Ahimè – Lunedì XXI del T.O.

guai a voiQuesto giorno si apre con il dono di una Parola tra le più dure di tutto il Vangelo che nondimeno vogliamo accogliere come il cibo per oggi: Guai a voi…

Cosa c’è dietro questa Parola? Non si tratta di una minaccia ma dell’ennesimo appello accorato del Signore. Tale parola, infatti, esprime il dolore di Gesù per la situazione dei suoi interlocutori. Meglio sarebbe tradurre: Ahimè per voi…

Il motivo di questo ahimè è l’ipocrisia in tutte le sue sfaccettature. L’ipocrisia è il ridurre la vita a una perenne esperienza di teatranti: la recita come stile. Si può vivere la vita, dice Gesù, con una maschera sul volto come accadeva nella tragedia greca. L’ipocrita dice e fa ciò che gli è dettato dal ruolo non da ciò egli è. Ogni gesto è studiato e posto in atto in funzione di attirare l’attenzione su di sé. Se questo può andar bene nel teatro, nella vita personale uno che recita non entrerà mai in relazione con nessuno.

Immediatamente, come in questo caso, sono presi di mira scribi e farisei, l’istituzione religiosa e culturale ebraica, la cui ipocrisia traduce la brama di conservare il proprio potere e gli interessi che ne derivano. Un pericolo, però, tutt’altro che assente nella comunità per la quale Mt scrive il suo Vangelo e tutt’altro che assente nelle nostre comunità, nella nostra esistenza.

Ipocrisia è il volersi servire del religioso per affermare se stessi. Quelle di Gesù sono parole consegnate a chiunque si ritiene giusto davanti a Dio e perciò si autorizza a disprezzare l’altro, a chi si separa dai peccatori in nome della propria purezza, a chi riduce la relazione con Dio a un insieme di prestazioni, a chi si ritiene conoscitore della volontà di Dio sugli altri così da spadroneggiare su di essi, a chi nasconde il proprio vuoto e la propria verità umana, a chi fa prevalere l’istituzione e il suo funzionamento sulle persone e sulla loro umanità. Si può persino arrivare a compiere le opere di carità ma senza la carità delle opere.

Ipocrisia è assumere la doppiezza come stile di vita, la spregiudicatezza nell’insegnare agli altri ciò che personalmente non si tocca neppure con un dito, l’esenzione dall’obbedienza alla Parola di Dio mentre la si esige dagli altri.

Ecco alcuni dei tratti che concorrono a delineare la fisionomia del religioso. È il vivere la vita abdicando al compito fondamentale per ogni uomo: realizzare l’unicità e l’irripetibilità che ciascuno di noi è.

Guide cieche: così apostrofa Gesù i capi religiosi perché pur studiando con meticolosità la legge e mettendola in pratica, non riescono a coglierne l’anima profonda.

Percorrono la terra e il mare pur di fare un solo proselito… Non portano Dio, ma se stessi. L’obiettivo non è far conoscere il Signore ma l’influenza e il prestigio d’Israele. Si ritengono portatori di una civiltà superiore. Ci può essere persino uno zelo missionario che non è mosso dall’amore. L’aver proseliti finisce così per essere l’espediente per misurare il proprio potere.

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