Madre Teresa: la quantità delle cose o la qualità dell’amore?

Madre Teresa“Se mai diventerò una santa,

sarò di sicuro una santa dell’oscurità.

Sarò continuamente assente dal Paradiso

per accendere la luce

a coloro che, sulla terra, vivono nell’oscurità”.

 

Nota biografica

Chi era Madre Teresa? È lei stessa a definirsi così: “Sono albanese di sangue, indiana di cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù”.

Agnès Gonxha Bojaxhiu – questo il vero nome di Madre Teresa – nasce a Skopie il 27 agosto del 1910.

Colpita profondamente dall’esperienza di due missionari gesuiti, a soli 18 anni decide di entrare nella Congregazione delle Suore missionarie di Nostra Signora di Loreto. Trascorso l’anno di postulato viene inviata in India dove il 24 maggio 1931 emette i suoi primi voti prendendo il nome di Mary Teresa del Bambin Gesù (scelto per la sua devozione alla Santa di Lisieux).

Per 20 anni insegna storia e geografia in un collegio per ragazze cattoliche nella zona orientale di Calcutta ma la miseria di quella città e la sofferenza delle persone intorno a sé non la lasciano in pace.

Il 10 settembre 1946, mentre era in treno diretta a Darjeeling per gli esercizi spirituali, meditando sulle parole di Gesù in croce: “ho sete!”, comprende la sua vera vocazione: quella di «uscire dal convento e aiutare i poveri vivendo in mezzo a loro». Dopo due anni di richieste, finalmente, nel 1948 arriva, firmata direttamente dal Papa Pio XII, l’autorizzazione a lasciare la congregazione.

Inizia, così, la sua grande avventura!

Dopo aver appreso rudimentali nozioni di medicina si concentra alla ricerca dei più miseri. Passa da una baracca all’altra e inizia l’opera con acqua e sapone: lava i bambini, i vecchi piagati, le donne sofferenti. Va in giro chiedendo cibo e medicine, mendicando per curare e sfamare i suoi poveri. Apre una scuola, all’aria aperta, sotto un albero, usando come lavagna la sola terra polverosa. La sua abitazione è una baracca sterrata e lì porta quelli che non sono accolti negli ospedali.

Il 7 ottobre 1950 nasce ufficialmente, con decreto della Santa Sede, la Congregazione delle Missionarie della Carità e suor Teresa diventa Madre Teresa. Ai tre voti di povertà, castità e obbedienza Madre Teresa ne richiede un quarto, quello di «dedizione e servizio gratuito ai più poveri tra i poveri».

Nel febbraio 1949 le viene messo a disposizione da un funzionario dell’amministrazione statale, un locale e cominciano ad arrivare le prime consorelle.

Ben presto, però, il piccolo locale da loro usato diventa insufficiente a contenere tutti i malati e comincia l’affannosa ricerca di un altro stabile. Dopo varie e continue richieste il Comune le affida due ampi saloni accanto al tempio dedicato alla dea nera Kali e dopo alcuni lavori diventa «Nirmal Hriday», la Casa per il moribondo abbandonato. Ma non basta, occorre un luogo per i bambini.

Con altri sacrifici viene aperta la «Shishu bhavan», la Casa di Bambini, dove accoglie i bambini abbandonati, trovati spesso nei bidoni della spazzatura. È con in mente il loro avvenire che Madre Teresa cerca di far adottare questi bambini. Ma ancora non basta, ci sono i lebbrosi.

Ogni giorno Madre Teresa va a trovarli e curarli nelle loro misere baracche e spera di costruire per loro una città. Sa già che la costruirà su un terreno donatole dal governo, che dovranno abitarci 400 famiglie di lebbrosi e che la chiamerà «Chantinaba», la Città della Pace, ma le manca il danaro.

Puntualmente la provvidenza arriva. Riceve in dono un’auto da papa Paolo VI e la mette all’asta. Con il ricavato costruisce il primo lotto e la strada più grande la dedica proprio al Santo Padre. Due anni dopo, grazie ad altri aiuti e premi, il villaggio della pace viene terminato: l’antica speranza è diventata realtà. All’ interno della città ci sono i negozi, i giardini, l’ufficio postale e le scuole.

Ormai il nome di Madre Teresa varca i confini dell’ India. Il 1 febbraio 1965 la società religiosa fondata da Madre Teresa diventa Congregazione pontificia e inizia a costruire case di accoglienza in tutto il mondo: vengono aperte fondazioni nello Sri Lanka, in Tanzania, a Roma, in Australia, Giordania, Londra.

