fondo, invece, la solidità delle nostre fondamenta. Non basta nemmeno mettere un vestito nuovo su un uomo vecchio, che è cosa ben peggiore del rammendo.

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