Mai senza l’altro – Mercoledì XIX del T.O.

Tuo compito non è allestire dei processi ma stabilire legami, offrire opportunità, lanciare occasioni, intessere rapporti. Il legame che riesci a stabilire con qualcuno ha una tale valenza da essere assunto da Gesù a sacramento della sua presenza in mezzo a noi. Così importante il vincolo di fraternità, di amicizia e di amore tra gli uomini da rendere presente fra loro il Signore. E mi sorprendo a pensare a quella immensa sacramentalità presente nelle nostre relazioni quando si aprono all’esperienza del senza misura: a contatto con Dio molto più spesso di quanto crediamo.

Dopo aver tentato tutte le vie del dialogo nei confronti di chi dovesse deviare, amarlo con quell’amore che aveva spinto il pastore a mettersi in cerca della pecora smarrita e con quell’amore che spingerà il padre della parabola di Lc 15 a non intentare processi ma a ritessere una comunione infranta. Gratuitamente, senza attendersi neanche propositi di conversione. In pura perdita. Per amore.

Giungere a ritenere l’altro come un pagano e un pubblicano è stato fin troppo inteso come criterio di espulsione dell’altro dalla propria vita. Ma questo non è affatto in linea con lo stile di Gesù. Quel sia per te come un pagano e un pubblicano significa piuttosto cercare una via di misericordia quale unico percorso per giungere al cuore dell’altro. Proprio come ha continuato a fare il Signore Gesù.

Nei confronti dell’altro, capaci di un amore ancora più gratuito e disinteressato. Amare, infatti, “è prendersi cura del destino dell’altro” (Lévinas). Prendersi cura di ciò che egli può diventare. Amare significa appunto far crescere l’altro, liberarne le potenzialità nascoste. È il senso della parola profetica: ti ho costituito sentinella. Capaci di vegliare sulle persone a noi affidate perché possano conseguire la felicità a cui aspirano.

Mai invitati a tagliare i ponti abbandonando a se stesso chi sbaglia ma sollecitati a guardare l’altro con la misericordia di Gesù intercettando vie, percorsi perché il suo cuore venga toccato e la sua libertà interpellata.

Una chiesa sognata come luogo della fraternità possibile, sempre, comunque. Non un tribunale in cui si pronunciano sentenze inappellabili, ma comunione di persone lontane da logiche di potere, libere da chiusure.

Una chiesa segno di un amore più forte della morte. Quell’amore che aveva spinto il Signore Gesù a consegnare se stesso, entrando persino nell’esperienza della tenebra per comprenderla e riscattarla. Quell’amore che lo porterà a stare sulla strada di tutti per non perdere nessuno di quelli che il Padre gli aveva dato, neanche quelli che in suo nome erigono tribunali e lanciano sentenze. Un amore capace di sciogliere, di non ostacolare, di non incatenare.

E quando due o tre si ritrovano in questa forma e esperienza di amore l’onnipotenza di Dio viene posta nelle loro mani. Dio abdica la sua onnipotenza d’amore nei confronti di chi sta nella vita amando.

Da restarne stupiti.

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