L’operato di Madre Teresa comincia a suscitare, in campo internazionale, l’attenzione che merita con l’assegnazione di una nutrita serie di premi e riconoscimenti: dal premio internazionale per la pace “Giovanni XXIII” consegnatole da Papa Paolo VI, alla copertina del Time con il titolo: “Santi viventi: messaggeri di amore a pace”; dal premio “Bharat Ratna” conferitole da Indira Ghandi per i servizi eccezionali resi, al prestigioso premio Nobel nel 1979.

Crescono da tutte le parti del mondo i suoi numerosi figli spirituali che proseguono la sua opera di servire “i più poveri tra i poveri” in orfanotrofi, asili, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In tutto sono 5000, compresi i due rami maschili, meno noti, distribuiti in circa 600 case sparse per il mondo; senza contare le molte migliaia di volontari e laici consacrati che portano avanti le sue opere. “Quando sarò morta – diceva – potrò aiutarvi di più…”.

Madre Teresa muore nella sua città di Calcutta venerdì 5 settembre 1997 all’ età di 87 anni. Immediatamente hanno inizio le richieste da tutto il mondo per la santificazione della missionaria e per un interessamento del Papa per l’ abbreviazione dei tempi necessari.

Madre Teresa di Calcutta rimane una figura tra le più luminose del nostro tempo; lei stessa amava definirsi “la piccola matita di Dio”, un umile strumento nelle mani di Dio. A lei affidiamo la nostra Scuola, i nostri bambini e bambine e tutte le nostre famiglie.

 

Ho sete: il primato della fede

Il 10 set­tembre 1946, a bordo di un piccolo treno che si inerpi­cava da Siliguri a Darjeeling, le capitò un’espe­rienza totalmente inattesa: sentì la sete di Gesù e la chiamata a dare la vita a servizio dei poveri e dei reietti delle baraccopoli. Madre Teresa rimase profondamente turbata perché avrebbe potuto trattarsi di una tentazione del demonio, ma il suo confessore si convinse dell’origine divina di quell’ispirazione e invitò suor Teresa a mettersi in contatto con l’arcivescovo di Calcutta, monsignor Ferdinand Périer.

Cosa c’è nelle parole di Gesù sulla croce? Senz’altro la terribile arsura della morte, ma quelle parole hanno un significato più nascosto. Gesù, infatti, non ha solo sete fisica, ma soprattutto una sconfinata sete d’amore. Madre Teresa ha raccolto quel grido intuendo in quelle parole la passione per ogni uomo, il bisogno di raccogliere ogni uomo smarrito. Madre Teresa avverte in quelle parole qualcosa della rivelazione stessa di Dio: è la sorgente a cercare l’assetato e non più l’assetato a cercare la sorgente. La sorgente e la gola riarsa si cercano in un unico grido d’amore.

Madre Teresa coglie in quelle parole la sofferenza stessa di Dio sin dagli inizi della storia umana quando tradito il comando di Dio, offesa la sua fedeltà e rinunciato alla sua compagnia, Adamo ed Eva si perdono tra le spine della trasgressione distruttiva.

Dio ha sete di ogni anima che vaga al di fuori della comunione con lui.

Ha sete di quanti si smarriscono nei sentieri della disperazione, vagando nel buio della notte. Ha sete perché Dio sa che nulla è possibile se manca la forza del suo amore.

Dio ha sete perché, pur avendo il tutto, gli uomini rincorrono il nulla. Pur avendo “la sorgente d’acqua viva, l’hanno abbandonata, per scavarsi cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua” (Ger 2,13).

Dio ha sete ogni volta che vede le nostre case sempre più chiuse a chi bussa alle nostre porte, sia esso connazionale o straniero.

Dio chiede di essere dissetato con la nostra piccolezza.

Dio ci ripete continuamente: “Ho sete di quello che siete, di come siete. Chi desidera la vita, sorseggi in profondità la mia stessa sete, amando!”.

Proprio per soddisfare la sete di Dio, Madre Teresa darà vita ad una Congrega­zione il cui scopo, è di «estinguere l’infinita sete d’amore per le anime di Gesù sulla croce, attraverso la professio­ne dei consigli evangelici e l’adesione totale e piena al servizio libero dei più poveri tra i poveri» (Cost. 3).

