Mi fido di te – XIX domenica del T.O.

Mi-fido-di-te_Che cos’è la vita? Ognuno, probabilmente, ha una sua risposta a riguardo. Anche il vangelo ha la sua: la vita, ci ripete Gesù quest’oggi, è un credito di fiducia aperto nei confronti dell’uomo da parte di Dio. All’uomo Dio ha affidato tutto: la vita stessa, anzitutto, poi tutti i beni che la corredano, dal creato alla capacità di far fruttare doni e talenti, la sua amicizia e il suo perdono, il suo sguardo e il suo cuore, tutto. All’uomo Dio ha affidato il suo regno, ovvero il mondo così come Dio lo ha pensato e come vorrebbe che sia. E come se non bastasse, quando ormai non disponeva più di nulla, gli ha consegnato persino quanto aveva di più caro, il Figlio.

Dio continua a credere che l’uomo è capace di reggere alla fiducia di Dio. E lo fa in modo ostinato anche a fronte di solenni smentite: per questo non ritira mai il credito, piuttosto, rinnovandolo, lo raddoppia.

Penso allora alla fiducia accordata a me, Antonio, come uomo prima e come prete poi.

Che cosa ho fatto per meritare di venire alla luce? Che cosa ho fatto per ricevere in dono la chiamata a servire il Signore? Tra mille ha scelto me, tra mille ha scelto te, ciascuno di voi, chiamato a far fruttificare un’eredità immeritata, un patrimonio da capogiro. Io, tu, ciascuno di noi chiamati ad essere il segno della sua presenza nei giorni della sua assenza. La mia firma vale la sua, il mio nome la sua faccia. Caspita! Quando nessuno più scommetterebbe su di me, Dio alza la posta in gioco. Penso così alla fiducia che noi ci scambiamo, sempre molto passibile di ritrattazione: lui ce l’ha data nello stesso istante in cui ci ha voluto, prima ancora di un tema morale o di una professione di fede. Gli è bastato il nostro essere preferiti al nulla mentre venivamo alla luce.

Come si può gestire la fiducia che Dio accorda? Imparando a dare il giusto peso ad ogni cosa, sapendo che un giorno qualsiasi, in un momento inaspettato, ci può essere chiesto conto di come abbiamo amministrato ciò che ci era stato affidato con tanta larghezza d’animo. E quel giorno scoprire addirittura che se siamo stati fedeli al nostro impegno le parti saranno rovesciate: il padrone si farà servo dei suoi servitori.

C’è un rischio, infatti, ed è quello di non riuscire a reggere il ritardo del padrone e perciò a smarrire il senso della propria identità. In gioco c’è proprio il rapporto con il tempo: per alcuni esso è visto come occasione per dar ragione di come investire e far fruttificare la fiducia manifestata, per altri, invece, esso diventa motivo per convincersi di essere gli unici padroni incontrastati. Tutta questione di come è fatto il cuore e di ciò per cui esso vibra, palpita. Se è un cuore capace di entrare in sintonia con la sofferenza altrui, esso farà sì che tutto dell’uomo si traduca in gesti di attenzione, se invece è indurito, difficilmente riuscirà a spalancarsi per riconoscere nelle umane sembianze la visita stessa di Dio. Non è forse vero che il paradosso dell’amore si rivela proprio nei giorni in cui più forte è la capacità di saper attendere? È il tempo e solo il tempo, infatti, a misurare ciò per cui il cuore batte.

Il male più grande, il vero peccato è una vita a traino fatta di assuefazione a tutto e dispiegata nell’indifferenza più cinica propria di chi prende le distanze da tutti e da tutto perché nessuno possa condizionare interessi e sguardi.

Il grande male è assolutizzare ciò che è solo di un momento, confondere la tappa con la meta, l’istante con l’eterno, subire il fascino del sentirsi arrivati, stabilire da solo un orizzonte entro il quale inserire alcuni e dal quale escludere altri.

Affidare è cosa ben diversa rispetto al semplice dare: affidare è questione di premura, di attenzione, di custodia, di protezione. Affidare richiama appunto ciò che l’altro pensa di me ritendendomi capace di fungere in sua vece. Alla fiducia riservataci si risponde con la fede propria di chi riesce a portare avanti l’impegno preso anche quando dovesse misurarsi con l’imprevisto della notte: Abramo e Sara hanno sperato contro ogni speranza, ossia quando la realtà sembrava cozzare con ciò che pure era stato loro promesso.

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