Lo spreco necessario – Mercoledì della XVI del T.O.

“Perché parli loro in parabole?” Nelle parabole ognuno scopre e trova quel tanto di cui è capace e di cui ha bisogno. Una luce troppo diretta e senza mediazioni potrebbe essere accecante e toglierebbe all’uomo un suo margine di via da percorrere. L’uso della parabola è l’attenzione che Dio rende alla libertà dell’uomo. Il ricorrere alla parabola ci restituisce il volto di un Dio discreto che si sottomette non a scorciatoie ma al processo evolutivo della storia di ogni uomo. Se avessimo sempre seguito questo annuncio di liberalità, di disinteresse, questa discrezione verso chi mi sta di fronte, questo rispetto della loro libertà!

“Il seminatore uscì a seminare”. È una espressione, semplice e meravigliosa, che da sola racchiude una grande rivelazione sul nostro Dio che sceglie di seminare la parola. Mi pare un’espressione piena di promesse. Quel seme è profezia di nuove possibilità. Ci viene annunciato un Dio seminatore infaticabile, un Dio ostinato nella fiducia, che esce continuamente a seminare con la fiducia certa che la Parola non ritornerà a lui senza aver portato frutto. Il seme è speranza di futuro e Dio diffonde i suoi germi di vita a piene mani: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Eppure, talvolta crediamo addirittura che Dio voglia sprecare l’eternità in vendetta. Dio ci viene qui presentato come il fecondatore infaticabile delle nostre vite.

A noi questa parabola potrebbe sembrare l’annuncio di un seminatore maldestro, che sparge dove capita il suo seme. No. Questa pagina è una proposta di fiducia. Verrà il frutto, avrà il sopravvento il piccolo seme. Contro tutti i rovi e tutte le spine, contro tutti i sassi, c’è sempre una terra che accoglie e fiorisce. La follia di questo strano seminatore è proprio quella di riconsegnare fiducia, a me che probabilmente sento il peso dei miei no e il peso di un frutto di differente abbondanza.

È come se questa pagina di vangelo ci esortasse ad uno spreco, ad uno sperpero non solo positivo ma addirittura necessario. Il seminatore non ha mezze misure e spreca a piene mani, con un gesto generoso quel seme che va a finire in ogni dove. Perché dico che si tratta di un invito allo spreco? Perché, mi pare, ci sono dei momenti della vita – si pensi agli inizi di una esperienza, di un rapporto – nei quali chi bada a risparmiare, a trattenersi, a speculare, ha già fallito.

Se non si investe tutto senza badare fin da subito ai risultati, si rischia di pregiudicare completamente il buon esito dell’opera. Non è così nell’amore, nell’amicizia, nell’educazione, nel dialogo costruttivo con l’altro?

Anche per Gesù la semina è più importante del raccolto. Per questo l’annuncio della salvezza che egli proclama non può essere condizionato dall’accoglienza che gli verrà riservata. Per lui dare è più importante che ricevere. La generosità degli inizi non può essere mai ostacolata dal pensiero di uno scarso risultato finale.

Addirittura, anche il possibile esito fallimentare della semina non lo distoglie da quello spreco che rappresenta la cifra da cui  è possibile leggere tutto il mistero della sua vita. Un dono di sé totale, nella notte in cui veniva tradito. Un’esistenza sprecata che si conclude sul monte della crocifissione che immediatamente è terreno arido come le orecchie e gli occhi di tanti che pure si erano lasciati avvicinare dalla sua seminagione.

Il seme cade dappertutto. Dicevamo della liberalità di Dio verso l’uomo. La stessa con cui il seme viene lasciato cadere. Un altro monito da accogliere, quasi un’ombra gettata sulla nostra mania di organizzare tutto, di etichettare ogni cosa, di precostituirci delle condizioni e un mondo a nostra immagine, anziché interessarci a quello vero, che è il mondo di tutti, ma anche quello di Dio. Il credente sta nel mondo non ghettizzandosi ma inserendovisi, proprio come la Parola che diventa un tutt’uno con la terra in cui cade e muore.

Per Gesù il seme della parola va veramente perduto solo quando rimane nelle mani chiuse di un seminatore ragionevole, che non esce nella storia concreta della gente per paura di mettere in pericolo la Parola stessa.

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