Il 25 settembre 1993 scrive alle sorelle, ai fratelli e ai preti della sua Congregazione una lettera «molto personale» che «viene dal cuore della Ma­dre». È molto preoccupata che il suo sodalizio “non perda l’amore degli inizi, specialmente dopo che la Madre vi avrà lasciato… Per me è venuto il momento di parlare apertamente del dono che Dio mi ha dato il 10 settembre, per spiegare meglio che posso cosa significhi per me la sete di Gesù. 

«Ho sete» è qualcosa di molto più profondo che non il dire semplice­mente da parte di Gesù: «Vi amo». A meno che voi non sentiate nel profondo di voi stessi che Gesù ha sete di voi, non potrete cominciare a capire ciò che lui vuol essere per voi e voi per lui”.

La sete è un desiderio intenso e doloroso. Madre Teresa la scorgeva in Gesù sulla croce e decise di dedicare tutta la sua vita a saziarla. Il prendervi parte divenne la sua più personale vocazione, fino all’oscurità persistente che avvolse la sua vita.

Ciò che balza immediatamente agli occhi quando si accosta la figura di Madre Teresa è senz’altro la sua capacità di decentramento, il suo vivere esposta, la sua attenzione verso i poveri tra i poveri. È sotto gli occhi di tutti il suo lavoro per i poveri.

Tutti hanno conosciuto ciò che è accaduto attorno a Madre Teresa, e, tuttavia, a molti è rimasto nascosto ciò che è avvenuto in Madre Teresa: solo dopo la sua morte si è conosciuto il segreto del suo rapporto con Dio. Una terribile oscurità ha accompagnato la sua lunga esistenza a favore dei poveri: ha patito sulla sua pelle la ferita dei non amati, una sorta di Getsemani interiore permanente.. Non avrebbe mai immaginato che il suo desiderio di portare la luce della fede a quanti vivevano nelle tenebre, fosse accompagnato da una personale esperienza di notte oscura.

In qualche modo si trovò associata strettamente alla stessa esperienza del Figlio di Dio: proprio mentre offriva la sua vita per l’umanità, veniva da questa rifiutato e vilipeso. Prima ancora che compiere qualcosa per i poveri, il Signore le chiedeva di partecipare della loro stessa condizione di “non voluti, non amati, non curati”. Il non avere nessuno su cui contare fu l’esperienza che accompagnò larga parte della sua vita spirituale.

“Il posto di Dio nella mia anima è vuoto: non c’è Dio in me. Quando il dolore causato dallo struggente desiderio è così intenso, soltanto anelo e anelo a Dio, e poi è questo che io sento: Lui non mi vuole, Lui non è qui. Dio non mi vuole”.

Si ritrova a condividere dei poveri non soltanto la povertà materiale ma la loro stessa desolazione.

A sorreggerla, soltanto una certezza indiscutibile: il lavoro per la Congregazione delle Missionarie della Carità «non lo faccio io, ma Gesù: sono più certa di questo che della mia reale esistenza».

A animarla soltanto la fede cieca, come ella stessa attesta: «Dentro di me è tutto gelido. È soltanto la fede cieca che mi trasporta, perché in verità tutto è oscurità per me. Finché al Signore piacerà, io realmente non conto» (dicembre 1955).

In una lettera indirizzata al suo confessore, il padre gesuita Franjo Jambrekovic, l’8 febbraio 1937, scriveva tra le altre una cosa che sembra quasi avere dell’assurdo e che, tuttavia, manifesta il suo profondo legame alla persona del Figlio di Dio. Suo desiderio era conformarsi in tutti ai desideri di Gesù al punto che arriverà a scrivere di essere disposta persino ad andare all’Inferno se così dovesse piacere a lui.

“Non pensi che la mia vita spirituale sia coperta di rose. Questo è il fiore che raramente trovo sul mio cammino. Al contrario più spesso ho per mia compagna l’oscurità. E quando la notte si fa molto fitta e mi sembra che andrò a finire all’Inferno, allora, semplicemente, offro me stessa a Gesù. Se vuole che ci vada, sono pronta, ma solo a condizione che veramente Lo renda felice”.

Nonostante le sofferenze che l’oscurità spirituale le arrecava, Madre Teresa ebbe sempre la chiara consapevolezza che la fede era il vero faro della propria vita, tanto da riuscire a guardare alle cose del mondo secondo la prospettiva di Dio e a intravedere anche negli eventi più insignificanti la sua mano. Sono innumerevoli le testimonianze che ricordano come ella, durante qualsiasi discorso, intercalasse frasi quali: «Guarda Dio che cosa sta compiendo» e «Ammira la grandezza di Dio».

Una lettera alle Missionarie datata 31 luglio 1962, in uno dei periodi più faticosi della sua esperienza spirituale, manifesta la convinzione che ella per prima mise in pratica durante tutta la vita: «Cristo ti utilizzerà per compiere grandi cose a condizione che tu creda più nel suo amore che nella tua debolezza. Credi in lui, abbi fede in lui con cieca e assoluta fiducia perché lui è Gesù. Credi che Gesù, e soltanto lui, è la vita; e che la santità non è altro se non lo stesso Gesù che vive intimamente in te».

Nonostante la sua persistente sofferenza, la Madre è pronta ad accogliere l’oscurità come il suo modo speciale di saziare la sete di Gesù: “Se la mia pena e il mio dolore, la mia oscurità e separatezza possono darti una goccia di consola­zione, o mio caro Gesù, fa’ come desideri…”.

La fede di Madre Teresa, come quella di tanti altri amici di Dio, potremmo definirla fede per niente.

Che cos’è allora la fede per niente?

È fare della propria vita, quali che ne siano le condizioni, un inno di lode a Dio. Pensiamo a Giobbe quando afferma: Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!(Gb 1,21).

Cosa significa? La vita non va presa in mano per farne qualcosa cui Dio potrebbe rispondere con una benedizione o con una ricompensa. La vita va intesa come risposta a ciò che Dio ha fatto per noi. Madre Teresa parlava di un “fare qualcosa di bello per Dio”.

Fede per niente significa non rassegnazione, ma sottomissione volontaria agli eventi. Perché Bonhoeffer parlerà di resistenza e resa? Egli sostiene che c’è una resistenza da opporre al male, all’ingiustizia, all’oppressione, ma c’è un momento in cui non si può non sottomettersi a certi eventi, pur nella loro oggettiva malvagità. C’è un’azione di Dio anche in quegli eventi in cui egli sembra totalmente assente. Il problema è semmai, dice Bonhoeffer, discernere quando è il momento opportuno perché la sottomissione subentri alla resistenza. Ora, il criterio non è oggettivo. È lo Spirito che ci rivela il momento.

La fede per niente, appunto, non è fede condizionata da uno scopo da raggiungere, da una ricompensa da guadagnare o da una punizione da evitare.

Fede per niente è fede gratuita che non ha per fondamento quello che l’uomo fa, ma ciò che Dio ha donato per grazia.

Fede per niente è fede che lascia che sia Dio ad agire nel cuore dell’uomo.

Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l’attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre.

Un detto dei Padri del deserto dice: “Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio”. Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.

“Voglio vivere in questo mondo così lontano da Dio e che ha voltato le spalle alla luce di Gesù, per aiutare la gente, prendendo su di me qualcosa della loro sofferenza”.

L’avete fatto a me: il servizio della carità

Nel dicembre 1964, il papa Paolo VI si reca a Bombay, per presiedere a un Congresso eucaristico internazionale. Milioni di persone si accalcano lungo tutti i venti chilometri di strada che separano l’aerodromo dalla città. Tutti desiderano vedere e sentire «il massimo capo religioso del mondo». Fra gli invitati al Congresso, c’è Madre Teresa di Calcutta. Ma, strada facendo alla volta del palazzo, essa incontra un uomo con la moglie, entrambi spossati, coi volti insanguinati, che non sono più che pelle e ossa. Madre Teresa si avvicina, prova a sostenerli. L’uomo ha appena il tempo di pronunciare qualche parola, prima di esalare l’ultimo respiro. Senza esitare, Madre Teresa si carica allora la donna sulle spalle e la porta al Centro dei moribondi. La donna spossata rappresenta Gesù, che bisogna soccorrere prima di tutto, anche a scapito di un incontro tanto prezioso con il Vicario di Cristo. Quel che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me, dirà Gesù nell’ora del giudizio universale (Matt. 25, 40).

Giorno di sorprese e di stupore quel giorno.

Quando Signore? chiederanno tanto i giusti quanto i malvagi.

Quel giorno dischiuderà la comprensione piena di ciò che nella vita abbiamo vissuto e dei volti incontrati. Quel giorno manifesterà quali indirizzi abbiamo frequentato, verso quali recapiti abbiamo mosso i nostri passi. Quel giorno rivelerà che nella vita dell’uomo non c’è nulla di banale se è vero che il porgere un bicchiere d’acqua o il rifiuto di averlo fatto non sarà indifferente. Quel giorno attesterà che il rapporto dell’uomo con il Figlio dell’uomo si gioca nel rapporto dell’uomo con l’uomo.

Già prima di questo brano Matteo aveva ricordato alla sua comunità: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (7,21-23).

A tema, quel giorno, non la fede, non la liturgia ma le opere di misericordia, quelle che solitamente appaltiamo al volontariato quasi si tratti di cose per addetti specializzati.

“Quando l’avete fatto anche soltanto ad uno di questi”, cioè non siete mai sfuggiti a questo rapporto, anche là dove vi sembrava che la situazione fosse irrisoria, precaria, trascurabile, anche là eravate di fronte a me. Di quel giorno conosciamo già la materia di esame: quale credito avremo dato al comandamento dell’amore. Non ci saranno titoli da esibire o privilegi o tessere o conoscenze varie o appoggi influenti. Gesù riconoscerà come suoi coloro che avranno saputo riconoscerlo nei suoi vari travestimenti. Quel giorno ci ricorderà che non basterà aver conosciuto il Cristo ma l’averlo riconosciuto.

Lo cerchiamo al di fuori, mentre egli è nella nostra vita. Lo immaginiamo relegato sopra le nuvole e, invece, lo incrociamo sulla nostra strada. Siamo sempre in attesa del sublime, dello straordinario mentre lui veste i panni di tutti i giorni. È come se facessimo fatica ad accettare il mistero dell’incarnazione: rifiutiamo di vedere Dio che si rivela con volto d’uomo.

Quel giorno svelerà in pienezza che non si è cristiani per dichiarazione ma per affinità con lo stile del Vangelo. Quel giorno farà comprendere che troppo facile è la fede che si gioca nelle nicchie della dottrina e rifugge dai drammi e dalle attese dei propri fratelli in umanità. Quel giorno ci restituirà la consapevolezza che è l’amore che conta. Il resto non conta nulla.

Paolo VI, in una pagina mirabile di una sua enciclica, la Mysterium fidei, ebbe a dire che “accanto a quella eucaristica, esistono altre presenze reali, tra cui la presenza di Cristo nei poveri”. Presenza reale, cioè vera, non fittizia o immaginaria., perché Gesù si è identificato con essi. Lui ha istituito questo segno come ha istituito l’Eucaristia. E Madre Teresa esclamava: “Quanto è stato buono il Signore: ha consentito a tutti di incontrarlo fin da questa vita, nella parola del povero e ha semplificato il cammino della salvezza concentrandolo in cinque parole, come le cinque dita di una mano: Lo – avete – fatto – a – me”, come a dire che la carità contiene sempre in sé un germe di fede. Ogni volta che siamo di fronte ad una persona umana che soffre dovremmo, con gli orecchi della fede, sentire dentro di noi la voce del Signore Gesù che ci ripete: “Questo è il mio corpo! Questo è il mio corpo!”.

Gesù non dice: Io ero malato e voi mi avete guarito; io ero in prigione e voi mi avete liberato. Guarigione e liberazione spesso andranno oltre le nostre possibilità. Per condividere, però, non è necessaria nessuna ricchezza o particolari capacità, ma un cuore aperto e compassionevole.

Quel giorno capiremo che il problema non è quello di sapere chi è il mio prossimo, quale sia cioè la categoria di persone che mi permettano di esercitare la carità. Il problema essenziale è farmi prossimo. Sono io che devo accostarmi, farmi vicino, farmi prossimo, annullare la distanza. Già questo è il gesto giusto: annullare la distanza. Può bastare un corridoio o un ufficio. È sufficiente ci sia un uomo che ha bisogno di me: quello è il luogo nel quale il Signore mi chiede di inverare la mia fede. Lì, se perdo tempo, mi è riservata l’eternità. La mia salvezza coincide con l’aiuto offerto all’altro.

Se vuoi fare qualcosa per Dio non hai il problema di dove trovarlo. Ti è offerto un recapito: la porta dell’altro. Infatti, secondo la parabola, se potranno esserci uomini e donne che si salveranno senza qualche sacramento, nessuno potrà mai salvarsi senza il sacramento del fratello.

Gesù non ci racconta un Dio onnipotente, ma un Dio che ha fame, un Dio che prova sete, un Dio che fa sua tutta la vulnerabilità dell’uomo e perciò chiede di essere riconosciuto e accolto su questo versante. A tema la corporeità e la concretezza della prassi evangelica di cui tutti possono essere costituiti segno, anche a loro insaputa. Il regno di Dio non è una realtà circoscrivibile ai confini della Chiesa ma alle dimensioni dell’amore di ogni uomo. Interessante, non poco, scoprire che in ordine alla relazione con Dio non ci sono posti già riservati ed esclusivi. Questo è l’inedito del vangelo cristiano contro cui nessuno può nulla. Che è anche ciò che lo rende più luminoso.

Vita benedetta quella non attraversata dalla volontà di mettere al sicuro anzitutto se stessa, i propri legami, le proprie cose. Vita benedetta quella di un gran numero di uomini e di donne che ogni giorno vìola l’impulso irresistibile alla cura di sé mediante il prendersi cura di un altro. Vita benedetta quella di chi non persegue una sua perfezione religiosa ma quella capace di offrire riscatto alla debolezza dell’altro così come fa capolino nella tua storia. Una fede che pretende di manifestare la serietà dell’amore di Dio non va da sé. Se non viene destinata per i gesti del prendersi cura è vana, è già morta. Là dove ci sono persone capaci di praticare la giustizia esse sono una consolazione per chiunque arrivi al mondo e sono la rivelazione più luminosa di ciò che è Dio.

Non so se ci abbiamo fatto caso, ma mi faceva pensare che l’esclusione dal regno venisse applicata non per particolari azioni negative fatte dalle persone nei confronti dei fratelli, ma solo per peccati di omissione: “non mi avete accolto… non mi avete visitato… non mi avete curato…”. Quanta vita cristiana, quanta vita religiosa passata a non fare il male. E Gesù a dire: non basta non fare il male, imparate a fare il bene. Stare, cioè, nella vita da sbilanciati e non da trattenuti.

“Quando uno viene da te e ti chiede aiuto, allora non devi piamente raccomandargli: ‘Abbi fiducia e rivolgi la tua pena a Dio’, ma devi agire come se non ci fosse Dio, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell’uomo, tu solo (detto chassidico).

L’apostolato del sorriso

Scrivendo alle sorelle Missionarie della Carità una delle sue principali raccomandazioni sarà il cosiddetto “apostolato del sorriso”. In piena linea con la missione di diffondere la Buona Notizia attraverso i fatti prima che con le opere le suore sono impegnate a diffondere il profumo della gioia pasquale. Lo stile è importante almeno quanto il messaggio che si porta:

“Siate gentili una con l’altra. Preferisco che facciate molti errori nella gentilezza, piuttosto che miracoli nella scortesia. Siate gentili nelle parole: guardate che cosa ha portato la gentilezza alla Vergine, vedete come lei ha parlato. Avrebbe potuto facilmente dire a San Giuseppe dell’Annuncio dell’Angelo, ma non pronunciò parola. Poi Dio stesso è intervenuto. Lei ha serbato tutte queste cose nel suo cuore. Potessimo custodire tutte le nostre parole nel Cuore di Maria. Così tante sofferenze, così tanta incomprensione, e per che cosa? Soltanto per una parola – uno sguardo, un’azione affrettata – e il buio riempie il cuore di una vostra sorella. Durante questa novena chiedete alla Vergine Maria di colmare il vostro cuore di dolcezza. La santità non è un lusso per pochi. È un dovere semplice per voi e per me. Io devo essere santa a modo mio e voi a modo vostro. La gentilezza è alla base della più grande santità. Se imparate l’arte della gentilezza diventerete sempre più simili a Cristo, perché il Suo Cuore era mite ed Egli era sempre gentile nei confronti degli altri.

Non permettere mai che qualcuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento.

Sii l’espressione della bontà di Dio. Bontà sul tuo volto e nei tuoi occhi, bontà nel tuo sorriso e nel tuo saluto. Ai bambini, ai poveri e a tutti coloro che soffrono nella carne e nello spirito offri sempre un sorriso gioioso. Dai a loro non solo le tue cure ma anche il tuo cuore”.

Antonio Savone, Potenza, 12 aprile 2013 (incontro di formazione Gruppo AMASI)

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